Libri io e bafometto

Published on Maggio 4th, 2021 | by Lia Amen

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C’eravamo una volta… Gregorio Meier, io e Bafometto

 Io e Bafometto

Gregorio H. Meier, Io e Bafometto, Wojtek edizioni

Ci sono oggetti, ma anche individui e luoghi ed entità di varia natura, capaci di esercitare su di noi una certa attrazione che qualche volta nemmeno riusciamo a spiegarci. Usiamo dire che ne subiamo il “fascino” e ricorriamo a questa parola per evitare di dover fornire ulteriori spiegazioni. La nostra consapevolezza di parlanti spesso si ferma al di qua del senso pieno di ogni parola, e non sempre ricordiamo che utilizzando una parola come “fascino” siamo già entrati nel territorio della “magia” e stiamo in realtà subendo delle influenze che per sintesi potremmo definire “misteriose”. Qualche volta, poi, volendo invece rimarcare il senso di una forza che sfugge al nostro controllo, soprattutto quando questa energia sprigiona da un altro individuo che quindi ci attira a sé in maniera imprevista e inesorabile, diciamo che ha agito una forza magnetica. Alcuni, riferendosi a campi magnetici in cui si manifestano fenomeni di carattere sensuale, dicono, ad esempio, che tra due persone è scattata una certa “alchimia”. Quando abbiamo a che fare con i libri accade più o meno la stessa cosa (la locuzione “più o meno” serve a non impressionare troppo, ma sembrerà superflua agli amanti dei libri!) e accade realmente di stabilire relazioni con questi.

Io e Bafometto di Gregorio H. Meier, “apparso” il 3 maggio per i tipi di Wojtek Edizioni, è un libro capace di trascinare il lettore in un territorio occulto, e di suscitare tutta una serie di emozioni difficili da raccontare. È un libro che stordisce il lettore e, al contempo, lo tiene legato a sé attraverso una forza misteriosa cui proviamo adesso a dare una spiegazione, consapevoli sin dall’inizio della fallacia di questa minuscola impresa. Per dire qualcosa di concreto intorno all’opera, faremo riferimento alla sua natura di prosimetro: raccolta di racconti che insieme fanno quasi un romanzo, l’alternanza di versi e prosa si pone da subito all’attenzione del lettore attraverso un proemio che introduce immediatamente nell’atmosfera del libro e anticipa personaggi e suggestioni e temi che troveranno spazio tra le pagine e tra le emozioni del lettore. I versi sono intercalati nei racconti sotto forma di bizzarre prove poetiche, solenni inni a divinità, curiose formule magiche, filastrocche in rima che spesso sfociano in esclamativi suoni onomatopeici e possono essere capaci di sciogliere nodi narrativi… man mano i versi acquistano anche maggiore importanza, fino a catturare lo spazio di intere sezioni o capitoli, e a offrirsi sotto forma di “poemi”. Se già le origini del prosimetro, inteso come genere letterario, sono da collegare agli intenti parodici verso la poetica e le liriche della tradizione greca e trovano la loro più compiuta espressione nella satira menippea, l’opera di Meier – nella sua estrema modernità – recupera questo aspetto e confonde continuamente il lettore accompagnandolo in ripetute capriole tra acquisizioni e capovolgimenti di significato, e momenti di irresistibile nonsense che producono effetti vertiginosi.

Ma di cosa racconta il libro? Di un’avventura picaresca popolata da matti, ubriaconi, trentenni squattrinati, poetastri, uccelli, topi, serpi, re e regine, ma, soprattutto, diavoli! Diavoli sapienti e ammaliatori, complici, diavoli sconfitti e redivivi, provocatori… Una storia di trasformazioni a catena, di giri vorticosi e capitomboli, di inseguimenti, di luoghi da raggiungere e luoghi da conquistare e luoghi promessi che non esistono, come non esistono le presenze di cui pure avvertiamo i passi e ci trascinano in un tenebroso cono di paure.

