Mal di Torino
Non è solo il classico odio e amore, e non è solo una specie di male di vivere. Non c’entrano gli stereotipi sulla Torino esoterica, tanto meno si parla di male assoluto. È più un male relativo. O meglio misterioso. È un eterno stato d’irrequietezza che negli ultimi vent’anni si è reso sempre più palpabile fino a trasformarsi nel tratto distintivo di ciò che ci rende torinesi a tutti gli effetti. Senza dimenticare gli ospiti, quelli che a Torino sono solo di passaggio on in visita e che poi tornano indietro magari toccati da questa malia.
In ogni caso, ammesso che esista, è un sentimento dalle molte facce e poco definibile che merita di essere indagato.
Per tanti anni mi sono sentita un’esule da Napoli, dalla grande città, relegata nella, a volte, soffocante provincia. Poi, partendo (più di una volta), sono diventata esule anche da lì. E i sentimenti che si creano sono contorti, a volte difficili da spiegare.
Ho scelto Torino come mia casa per qualche anno, l’ho presa, fatta mia e infine abbandonata, forse solo per sentirne la mancanza, per sentire il “mal di Torino”, italiano cugino alla lontana di quel mal d’Africa di cui tanti parlano o sparlano. E c’è chi il Mal di Torino lo ha scritto, in un certo modo lo ha quasi diagnosticato: Fabrizio Vespa, giornalista torinese, che di questa malia ne ha fatto un libro.
Un libro che parla di come un luogo è in grado di influenzare gli spiriti e gli stati d’animo delle persone che lo abitano e di come Torino in particolare sia segnata a volte da ombre che vanno ben oltre quella della Mole. La sabaudade, il sagrìn, la spina al fianco che ti pizzica non appena ti allontani dalla città, o la città si allontana da te. Un male che è molto più di una malinconia, che anzi diventa quasi un marchio di fabbrica per questa città che di fabbriche ci si è fatta la spina dorsale. Il mal di Torino è una specie di empasse, un gap, quello di chi fa un passo indietro per cercare di guardare più avanti, di chi sceglie la strada più tortuosa, perdendosi, per arrivare al traguardo, della città che da capitale diventa periferia, che sia per scelta o pigrizia poco importa. Fabrizio dà una visione della città sabauda e dei suoi abitanti che un esule come me da troppe città forse non avrebbe colto fino in fondo, abbagliata da quel fascino così discreto ed elegante che Torino ha sempre avuto ai miei occhi. Lo fa attraverso lo sguardo e le parole di 10 nomi illustri, da Alberto Salza a Steve Della Casa, da Bruno Gambarotta a Ilda Curti e così via, persone che non solo la abitano Torino, ma contribuiscono a renderla la città che è. Lo fa attraverso l’amore epistolare tra Cesare Lombroso e sua figlia Gina, che intervallando le varie testimonianze è testimonianza esso stesso della comparsa di questo particolarissimo “umore” dell’anima. E, infine, lo fa attraverso le illustrazioni del Mal di Torino, vera perla all’occhiello di questo libro, che riescono a cogliere il cuore visionario di questa città così contraddittoria, lenta e irrequieta al tempo stesso, come l’incrocio perfetto tra una lumaca e uno di quei rinoceronti di via Foggia 28.
M.
voto: 6.5




