Musica L'albero delle noci

Published on Marzo 12th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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Brunori Sas – L’albero delle noci

C’era da aspettarselo. Dario Brunori, che della capacità di raccontare la vita ha fatto un’arte, torna con L’albero delle noci e lo fa a modo suo: senza clamore, senza forzature, con quella naturalezza che sembra quasi disarmante. Un disco che non urla ma che arriva dritto al cuore, che non si agita ma lascia il segno. Pubblicato il 14 febbraio 2025, co-prodotto con Riccardo Sinigallia – uno che sa il fatto suo quando si tratta di raffinatezza sonora – l’album conferma che si può parlare di sentimenti, malinconie e giorni che passano senza risultare retorici. E soprattutto senza perdere un briciolo di autenticità.

Manuale per restare in piedi

Dieci canzoni. Una più seria dell’altra. Ma senza prendersi troppo sul serio, che è già qualcosa. L’albero delle noci è un album che gioca con le sfumature, che si muove tra la luce e l’ombra, tra un sorriso accennato e un pugno allo stomaco ben assestato. Si parte con Per non perdere noi, una dichiarazione d’amore sussurrata tra le pieghe della quotidianità: quella che resiste, che si aggiusta, che si tiene in piedi nonostante il tempo. Una canzone che ha il sapore delle cose semplici, come il caffè delle sette di mattina o una vecchia fotografia trovata per caso in un cassetto.

Poi arriva L’albero delle noci, brano che ha conquistato il podio di Sanremo, dove il tempo che scorre inesorabile è raccontato con la delicatezza di chi sa che la vita è un soffio, ma non per questo smette di abbracciarla. Ed è qui che si comincia a capire la magia di questo disco: la capacità di alternare leggerezza e profondità. In Il morso di Tyson, invece, Brunori si inventa la boxe come metafora dell’amore. Ma non è il romanticismo dei film anni ’80: qui ci sono colpi bassi, caschi che non proteggono niente e strette di mano che, forse sì, valgono ancora qualcosa.
Mentre La ghigliottina affonda i denti in una critica sociale lucida e spietata.

Tra dialetto e memoria, il cuore di Brunori

E poi c’è Fin’ara luna, cantata in dialetto calabrese, perché alcune cose, se non le dici nella lingua in cui le hai pensate da bambino, non hanno senso. È una ninna nanna. O forse no. Parla di nostalgia, di mare, di terra, di casa, di appartenenza. E di chi se n’è andato, ma non con drammi hollywoodiani. Brunori la canta con una voce che sembra arrivare da lontano, come un’eco che si perde tra le colline e le case addormentate.
Vulissi a caminà fino a la luna / Ma sentu ‘stu duluri chi un mi fa’ respira’ / Ti nni sì ghiuta senza fa’ rumore / E mm’ha lassatu sulu cca, comu nu baccalà.
Non serve traduzione.

La luna che ascolta

E poi c’è Luna nera, una di quelle canzoni che ti fanno compagnia quando tutto sembra fermo. Brunori parla con la luna, le chiede di non piangere, come se fosse possibile trovare conforto in qualcosa di così distante:
Luna, non piangere, dai / Non ti ci mettere anche tu / Che la notte è già troppo buia / E non ti vedo più.
Il pianoforte e il sax riempiono il vuoto senza esagerare, lasciando spazio al silenzio, come se la musica stessa sapesse quando è il momento di farsi da parte. È il brano di chi cammina senza meta, di chi si sente fuori posto, di chi cerca un appiglio anche solo in un riflesso nel cielo. Una carezza musicale, una di quelle che restano dentro.

Un finale che lascia il segno

E poi arriva Guardia giurata, l’ultima traccia che chiude tutto. È la canzone che ti fa venire voglia di telefonare a qualcuno che non senti da tempo. Anche se non sai cosa dirgli. Non ci sono inutili complicazioni: c’è solo la voce di un uomo che si scontra con la fragilità del tempo, con le regole che separano, con la memoria che pesa come un macigno. E quella sensazione che le cose semplici, quando accadono, ti tagliano le gambe.
E in una stanza d’ospedale, come la sera di Natale / Io, tu e tua madre, per tutta la vita / Con tutto l’amore.

Un album da ascoltare, senza fretta

L’albero delle noci non è un album da sottofondo. È un disco che va ascoltato con calma, magari in una sera qualunque, con un bicchiere di vino in mano e il cuore un po’ più aperto del solito. Perché dentro c’è tutto: il tempo che passa, gli amori che resistono, le cicatrici che non vanno via. Brunori racconta tutto questo con sincerità, senza fronzoli, con la naturalezza di chi sa che certe storie funzionano proprio perché somigliano alla vita.

Fabio D’Angelo

 

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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