È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino: nella vita vince chi persevera
Titolo: È stata la mano di Dio
Anno: 2021
Regia: Paolo Sorrentino
Genere: Drammatico
Interpreti: Toni Servillo, Filippo Scotti, Massimiliano Gallo, Luisa Ranieri, Renato Carpentieri, Teresa Saponangelo, Lino Musella
Durata: 130 minuti
Distribuzione: Netflix, Lucky Red
“Ho fatto quello che ho potuto, non credo di essere andato così male” (Diego Armando Maradona)
D’altronde nel contratto nazionale collettivo del recensore è scritto chiaro: uno dei doveri di chi scrive è quello di essere, all’occorrenza, anche un bugiardino medico. Per cui, in ottemperanza del ruolo, meglio togliersi subito il dente e avvertire chi dal 15 dicembre su Netflix deciderà di vedere È stata la mano di Dio, il nuovo film di Paolo Sorrentino. Perché la visione del lungometraggio può provocare nel breve sintomi più lunghi e persistenti di quelli che avrete per effetto del booster da terza dose. Nel senso che i protagonisti, le battute, certe suggestioni, vi resteranno appiccicati addosso per un po’, con tanto di flashback improvvisi capaci di legare i luoghi alle scene del film. Suggestioni, appunto. Ma non è questo che in fondo desideriamo quando ci lamentiamo per l’assenza del caro vecchio potere del cinema?

Lo sbarco del primo uomo sulla luna
Per cui, bando alle ciance. Parliamo del film.
La storia ruota intorno alla figura di Fabietto Schisa (Filippo Scotti), alter ego del regista. Un ragazzino di poco più di quattordici anni che, come molti suoi coetanei, a ogni inizio estate si lascia trascinare dai tormentoni di fine campionato legati al calciomercato. Solo che l’anno in questione è il 1984. Un anno storico, che vale per i napoletani come il 1989 per i tedeschi con la caduta del Muro di Berlino o come il 1969 per l’intero blocco occidentale, con lo sbarco del primo uomo sulla Luna. E il tema che brucia i pensieri di Fabietto Schisa è il possibile arrivo di Maradona a Napoli. Il ragazzo ne parla costantemente. Con il fratello che gli pone una domanda di non semplice risposta: “Se dovessi scegliere tra una chiavata con zia Patrizia e Maradona al Napoli?”. Fabietto, proprio nel momento in cui risponde di preferire Maradona alla zia Patrizia (una bellissima Luisa Ranieri), inizia a crederci veramente. Un atto di fede che non sarà condizionato né dal pessimismo del padre Saverio (Toni Servillo) “Secondo te Maradona viene dint’a stu cess’?”, e neanche dalle dichiarazioni apocalittiche dello zio Alfredo (Renato Carpentieri) “Io se Maradona non viene a Napoli mi uccido”. E alla fine, la fermezza del ragazzo viene premiata, quando a un semaforo di Corso Europa, davanti agli occhi stupefatti di Fabietto e il fratello, Maradona appare alla maniera della Madonna con Paolo Brosio. Una visione mistica che anticipa il miracolo: l’ufficialità e la presentazione al pubblico del D10s che avviene il 5 luglio del 1984, quando come Armstrong sulla Luna, Maradona atterra al San Paolo (ora manco a dirlo, Stadio Diego Armando Maradona), per compiere quello che sarà un piccolo palleggio per un uomo e un grande balzo per l’umanità napoletana.
È la vita: si ride e si piange
Ma questo non è un film su Maradona. C’è, ad esempio, il tema della famiglia. Quella di Fabietto appartiene alla buona borghesia napoletana, è chiassosa, divertente, travolgente, contagiosa, capace di mettere in piazza, senza nessun pudore, gioie e problemi intimi. A osservarla si ride di gusto. Ci si diverte con gli scherzi, i giochi, le provocazioni, le tavolate goliardiche, la comicità involontaria di personaggi pittoreschi. Poi però c’è il dramma, che arriva senza preavviso. Ad anticiparlo solo un «Marì, non fa’ scherzi…», pronunciato da Saverio alla moglie, interpretata da una meravigliosa Teresa Saponangelo. Che cambia la vita di Fabietto e con essa anche il registro del film. Da questo punto in poi ci si commuove. Anzi, no. Si piange proprio.
Fabio, non ti disunire
D’altronde così è la vita: si ride e si piange.
Un brusco risveglio per lo spettatore, che Sorrentino giustifica mettendo in bocca al suo Fellini una frase su cui Fabietto costruirà da lì in poi il suo destino: la realtà è scadente. Lo spettatore seguirà Fabietto attraversare sentimenti di solitudine, di compassione e di pratico cinismo. Come quello derivato dalla botta di culo che lo spinge a non seguire i genitori nella casa in montagna. C’era Napoli-Empoli e lui saluta la mamma dicendo “Diego mi aspetta”. Questo lo salverà. Una coincidenza del destino, in cui lo zio Alfredo vedrà il pugno miracoloso del santo: «È stata la mano di Dio a salvarti, è stato lui!».
È stata la mano di Dio
«Ma lo sai come fanno i motoscafi offshore quando vanno a 200 all’ora? Tuf, tuf, tuf»
Fabietto Schisa e lo spettatore scopriranno insieme che la vita non è accomodante. È dura, diretta, tosta proprio come la figura potente di Antonio Capuano. Capiranno che per emergere serve perseveranza, quella che il fratello maggiore riconosce in un Maradona intento a battere punizioni. Quella che molti di noi non avranno mai, perché come disse una volta in una presentazione lo scrittore Alessio Forgione, chi vive a Napoli è un po’ portato ad accontentarsi. Scopriranno che è necessario non fuggire dalla conflittualità, perché lì è nascosta quella scorta di coraggio che ci serve per rigettare indietro le nostre vigliaccherie e a uscire dal nostro dolore. Capiranno che è necessario gettarsi a mare e rimanere a galla. Guardare il rosso dei fumogeni di segnalazione e poi seguire la corrente che ti riporta verso il golfo. A casa.
Fabio D’Angelo





