Tutte le promesse – una storia apocrifa
Sarà sicuramente capitato anche a voi di leggere storie come quella raccontata da Raffaele Mozzillo nel suo romanzo Tutte le promesse – una storia apocrifa, pubblicato da Effequ, in grado con soli pochi elementi di aprire cassettini della memoria dimenticati e generare momenti di emozione non trascurabili. E dico questo senza nessun tipo di compiacimento, perché significa che inizio ad avere una certa età. Il fatto è che per i nostalgici dell’epoca sarà difficile uscire indenni dal rischio lacrimuccia facile prodotto dal ricordo del rumore di un’AlfaSud, dai cartoni giapponesi su Tele Capri, dalle giocate del Pibe de oro raccontate alla radio e poi dai goal visti la sera su Novantesimo minuto, condotto all’epoca dall’amico della domenica Paolo Valenti.
Ma tutta questa nostalgia canaglia è veramente poca cosa rispetto alla forza di un libro che sin dalla prima riga risulterà di una potenza sorprendente. Perché Mozzillo in Tutte le promesse riesce con straordinaria facilità a far entrare il lettore in empatia con il protagonista: Lello, un ragazzino che vive in uno di quei paesi stretti tra la città e l’Asse di Supporto Nola-Villa Literno, monumentale infrastruttura, nata con la legge del post terremoto per collegare con una strada a scorrimento veloce i comuni dell’area a nord di Napoli e quelli dell’Agroaversano con la rete autostradale.
Ecco, avete presente il “Post terremoto”?
Lungo come un’era geologica, che nella prima decade si sovrappone agli anni dell’adolescenza di Lello e dei suoi amici.
Una volta un mio amico e coetaneo, per dare a delle ragazze più giovani di noi indizi sulla nostra età, disse: “ siamo nati e cresciuti in quell’epoca storica in cui Paolo Bonolis era conosciuto come Piolo di bim bum bam”. Credo che per implicazioni filosofiche di cui non sono al corrente, preferì l’esempio di Bonolis a quello del primo decennio del “post sisma”.
Mozzillo, a differenza del mio amico, sceglie invece di osservare la stessa epoca da un punto di vista diverso: un fosso all’interno del quale Lello, Feliciano e Mariarosaria guardano gli effetti della mutazione antropologica del territorio e si trovano a contatto con gli zombie (l’eroina è un must di quegli anni), i morti di camorra, una religione ancora opprimente e finanche con un bullismo 1.0, fatto ancora di prevaricazione e violenza fisica (i meccanismi micidiali dei social sono ancora difficili da immaginare).
I quindici capitoli, uno per ogni promessa alla madonna contenuta nel rosario, diventano così una sorta di richiesta d’indulgenza degli esclusi, quelli che abitano in questa terra di mezzo, espressione di un’idea di città che si espande, che diventa laboratorio sociale di una sottospecie di turbo capitalismo, in cui è oggi possibile ritrovare tutte le definizioni di periferia: i rioni di edilizia popolare, i quartieri dormitorio, le vaste zone di abusivismo, le aree di sviluppo industriale, i grandi centri commerciali, le discariche perdita d’occhio tra Giugliano e l’Agroaversano. E poi i fuochi e la puzza di monnezza bruciata che hanno battezzano definitivamente un territorio.
Quant’evveriddio io veramente non ci volevo nascere qui. In tutti i modi, visto che è andata così, che in questa vita mi sono ritrovato a passare di qui, come per caso, debbo sopravviverci. Ma non per sempre, giusto il tempo di darmi una scadenza e rispettarla.
Mozzillo in Tutte le promesse alterna momenti di puro genio narrativo a momenti di cinismo e di poesia. Come quando, a bordo dell’Alfasud del padre, Lello e i suoi amici scansano i blocchi di cemento che impediscono l’accesso alla rampa della superstrada in costruzione e tentano la fuga, che uno con un po’ di fantasia pensa quasi a Springsteen in Born to run. Solo che qui il viaggio ha il rumore nobile di un’Alfasud (auto orgoglio del territorio) e l’odore di copertoni bruciati della Nola-Villa Literno, una strada che corre fino a Pinetamare. Lì dove “imitando la narrazione della Genesi, qualcuno pensò di prendere dei mattoni e costruire un città e una torre che arrivasse fino al cielo”: il Villaggio Coppola.
Fabio D’Angelo
Summary:




