Un Lupin nero? No me par vero (infatti non lo è)
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Titolo: Lupin Ideatore: George Kay, François Uzan Genere: azione, drammatico, poliziesco, thriller Durata: 45 minuti a episodio Lingua originale: francese Stagioni: 1 Episodi: 5 puntate Produzione: Netflix Prima Tv: 8 gennaio 2022 (Italia) |
Prima di tutto, si mettano il cuore in pace i puristi intransigenti e quelli che gridano al blackwashing: il protagonista di Lupin non è QUEL Lupin. Né quello originale, l’Arsenio Lupin creato da Maurice Leblanc nel 1905, né lo scanzonato nipote Lupin III, ideato dal mangaka giapponese Monkey Punch. Di quest’ultimo, anzi, non c’è proprio traccia: ogni riferimento è esclusivamente al ladro gentiluomo letterario originale.
Il personaggio interpretato da Omar Sy, a dirla tutta, non si chiama nemmeno Arsenio, ma Assane, Assane Diop (anche se non credo sia un caso che le pronunce francesi di Arséne e Assane siano molto simili).
Quella compiuta dalla serie Netflix di produzione francese, insomma, è un’operazione diversa da quella, ad esempio, compiuta da Sherlock: lì il detective di Arthur Conan Doyle viene preso e portato di peso ai giorni nostri e le sue avventure originali vengono attualizzate; qui invece Arsenio Lupin resta un personaggio di fantasia, della cui identità il nostro Assane si appropria nel momento in cui decide di mettere a frutto la destrezza acquisita in anni di allenamento per raddrizzare un torto (e qui mi fermo, a scanso di spoiler).
Il fattore “mi ispiro a Lupin, ma non sono Lupin” non è velato: anzi, è addirittura esplicitato da un poliziotto che, grande appassionato dei romanzi di Leblanc, intuisce subito il collegamento, liquidato però con sufficienza e sarcasmo dai colleghi.

Ho citato Sherlock non a caso, prima. Al netto della differenza di cui sopra, mi è sembrato anche di notare delle somiglianze tra le due serie. Intanto, la trasposizione moderna di un classico personaggio letterario e delle sue avventure (seppure, come già detto, in modo diverso); poi, alcune scelte narrative, una su tutte i momenti “spiegone” in cui Lupin/Sy svela il trucco con cui è riuscito a cavarsela, che ricorda molto da vicino le rapidissime deduzioni logiche di Sherlock/Cumberbatch. Infine, contribuisce al parallelo anche lo sfondo di una capitale europea (Londra in un caso, Parigi nell’altro) in tutto il suo splendore moderno.
Il tempo della narrazione non è però soltanto quello presente, perché in ogni episodio assistiamo a frequenti flashback, all’epoca dell’adolescenza di Assane, in cui apprendiamo di più sul suo arrivo come immigrato da Senegal assieme al padre; sul rapporto del giovane Assane con quest’ultimo, che gli ha trasmesso la passione per Lupin; infine, incontriamo le versioni più giovani anche degli altri protagonisti della storia e assistiamo agli eventi che hanno portato all’attuale presente.

Va detto che la sceneggiatura dei sei episodi della prima stagione (la seconda è già in programma), come fatto notare da molti, presenta delle ingenuità non indifferenti e che fanno a tratti storcere un po’ il naso. Però la serie piace, forse e soprattutto grazie a Omar Sy, perfettamente calato nel ruolo sornione e strafottente di un moderno Lupin. Perfetto “nonostante” il colore della sua pelle, verrebbe quasi da dire, ma se avete letto bene quanto ho scritto finora, dovreste aver capito che quest’ultimo è un fattore ancora meno rilevante di quanto già non dovrebbe essere. Perché quello che conta davvero è che Lupin, in fondo, riesce nel suo intento numero uno: restituire al 2021 il gusto di un incorreggibile, inafferrabile ladro gentiluomo senza tempo (e senza colore).
Andrea Ravasio
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