Challenger – Intervista a Francesca Bianchi
“I bambini non dovrebbero conoscere la morte. Anche se lontana, come un orizzonte nebbioso, la morte è incomprensibile per un bambino.”
Il 28 gennaio 1986 la navetta spaziale Challenger esplose in diretta televisiva sopra il cielo della Florida. Dal decollo all’esplosione passarono 73 secondi. Per ognuno di quei secondi, lo scrittore spagnolo Guillem López ha scelto 73 storie diverse da raccontare nel suo romanzo Challenger che uscirà in primavera per Eris Edizioni con la traduzione di Francesca Bianchi e le illustrazioni di Sonny Partipilio. Un romanzo che si preannuncia strepitoso, e di cui Eris ha dato un piccolo assaggio ai lettori con un’anteprima di 20 pagine stampata o consultabile su Issu.

Alcune copie dell’anteprima di Challenger in giro per l’Italia. Foto di Francesca Bianchi
Francesca Bianchi ha già lavorato con Eris Edizioni, e avevo molto apprezzato il suo lavoro di traduzione per Quello che mi sta succedendo di Miguel Brieva. Da allora, però, la traduttrice toscana ha aperto una pagina Facebook: Francesca Bianchi, la traduttrice agra, dove, in corso d’opera, ha pubblicato foto, video, canzoni che l’hanno accompagnata durante il lavoro lasciando trasparire tutto l’impegno, la passione e il cuore che ha investito nella traduzione di questo romanzo. Questo non ha fatto altro che aumentare la curiosità e la trepidante attesa per l’uscita di Challenger, e per scoprirne di più ho deciso di farle qualche domanda.

Francesca Bianchi con la sua anteprima di Challenger alla scorsa edizione di Più libri più liberi
Ciao Francesca e benvenuta su una banda di cefali. Tu sei prevalentemente una traduttrice editoriale e hai anche una pagina Facebook che si chiama “Francesca Bianchi, la traduttrice agra”. Cosa significa per te essere una traduttrice agra e come mai hai scelto proprio questo nome?
Salve a voi e grazie dell’invito. La storia della traduttrice agra è nata qualche anno fa, un giorno in cui ero particolarmente arrabbiata perché avevo la sensazione che tutto quello che facevo nel mondo dell’editoria mi si rivoltasse contro. Quel giorno ho deciso di buttar fuori la rabbia, ho scritto un word pieno di livore, un vero e proprio sfogo, e poi l’ho salvato tra i documenti, ovvero nel dimenticatoio. Alla fine dell’anno scorso sono andata a ripescarlo per usarlo come intestazione della mia pagina Facebook che ho deciso di creare per avere un po’ di visibilità, condizione che sembra essere ormai indispensabile per lavorare. Poi ho deciso di darmi un anno di tempo: se non riuscirò a stabilizzare la mia posizione (il mio obiettivo, per quanto assurdo, è di essere assunta in una casa editrice; una follia diranno i più) la pagina si autodistruggerà e con lei potrebbero svanire anche le mie velleità di lavoratrice della cultura, perché se queste due parole – lavoratrice e cultura – non riescono a restare saldamente legate l’una all’altra non ha senso continuare, almeno per me.
La qualifica di “traduttrice agra” l’ho presa in prestito da Luciano Bianciardi che nel suo La vita agra del 1962 aveva descritto le gioie e soprattutto i dolori del traduttore che dalla provincia se ne va al nord per portare avanti il lavoro culturale – altro titolo bianciardiano fondamentale per la mia formazione – e vendicare la morte dei minatori della Maremma. Anch’io vengo dalla provincia e forse mi sono trasferita in una delle roccaforti della cultura, Torino, perché anch’io vivo la contraddizione di voler lavorare nell’editoria facendo saltare qualche torracchione.