Gregorio Meier ci tira dentro un intrigo letterario, una trappola magica che incanta e stordisce, e ci rende definitivamente vittime di un sortilegio, dove il senso di un viaggio avventuroso – quasi un sogno – si trasforma continuamente, fino a perdersi e a rigenerarsi, per poi annullarsi ancora in un continuo annebbiamento dei sensi. Siamo irrimediabilmente intrappolati nelle pagine, al fianco dei protagonisti, che mutano essi stessi – il narratore si trasforma e si sposta di racconto in racconto – e ci confondono fino a insinuare il dubbio che l’avventura narrata non riguardi che il lettore e nessun altro.

Ci tiene a galla, aggrappati a una flebile coscienza, una lingua generosa, ricca ed elegante, che salva il lettore dallo smarrimento totale attraverso una confortevole armonia che tiene insieme i fili del non senso e dei continui ribaltamenti di significato, una lingua che tiene desta la coscienza e ristora lo spirito attraverso un genuino divertimento e grazie anche a inattese, profonde e illuminanti riflessioni. Una prosa fluida e ben costruita, che mescola con lucidità termini afferenti non soltanto a diversi registri, ma a diverse culture: il lettore partecipa a un ricco banchetto cui siedono letterature e culture e filosofie distanti tra loro, che tracciano una mappa nutrita dello scibile universale, dato in pasto al lettore e poi subito rovesciato mediante la sua negazione. Del resto, un libro alchemico che si rispetti non può non attingere a un vasto e antichissimo repertorio di teorie e operazioni relative alle culture più remote, al fine di condurre il lettore a un processo di rigenerazione spirituale, che però nel nostro caso culmina nelle soluzioni più inimmaginabili!

Io e Bafometto ci immette in un labirinto di simboli dove ogni oggetto non è mai unicamente se stesso, ma reca sempre la traccia di qualcosa d’altro, avvolto com’è in un moto di perpetua trasformazione. Tutte le letterature, le filosofie e le divinità che le esprimono e le sostengono, appaiono qui legate attraverso i fili della magia, in un tentativo ultimo di comprendere e regolare le fitte corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo, un tentativo destinato a fallire e a ribaltare ogni piccola conquista di senso.

La magia di questo nuovo Wojtek agisce sul lettore sin dall’effetto ottico della copertina, che gli fa strabuzzare gli occhi mentre lo invita a varcare la soglia di un piccolo universo avvolgente e straniante al tempo stesso.

Gregorio Meier ci consegna un libro di grande atmosfera: la suggestione che ne deriva ci induce a sperare di tornare a leggerlo presto!

Il topo non ci capiva un fico secco. Più provava a sbrogliare i suoi labirinti, più tutte le lingue della natura gli entravano dentro – in testa, nel cuore, in pancia – e montavano e montavano che gli pareva d’essere sul punto d’esplodere. Per non parlare della fame e della sete che continuavano a tormentarlo senza tregua. Sembrava non esistesse un limite alle disgrazie. Poi però, a furia di torturarsi i giri del cervello, andò che a Cupido gli sovvenne la sua filastrocca, La frottola del topo – una bugia, ci tengo a ricordarlo, grossa come una casa – ed era la prima volta che ne comprendeva il significato al di là dei suoi patetici buongiorno. So che potrà suonare impossibile, ma fu proprio grazie alle parole della sua filastrocca che il topo si sentì subito rincuorato.

Fu come un’epifania. Lì per lì Cupido non aveva idea di come potesse essere possibile tutto ciò. E in fondo, cosa volete che gliene importasse? Canta e canta l’incubo stava svanendo, e tanto bastava. Soltanto col tempo avrebbe compreso il potere benefico delle sue bugie e, più in generale, di come tutto nel mondo abbia a che fare con la menzogna, la dissimulazione, l’incanto. Grazie alla sua filastrocca gli alti e i bassi del cuore, i drammi del grande cerchio della vita, le miriadi di lingue che gridavano la fame per tutto il bosco gli sembravano semplicemente parte di un destino dal quale in un modo o in un altro sarebbe riuscito a cavarci le gambe. Un destino a cui poter dire, di quando in quando: “Buongiorno”.

Orbi birbe e barbeblù

svela al mondo Belzebù.

Bafometto sa di più:

TIC e TAC e poi CUCÙ

 


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Il cefalo porteño



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