Due spicci. Ovvero: il navigatore che ricalcola, i sogni che scadono e il conto che prima o poi arriva.
La vita dopo il futuro.
La generazione del ricalcolo percorso
C’è una cosa che succede quando superi una certa età, e la cosa interessante è che nessuno riesce mai a stabilire con precisione quale sia quell’età. Per alcuni accade a trent’anni, per altri a quaranta, per altri ancora il giorno in cui si ritrovano a svuotare la casa di un genitore, oppure a firmare un mutuo, oppure a guardare una fotografia e rendersi conto che la persona ritratta non esiste più, anche se tecnicamente è ancora viva e quella persona sei tu.
È il momento in cui capisci che il futuro ha smesso di essere un luogo.
Per anni il futuro è stato una specie di continente immaginario. C’era il lavoro che avresti trovato, la casa che avresti comprato, la persona che avresti amato, il libro che avresti scritto, la versione migliore di te stesso che stava sempre qualche chilometro più avanti sulla strada. Bastava continuare a camminare e prima o poi l’avresti raggiunta.
Poi un giorno ti guardi intorno e scopri una cosa piuttosto imbarazzante: che la strada è finita da un pezzo e che stai guidando dentro una rotatoria gigantesca mentre il navigatore continua a ripetere: «ricalcolo percorso».
È da qui che parte Due Spicci.
Non dalla scomparsa dei soldi del conto corrente, non dal mistero, non dal bar gestito da Zero e Cinghiale.
Parte da quella sensazione che conosce chiunque abbia avuto vent’anni negli anni Novanta o Duemila e quaranta negli anni Venti del nuovo secolo: la sensazione di avere studiato per un esame che nel frattempo è stato cancellato.
Apparteniamo a una generazione cresciuta dentro una narrazione lineare. Studi, lavoro, autonomia economica, famiglia, stabilità. Non era necessariamente una promessa di felicità, ma sembrava almeno una mappa. Sembrava esistere una sequenza riconoscibile di passaggi, una strada che milioni di persone avevano percorso prima di noi e che, con qualche deviazione, avremmo percorso anche noi.
Poi, mentre eravamo già in viaggio, qualcuno ha smontato la strada.
Così oggi ci ritroviamo circondati da quarantenni che vivono come se fossero ancora in prova, che considerano provvisoria una vita che dura ormai da vent’anni, che continuano a rimandare decisioni definitive non perché siano immaturi ma perché sono stati addestrati a credere che il momento giusto dovesse ancora arrivare.
Ed è qui che Due Spicci smette di essere una serie su un gruppo di amici di Rebibbia e diventa qualcosa di molto più universale. Perché la precarietà che racconta non è soltanto economica. È una condizione sentimentale. È il modo in cui il lavoro entra nelle amicizie, nelle relazioni e nell’idea stessa che abbiamo del futuro. È la sensazione di vivere in una stanza ammobiliata della propria esistenza, continuando a ripetersi che prima o poi arriverà la casa vera.
I buffi
Il titolo della serie parla di soldi. Ma i soldi sono quasi una distrazione.
I veri buffi sono altri: gli amici che non chiami da mesi, le persone che hai dato per scontate, le telefonate rimandate, i sogni lasciati parcheggiati in un angolo con la promessa di tornarci appena ci sarà un po’ più di tempo.
In Italia la parola “buffi” ha qualcosa che la parola “debito” non avrà mai. Debito è la parola della banca, dell’avvocato, dell’ufficio recupero crediti. Buffi è la parola del quartiere, la parola delle promesse, dei favori, degli amici. È una parola che contiene già l’idea che i conti tra le persone non si chiudano mai del tutto. Ed è forse per questo che il titolo della serie è più intelligente di quanto sembri. Perché i soldi spariti dal conto sono soltanto il pretesto. I veri buffi sono quelli che ciascuno dei personaggi ha contratto con il proprio passato. Il problema è che il tempo non arriva quasi mai. Passa, e mentre passa cambia forma alle cose.
