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Published on Febbraio 19th, 2012 | by Giuseppe D'Alessandro

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Uto Ughi, Beethoven e il senso dell’interpretazione

UTO UGHI/HUBERT SOUDANT

17 febbraio 2012

Teatro di San Carlo
direttore Hubert Soudant
violinista Uto Ughi
Orchestra Teatro di San Carlo

 

 

 

 

 

La popolarità nel campo della musica classica è un fenomeno a parte: nella maggior parte dei casi, infatti, un grande solista o direttore di musica “colta” raccoglie i frutti di quanto ha seminato nella propria carriera, tra talento, studio, intelligenza, carisma. Raramente un musicista classico è un bluff, cosa purtroppo comunissima in tutti gli altri campi musicali, perché il confronto con partiture spesso ultracentenarie permette un raffronto simultaneo con tutta una tradizione interpretativa, oggi ben documentata da innumerevoli incisioni disponibili a tutti. Certo, esistono anche in questo campo eccezioni che confermano la regola, ma più che di bluff spesso si tratta di artisti irriverenti e iconoclasti, che hanno comunque messo in risalto dei punti di criticità nel concetto di interpretazione e di fedeltà alle intenzioni originali dell’autore eseguito. Un nome su tutti: Glenn Gould.

Tra i nomi fortemente “popolari” della tradizione violinistica italiana oggi abbiamo due artisti molto differenti tra di loro: il napoletano Salvatore Accardo e il milanese Uto Ughi.

Ho avuto la fortuna di ascoltare il primo svariati anni fa, con la sua formazione di musica da camera barocca impegnata nella lettura di opere di Vivaldi: grande perizia tecnica, chiarezza nell’interpretazione della non semplice scrittura vivaldiana per violino, trasparenza nel suono, e perfetto il gioco contrappuntistico della ristretta formazione. Oggi purtroppo è più raro vedere Accardo impegnato al violino per via di una artrosi incipiente alla mano destra che ne limita l’intensità dell’arcata, e che lo ha costretto ad abbandonare quasi del tutto il vasto repertorio romantico per violino e orchestra, da Beethoven a Brahms.

Riguardo invece a Ughi, la mia conoscenza su di lui si limitava alle sue non poche apparizioni televisive, che lo hanno spesso visto impegnato nella duplice veste di interprete/didatta, in cui però lo apprezzai molto più per la parte divulgativa che per quella musicale: note non sempre intonate, cambi di tempo fin troppo bruschi nelle “cadenze” (la cadenza è, riferita a un solista classico, la parte di un concerto o una sonata in cui il solista affronta da solo delle parti particolarmente virtuosistiche) e una generale “sciatteria” e superficialità interpretativa. Insomma, avevo le mie riserve.

Ciononostante, gli ho voluto dare una seconda possibilità “ufficiale” e sono andato ad ascoltarlo nel tempio napoletano della classica, il Teatro San Carlo. Direttore l’olandese Hubert Soudant, Orchestra Stabile del Teatro. Censurabile il prezzo dei biglietti, ben 45 euro per un palco di terza fila, e non voglio neppure sapere quanto sarebbe costato un posto in platea. Alla faccia di chi ritiene che la Cultura con la C maiuscola dovrebbe essere un bene comune e perciò accessibile a tutti. Ma tant’è.

Il programma prevedeva, nella prima parte, il Concerto per violino di Beethoven, con Ughi solista, e nella seconda la Sinfonia n. 2 di Robert Schumann. Dopo le prime romanticissime note al violino, ho compreso i perché della popolarità del milanese, che fino ad ora mi era parsa quantomeno eccessiva. Intendiamoci: Ughi non è più esattamente un prodigio dal punto di vista tecnico, vuoi (suppongo) per scarsa attitudine allo studio severo dopo tanti anni, vuoi per l’età non più proprio “verde”. Nei passaggi più frenetici, indici del fuoco romantico che anima la partitura Beethoveniana, le note si “impiastricciavano” un po’ e mancavano di perfetta intonazione e bilanciamento tra di loro; il tempo era traballante e spesso Uto sembrava inseguire il timing giusto; a condire tutto cio’, l’impressione che certe parti venissero quasi “improvvisate” al momento, almeno per quanto riguarda gli sbalzi dinamici e l’intensità del canto. Insomma, a voler analizzare tutto ciò sembrerebbe un mezzo disastro. E invece tutto funzionava benone. Perché?

Perché Beethoven è un autore dalla scrittura a dir poco virile, anche in una partitura destinata ad uno strumento definito “civettuolo” dallo stesso Ludwig. E quindi il piglio giusto per affrontare questo concerto non può essere certo quello raffinato, pulito e trasparente che è proprio più agli autori barocchi, Bach in primis: sono note che vanno aggredite, piegate a una concezione maschia e prepotente che deve far risaltare il solista, un violino che Beethoven contrappone a un’orchestra ampia e calda come nel suo stile più puro. Questa partitura è tutto uno scontro dialettico tra solista e orchestra, e chi va troppo per il sottile pensando a cio’ che è scritto piuttosto che a svettare su un suono già di per sé “corposo”, andrà inevitabilmente incontro a un fallimento. Ecco, in questo Ughi mi è piaciuto moltissimo: complice la qualità incredibile e il volume del suo strumento (uno Stradivari del 1701 appartenuto a Rodolphe Kreutzer, violinista al quale lo stesso Beethoven dedicò una nota sonata), ha avuto la sfrontatezza adeguata il carisma giusto per affrontare sia le parti più “ingarbugliate” del primo e del terzo movimento, indovinandone ed esaltandone le peculiarità espressive pur peccando talvolta di precisione, sia quelle più intensamente cantabili dell’adagio centrale. Alla fine, dopo l’ovazione del pubblico, si è concesso a ben due bis: un primo in cui ha improvvisato una Fantasia di temi tratti dai noti Capricci di Paganini, un secondo in cui ha affrontato una Partita di Bach.

Nella seconda parte del concerto, l’Orchestra del San Carlo diretta da Soudant ha eseguito la Sinfonia n. 2  in do maggiore di Robert Schumann. Pagina intimamente romantica, intrisa di passaggi ora frenetici ora straordinariamente cantabili (indimenticabile l’Adagio in cui una melodia spesso dolorosa e dissonante si piega a una serie di variazioni straordinarie che ne esaltano le peculiarità del canto), è stata ben interpretata dal direttore olandese, che ha dato all’orchestra napoletana, altrove sbadata se non addirittura indisciplinata, un suono coeso e dinamicamente ricco di sfumature.

 

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