Francesca Bianchi e Matilde Sali durante la revisione di Challenger
Prima di “Challenger” di Guillem López, hai già lavorato con Eris Edizioni per il saggio di Vivian Abenshushan Fate fuori il vostro capo, licenziatevi! (lettura illuminante, tra l’altro NdR!) e l’altrettanto splendido graphic novel di Miguel Brieva Quello che mi sta succedendo. Come è nata questa proficua collaborazione con Eris?
Eris Edizioni l’ho conosciuta tanto tempo fa e non è un modo di dire. Era il 2010 e presso il Teatro Officina Refugio di Livorno, spazio occupato, autogestito e antifascista, con cui all’epoca collaboravo, organizzammo il CiCCi Festival e su suggerimento dei Licaoni, realtà di videoproduzione indipendente, invitammo quella piccola casa editrice a parlare della applicazione delle licenze Creative Commons in ambito editoriale. Dopo la chiusura del festival ci siamo persi per poi ritrovarci qualche tempo dopo a un altro festival dove entrambi abbiamo presentato un booktrailer, loro come casa editrice, io come ideatrice insieme alla fotografa Sara Fasullo del progetto di condivisione della lettura #LettoriFuori. Un’esperienza surreale, a tratti allucinante, che ci ha fatto subito riconoscere come simili, dei pesci fuor d’acqua in quel mare di neve e hotel a venticinque stelle. Da lì i rapporti si sono mantenuti, io ho iniziato a intasare la loro mail di proposte di traduzione e loro, incauti, alcune le hanno pure accettate e se mi sono trasferita a Torino è anche un po’ colpa loro.

Seguendo la tua pagina Facebook, dove, durante la traduzione di Challenger, hai pubblicato spesso foto e materiale, non ho potuto fare a meno di notare che a questo lavoro ti sei dedicata totalmente, anima e cuore. Puoi raccontarci allora della sua storia: sei stata tu a proporlo agli editori? Per quanto tempo ci hai lavorato?
Challenger è un romanzo a cui tengo tantissimo perché è un romanzo bello su cui ho lavorato molto. Come ogni traduttore freelance cerco sempre nuovi libri da proporre a editori diversi sperando poi che loro scelgano proprio me per tradurlo, cosa non scontata. Un giorno, durante le mie ricerche matte e disperatissime, mi sono imbattuta in questo titolo pubblicato da una piccola casa editrice spagnola, la Aristas Martínez, che stava facendo furore in Spagna. Ho scritto all’editore e poi all’autore e dopo qualche incomprensione – leggi qualche mese di mail – siamo riusciti a venire a capo delle questioni burocratiche. Così dopo quasi un anno ho potuto leggere Challenger e confermare il sospetto che avevo avuto fin dall’inizio, ovvero che fosse il libro perfetto per la collana di narrativa della Eris Edizioni e così gliel’ho proposto. C’è stato poi il momento «chiediamo i fondi per la traduzione» che purtroppo non è andato come speravamo perché, nonostante gli altarini eretti agli dei della fortuna (e non è una metafora) per qualche centesimo di punto non siamo rientrati nella graduatoria. Nonostante questo la Eris Edizioni, incredibile ma vero, ha deciso lo stesso di pubblicare il libro, finanziando interamente il costo della traduzione con le proprie risorse. Ci tengo a sottolinearlo perché la norma è che qualora non si trovino i fondi per la traduzione, una della voci di spesa che più incide nel budget per pubblicare un libro, l’editore con profondo e sincero rammarico congedi il traduttore con una frase tipo: «Ci dispiace molto, ma capirai che, viste le circostanze, il mercato, la situazione geo-politica, la congiunzione astrale… Risentiamoci per il prossimo bando». La scelta di Eris è quindi un atto di coraggio oltre che un attestato di fiducia nei miei confronti e, confesso, anche motivo di una certa ansia da parte mia perché vorrei davvero vedere ripagata l’audacia di un piccolo editore che punta sul talento di un autore emergente suggerito da una traduttrice semisconosciuta. Sarebbe un mondo bellissimo.
Quali sono stati invece i momenti più frustranti durante la traduzione?
La traduzione in quanto tale è essenzialmente un lavoro fatto di frustrazioni, almeno per me. Il traduttore vive a ogni pagina l’impossibilità di restituire al lettore tutte le sfumature di senso di una parola, di una frase; per non parlare di ciò che resta impigliato tra le righe, delle infinite allusioni e della selva di significati nascosti dietro a certe espressioni. Per cui, a mio modesto parere, quello del traduttore è un mestiere votato al martirio, o meglio un mestiere che non dovrebbe esistere.
Mi spiego, nel mondo delle favolette che ho in testa io ognuno di noi dovrebbe essere in grado di leggere i libri nella lingua in cui sono stati scritti per potersi assumere la responsabilità di capire e apprezzare ma anche di mal interpretare, trascurare o fraintendere il significato di una parola. Ma finché non sarà così il lettore deve delegare questo compito al traduttore che è chiamato a svolgere un compito non facile, più o meno come svuotare il mare con un secchiello. E così per Challenger, come per tutti i libri che ho tradotto, ho dovuto dire addio a espressioni bellissime che non potevano essere rese in italiano senza perdere molta della loro efficacia o della loro sonorità. Di contro, qualcosa di quel senso perduto si riesce a recuperare qualche riga sotto o qualche pagina dopo, quando un certo giro di frase ci riesce particolarmente felice o un dato gioco di parole suona esattamente come dovrebbe. La legge della compensazione, un’oasi nel deserto della traduzione.

