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Published on Aprile 20th, 2016 | by cefalo precario

L’addio

Antonio Moresco - L'addio - Edito da Giunti

Antonio Moresco, L’addio, Giunti 2016.

L’addio — Antonio Moresco

Quando il lettore sfoglia le prime pagine dell’ultimo romanzo di Antonio Moresco, gli irrompe immediatamente davanti il senso dell’Addio che si fa titolo. L’Addio: ovvero una formula per esplicitare l’abbandono definitivo e senza mediazioni di ogni relazione. Una formula immutabile che dovrebbe rivelare una fine e che invece Moresco pone, secondo una personalissima codificazione scrittoria, all’inizio del romanzo. Nel L’Addio l’inizio e la fine si confondono, si disorientano, si offuscano l’uno nell’altra. Svaniscono al punto di diventare indistinte percezioni di una infinità lineare al di là del tempo e dello spazio. Non si può parlare della fine e nemmeno dell’inizio. Non si può semplicemente perché l’inizio e la fine in Moresco non esistono. Per la stessa ragione, non si può parlare di comprensione e di interpretazione. Non si può semplicemente perché la comprensione e l’interpretazione in Moresco non esistono. Bisognerebbe comprendere e interpretare il male e il bene. Bisognerebbe riscriverne le fondamenta e definire cosa viene prima: il bene o il male? E allo stesso modo bisognerebbe stabilire se è più profondo il bene o il male e se è più reale il mondo dei morti o il mondo dei vivi perché la domanda senza risposta in cui Moresco lascia precipitare il lettore è se viene prima la morte o la vita.

Questi sono i quesiti che lievitano nel cervello morto di D’Arco, il commissario morto della polizia dei morti della città dei morti, protagonista de L’Addio, quando sente il canto dei bambini morti provenire dai tetti dei grattacieli della città dei morti. Quell’ascolto diventa la ragione della sua missione nella città dei vivi. È qui che D’Arco intraprende una strenua battaglia contro la società dei vivi che ammazzano i bambini per spingerli salvificamente nella città dei morti. Ad accompagnare D’Arco nel suo viaggio e a fargli da guida è un bambino muto, un bambino morto, sul cui corpo sono ben visibili le sevizie subite prima di transitare da un mondo all’altro. La trama narrativa è quella del giallo poliziesco anche se come dice lo stesso protagonista, in veste di voce narrante, molte delle atrocità più feroci sono escluse dal racconto perché il senso dello stesso non deve essere quello di sfibrare gli occhi di chi legge, non deve essere quello di ridurre a brandelli la sua mente ma deve essere quello di rendere giustizia attraverso un esercizio di memoria. La scrittura allora diventa asciutta, quasi fotografica. Il protagonista racconta gli avvenimenti della città dei vivi in maniera fredda e distaccata mettendo in bocca ai suoi antagonisti le ragioni di un comportamento assurdo per quanto razionale. Non c’è alcuna forma di apparente irrazionalità nella logica degli assassini di bambini. I bambini devono morire perché devono rimanere immuni alle atrocità del mondo. E l’attesa della morte, la stessa morte addiviene per questi assassini una liberazione dal proprio dovere.

In linea di continuità con le pagine della Trilogia dell’Increato (Gli Esordi, Canti del Caos e Gli Increati), ne L’Addio Antonio Moresco mescola il mondi dei vivi e quello dei morti, suddivide sé stesso in più corpi e continua a cercare l’amore della sua sensuale Pesca perché se il bene e il male non hanno risposte, non hanno inizio e fine, non hanno corrispondenza nell’azione, lo stesso amore è più vicino al bene o al male? L’amore appartiene al bene o al male? L’amore appartiene alla vita o alla morte? La vita stessa basta a sé stessa oppure appartiene alla morte nel momento in cui il primo vagito immette il corpo nel flusso del tempo finito, miserevole e incosciente?

Moresco non mente, non sa mentire e non ha bisogno di mentire. È semplicemente un fantasma che scrive pieno della consapevolezza che i fantasmi non esistono. O, magari, è un uomo semplice che scrive inconsciamente perché sa che i fantasmi esistono. Chi sono i fantasmi? Moresco è un fantasma? E se i fantasmi fossimo noi?

Mario Visone

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5

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