Fumetti

Published on Aprile 19th, 2018 | by Carla De Felice

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Un romantico a Milano

“È una storia di tutti i tempi, una storia di povertà. L’artista vestito male, senza cravatta, senza gilet.” (Enzo Jannacci)

(Quasi) tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo avuto ambizioni di tipo artistico-creativo che non sono andate come sperato. C’è chi le ha messe da parte per un altro lavoro, chi per un senso di responsabilità ha deciso di fare altro e chi, per vari motivi, non è riuscito a fare quel passo in più per diventare qualcuno. Quel che resta, in questi casi, è un senso di insoddisfazione (più o meno) latente, un sentire di essersi accontentati e che la vita scorre e non si fa quel che si vuole.
È uno stato d’animo del genere che ossessiona Drogo Colombo, il protagonista del fumetto di Sergio Gerasi Un romantico a Milano, uscito da poco per Bao Publishing in un bel cartonato a colori.

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Drogo è un personaggio tutt’altro che semplice; un po’ hipster dall’apparenza: barbone incolto, occhiali da sole, camicie floreali, gatto sotto al braccio in perenne conflitto tra le suggestioni della sua città che richiamano la vita romantica e il desiderio di essere un vero artista e la vita di tutti i giorni, quella del lavoro come illustratore, della famiglia. Drogo vuole lasciare il segno, essere ricordato ed ha una sorta di ossessione per i personaggi icona della sua città: Alda Merini, Dino Buzzati, Bruno Munari, Lucio Fontana, Piero Manzoni. Con loro intrattiene dei veri e propri dialoghi immaginari, li incontra nei bar più famosi di Milano, ci discute, riflette, e a un certo punto (spoiler ma neanche troppo!) questi discorrono tra loro in una sorta di memorabile simposio di filosofia.

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Drogo vorrebbe andare al mare, luogo ricordo d’infanzia, metafora e luogo ricorrente in tutto il fumetto, simbolo della pace interiore e della stabilità a cui ambisce. È un personaggio tutt’altro che semplice, dicevamo, che cerca una collocazione, una stabilità, ma è vittima dei pensieri che lo assillano e che, in fondo, si costruisce da solo. Nel suo stomaco si trova una spugna che assorbe tutti i colpi dell’esistenza, che però ormai è piena e questo non fa altro che peggiorare il suo malessere.

Come si intuisce dal titolo (che non c’entra nulla con la famosa canzone dei Baustelle, si sappia), anche la città di Milano ha un ruolo attivo nella storia, con le sue case di ringhiera, i suoi bar, le sue strade. La Torre Velasca, ad esempio, diventa un vero e proprio simbolo del racconto e  in alcuni momenti è l’interlocutore del protagonista. A proposito di bar, invece, oltre a una breve biografia dei personaggi famosi milanesi di cui ho scritto sopra, la storia è intervallata qua e là da ricette di cocktail come Pimm’s n°1, Americano o French Gimlet perché, come ha detto lo stesso Gerasi: “una buona storia è simile a una grande bevuta” e anche questa è una parte importante di Milano.

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Anche dal punto di vista grafico,  il lavoro di Gerasi riflette alla perfezione i tormenti interiori del protagonista, risultando molto vario e particolarmente efficace. L’artista alterna pagine dal tratto pulito ad altre dallo stile estremamente pittorico, con pochi colori. Alcune pagine e tavole sono soltanto in bianco e nero o con piccoli particolari in colore. Tutto è funzionale ad esprimere il fattore emotivo del momento.

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Un romantico a Milano di Sergio Gerasi, dunque, è un fumetto malinconico e complesso, come in fondo lo è anche la città in cui è ambientato. Un graphic novel ricco di citazioni e riferimenti non solo al passato ma anche al presente, che inghiottisce il lettore nel vortice emotivo del protagonista, portandolo a porsi i suoi stessi quesiti e lasciandolo con un dubbio tra “Fuggi, cosa fuggi non c’è modo di scappare”* o forse sì?

Carla De Felice

*La citazione dei Baustelle era d’obbligo, scusatemi.

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L'unico vero realista è il visionario.



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