I migliori refusi durante la traduzione di Challenger.
Visto che dopo l’autore Guillem Lopez, tu sei la persona che conosce meglio Challenger, cosa rende questo romanzo davvero speciale? Cosa dobbiamo aspettarci?
Potrei dire che Challenger è un libro bellissimo, un libro che ho amato prima di tutto da lettrice per la sua storia inaspettata e potente, perché è una piccola macchina perfetta dal punto di vista narrativo e stilistico, un romanzo con una lingua intrigante e divertentissima, un romanzo in cui l’ordinario cede il passo allo straordinario, un libro ambizioso e riuscitissimo che attraverso un mosaico di personaggi costruisce un mondo, un universo narrativo, e non solo, che ti spiazza e ti lascia senza fiato, capitolo dopo capitolo… Ma non dirò niente di tutto questo perché non vorrei sembrasse troppo di parte.
Dirò invece che è una miscela esplosiva di fantascienza, giallo e thriller, un romanzo dove ho sentito riecheggiare le voci di Carver, Dick, Asimov, King remixate in uno stile personalissimo. Inoltre posso affermare con una certa sicurezza che Challenger è un romanzo “vivo”, uno di quei libri che ti parla mentre lo leggi e che a me ha parlato continuamente durante la traduzione facendomi ridere, piangere, morire di paura. Penso in particolare a un capitolo, verso la fine del romanzo; quando ci sono arrivata era notte, ero sola in casa e… Non tutti i romanzi mi fanno questo effetto, né quando li leggo né quando li traduco.

La copia di Challenger utilizzata da Francesca Bianchi per la traduzione. Foto di Gabriele Munafò
Qual è stata la colonna sonora che ti ha accompagnato nelle varie fasi della traduzione?
Per questa traduzione ho ascoltato moltissima musica diversa dalla mia solita playlist strumentale e un po’ depressiva che ascolto sempre mentre lavoro. Oltre alle canzoni citate nel libro (Nowhere Girl, In other Words…) ho ascoltato quasi tutti i dischi di Moondog perché trovo che renda perfettamente il ritmo della città, veloce e sincopato, che sentivo nelle pagine di Challenger; i vari album di Max Richter mi sono serviti per restituire l’andamento poetico della scrittura di Guillem López e poi, quando ero quasi arrivata alla fine della traduzione, ho trovato il booktrailer perfetto per questo libro: un pezzo bellissimo dei Chinese Man che sembra fatto apposta.
In Un posto al sole, la soap più amata dagli italiani, uno dei personaggi comincia a lavorare come traduttrice per il cinese, e non soltanto riceve vari dizionari cartacei un po’ demodé, ma soprattutto un modello del frullatore di cui dovrebbe tradurre il libretto di istruzioni. Adesso sappiamo benissimo che nel mondo della traduzione non funziona così, però quella puntata mi ha fatto riflettere su una cosa: se ogni cliente per cui ho tradotto il libretto di istruzioni mi avesse mandato l’oggetto in questione, qual è la cosa più strana che avrei? La risposta nel mio caso è uno scanner per scansionare i testi antichi dei monaci amanuensi, e la tua?
Un posto al sole è la mia soap-più-amata-dagli-italiani preferita. La seguo ogni giorno, e costringo chiunque viva con me a vederla, un po’ per studiare certe scelte narrative e linguistiche di un prodotto nostrano e un po’ per inveire contro alcuni dei personaggi come ho imparato a fare, più o meno consciamente, da mia nonna che a suo tempo inventava appellattivi alquanto coloriti per apostrofare Brooke Logan. Devo confessare che Serena di Un posto al sole è uno dei miei bersagli preferiti. Per cui capirai la mia delusione quando ho realizzato che una tematica che mi sta a cuore come quella delle lavoratrici autonome, traduttrici per giunta, era stata affidata proprio a lei. Ma tant’è.
Dunque nel mio caso, che non ho tradotto libretti delle istruzioni, potrei vedermi recapitare un bel carnet di biglietti per fare un tour nelle principali località della Costa Brava visto che a suo tempo ho tradotto un catalogo turistico della costa spagnola. Forse ho ancora l’indirizzo dell’editore…
Grazie ancora una volta a Francesca e vi parleremo presto anche di Challenger che non vedo l’ora di leggere.
Carla De Felice