La verità è che i sogni non si infrangono quasi mai nel modo spettacolare che immaginavamo da ragazzi. Non c’è una colonna sonora, non c’è una scena madre. Nella maggior parte dei casi si consumano lentamente, come una scritta lasciata per anni sotto il sole. Restano lì, ancora leggibili, ma sempre più sbiaditi. Diventare scrittore, musicista, fotografo, rivoluzionario. Cambiare città, cambiare vita. Diventare qualcuno. A un certo punto smetti di chiederti quando accadrà e cominci a chiederti se desideri ancora la stessa cosa.
È una differenza minima solo in apparenza. In realtà è il confine invisibile tra la giovinezza e tutto ciò che viene dopo. E Due Spicci è piena di questi fantasmi, di persone che continuano a vivere, lavorare, scherzare, innamorarsi, discutere e fare progetti mentre sotto la superficie stanno facendo i conti con ciò che non sono diventate. Non perché abbiano sbagliato, ma perché nessuna vita assomiglia davvero alla bozza che avevamo scritto a vent’anni.
Montini e la teoria dell’uomo trasparente
Poi c’è Montini. E qui la serie smette di essere soltanto una storia generazionale e diventa qualcosa di molto più scomodo. Perché Montini è uno di quei personaggi che tutti conoscono. Non lui precisamente: uno come lui. Quello che c’è sempre stato, quello che compare nelle fotografie di gruppo, quello che tutti salutano e nessuno guarda davvero.
La grande tragedia di Montini non è il bullismo, non è l’umiliazione, non è nemmeno la rabbia. La sua tragedia è l’invisibilità. 
Perché essere odiati significa occupare uno spazio nell’immaginazione degli altri. Essere ignorati significa non occuparne nessuno. E a forza di essere trattato come una comparsa, Montini finisce per convincersi di esserlo. Il punto geniale della scrittura di Zerocalcare è che non trasforma questa storia in una giustificazione morale. Non cerca assoluzioni. Non cerca colpevoli. Mostra semplicemente ciò che accade quando una persona viene lasciata sola abbastanza a lungo da non riuscire più a distinguere la propria identità dal giudizio che gli altri hanno costruito su di lei.
Chiunque abbia visto crollare un ponte sa che il ponte non crolla il giorno del crollo. Crolla lentamente per anni. Il giorno del crollo è soltanto il giorno in cui ce ne accorgiamo. Montini è il rumore che sentiamo alla fine di una frattura iniziata molto tempo prima.
La vita dopo il futuro
Forse è questo che rende Due Spicci la cosa più adulta mai scritta da Zerocalcare. Non perché parli di adulti. Ma perché parla della vita dopo il futuro.
Dopo la fase in cui credi che tutto sia ancora possibile, dopo la convinzione che basti impegnarsi abbastanza perché le cose trovino il loro posto, dopo l’età in cui pensi che il tempo sia una risorsa infinita. A un certo punto scopri che il tempo è una materia prima. Che alcune persone non torneranno, che certe occasioni sono passate, che alcuni errori resteranno errori. E che la maturità forse non consiste nell’avere finalmente capito tutto. Consiste nell’accettare che non lo capirai mai.
Crepuscolo come metodo
Per questo Due Spicci colpisce così forte. Perché non offre alcuna consolazione. Non promette che i debiti si possano saldare, non promette che il passato possa essere corretto, non promette nemmeno che le persone imparino davvero dai propri errori. Ti dice soltanto che esiste una forma di dignità nel continuare. Continuare a voler bene alle persone, continuare a presentarsi, continuare a costruire qualcosa anche quando non assomiglia più al progetto originario.
Alla fine della serie resta soprattutto una sensazione difficile da descrivere. È la sensazione che si prova quando guardi una vecchia fotografia e riconosci contemporaneamente due persone diverse: quello che eri e quello che sei diventato. Entrambi convinti, in momenti diversi della vita, di sapere dove stavano andando. Entrambi costretti a scoprire che il navigatore stava improvvisando.
E forse diventare adulti significa proprio questo: smettere di chiedere alla vita la strada giusta, accettare che la mappa fosse incompleta e trovare comunque il coraggio di continuare il viaggio.
Anche quando la voce dal cruscotto continua a ripetere, ostinatamente, che il percorso è stato ricalcolato.
Fabio D’Angelo





