Volevo solo veder trionfare il bene ma per fortuna mi sono dovuto accontentare
È vero, guardando l’ultima puntata ero molto stanchissimo e mi sono addormentato, ma si susseguivano così tanti finali in contraddizione l’uno con l’altro che è come se mi fossi accontentato del primo dei finali in contraddizione. Poi ovviamente mi sono guardato anche gli altri ma anche col primo, devo dire, sarei stato contento lo stesso, perché, come per le altre due, anche la terza serie di Fargo, merita.
Per chi non lo sapesse nessuna delle tre è legata all’altra se non per il fatto di essere ispirata al Fargo originale del 1996, quello dei fratelli Cohen, i quali figurano anche tra i produttori esecutivi.
Un modello abbastanza forte, insomma, tanto da poterci tirar fuori tre solide narrazioni dal sapore inconfondibile: una provincia americana isolata, fredda e apparentemente borghese e assopita; in realtà profondamente frustrata e perversa, nel migliore dei casi onesta e lucida. Come nel caso degli sbirri, anzi, delle sbirre a far da baluardo al malaffare, alla delinquenza recidiva e, diciamolo, alla malvagità tout court.
Il più delle volte, come nel film originale, si tratta di una sbirra che spicca per acume e onestà intellettuale.
Gloria Burle è l’unica, infatti, a cogliere collegamenti tra gli omicidi che si susseguono nel minuscolo distretto di polizia di Eden Valley; così piccolo da non sentire il bisogno di usare un computer. Tra le vittime c’è anche il patrigno che, si scoprirà a breve, è un insospettabile ex scrittore di fantascienza truffato negli anni ’60, nel corso della realizzazione dei film tratti dai suoi pluripremiati romanzi. E questo è solo uno dei sub plot che fanno capolino, uno dei molti personaggi minori che insaporiscono come si deve la serie.
Come lo splendido Ray Wise (Twin Peaks, Robocop)
che interpreta la parte di un azzimato, inquietante e comico deus ex machina, una sorta di ebreo errante che cita la bibbia, parla di metempsicosi e dispensa automobili a due fuggitivi,
tra cui la compagna del fratello gemello di mr. Stussy (uno dei tanti della puntata),
personaggio quest’ultimo interpretato da Ewan Mcgregor; sbirro da scrivania addetto alla libertà vigilata di piccoli delinquenti tossicodipendenti ( come il rancoroso e psicotico Maurice La Fay)
uno, lo Stussy sfigato, con una pettinatura inguardabile
uno che si è innamorato di una truffatrice con cui ha intenzione di vincere un torneo di bridge dopo aver rubato il francobollo che gli spetta al fratello, un benestante magnate dei parcheggi;
uno che il giorno di Natale di molti anni prima ha fatto credere al fratello minore che scegliendo l’automobile che invece era spettata a lui, avrebbe finalmente rimorchiato qualche ragazza al college.
A complicare le cose si mette uno strano tipo, una sorta di luciferina personificazione del male, tale V.M Vargas,
un inglese dai denti marci e dal linguaggio molto forbito che, dopo aver concesso un prestito alla Stussy, pretende di utilizzare l’azienda per riciclare denaro sporco e speculare finanziariamente su altri ingenti capitali.
I suoi tirapiedi e sicari sono un russo piuttosto rozzo e sportivo
e un cinese impassibile serio e silenzioso.
Entrambi tanto crudeli quanto simpatici, come nella miglior tradizione tirapiedi di ascendenza tarantiniana e fratelloconiana.
Ancora, come nel film originale, viene rispettata la cura maniacale nei dettagli, nei dialoghi, nei costumi, nelle acconciature, nei baffi, nelle barbette, per non parlare della colonna sonora: tanto sfiziosa che, nel corso di una partita di bridge, la musica fuori campo è Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano.
In alcuni momenti potreste sospendere l’incredulità a malincuore, essendo alcuni colpi di scena appesi a fili molto, a volte troppo sottili, ma nel complesso, il plot fila e l’evoluzione di almeno un paio di personaggi, nonché certi antefatti biografici e certi drammi personali, sono molto ben costruiti, per quanto sempre in modo che, se ti racconto un antefatto drammatico stai sicuro che l’ho imburrato ben bene su entrambi lati. Se anche dovessi commuoverti lo farai assaporando autentico junk food da tavola calda di infima categoria, ringraziando commosso per grassi saturi e colesterolo.
Parabole più o meno morali e sottili disquisizioni sul male, sull’inevitabilità di dolore, morte e solitudine, vengono serviti allo spettatore con religioso rispetto dello spasso, come a dire; ti sto raccontando una storia abbastanza truce, con svolte solo apparentemente edificanti e liberatorie. E la tua sete di vendetta e riscatto verrà soddisfatta alternativamente in maniera illusoria. D’altronde, infine, ciò che conta non è nemmeno il bene che, in sordina, non trionfa nemmeno; al massimo sopravvive, riportando, come al solito, la solita miserrima vittoria di pirro.
Davide Predosin













