Film

Published on Luglio 16th, 2026 | by Andrea Panico

0

Django di Sergio Corbucci

Quando Django arrivò per la prima volta nelle sale cinematografiche, nel 1966, il western italiano aveva già una propria identità grazie alla trilogia del dollaro di Sergio Leone (Per un pugno di dollari, 1964; Per qualche dollaro in più, 1965; Il buono, il brutto, il cattivo, 1966) e, quindi, per avere successo bisognava seguire la strada spalancata da Leone oppure cambiarla. Corbucci addirittura la radicalizza, la rende più cupa, più sanguinolenta, politicamente acre rispetto a quella dell’amico Sergio, conosciuto assieme a Duccio Tessari nel 1959, quando collaborarono al peplum di congedo di Mario Bonnard Gli ultimi giorni di Pompei. Django irrompe sulla scena e calamita le masse di italiani e poi di europei, assurgendo a titolo western celeberrimo di Corbucci, ma non a suo capolavoro in tale filone, dato che esso è Il grande silenzio (1967).

L’immagine di apertura è impattante: un uomo trascina una bara nel fango lungo una strada desolata. È Django, un uomo dell’oltretomba, figura enigmatica e silenziosa incarnata da un bellissimo Franco Nero. Django non si muove nella caligine arsosa del western classico, ma nel fango, nei ruderi, nella polvere: illustrazione del degrado morale e della decomposizione della società che vi abita, metafora del capitalismo borghese degli anni ’60. Il regista romano si distacca dagli eroi probi alla conquista della frontiera, dai John Wayne, dai Gary Cooper e dal leoniano Eastwood, che rimane pur sempre un eroe; i suoi western sono un corredo di antieroi corrotti, spietati, senza dirittura morale. Torture, mutilazioni e sparatorie vengono mostrate con un’efferatezza innovativa per l’epoca e Corbucci ci palesa un mondo dominato dalla brutalità della sottomissione, un risvolto cruento e nichilista di quello che sarà Fantozzi negli anni ’70.

Le inquadrature sono metafisiche, i colori terrosi; la regia alterna con sapiente abilità lunghe attese a debordanti esplosioni di violenza — che tanto mandano in estasi Tarantino —, mantenendo costante la tensione. Determinante è anche la prova del ventenne Franco Nero, qui al suo primo ruolo da protagonista, che edifica un personaggio destinato a entrare nell’immaginario collettivo. Il suo Django parla poco, osserva molto, comunica attraverso la postura: lo sguardo glaciale, il poncho consumato e l’andatura stanca lo affratellano apparentemente all’Eastwood di Leone, ma lo distanziano in quanto è più uno spettro infernale che un giustiziere fuorilegge. A tutto ciò si aggiunge la musica dell’argentino Luis Bacalov, che amplifica il sostrato malinconico della pellicola.

Per primo Corbucci riuscì ad appannare deliberatamente l’epica del western per mostrare il lato più tenebroso e disilluso, usando esili risorse produttive e riuscendo a incassare tantissimo. In un genere dominato da eroi invincibili e narrazioni, in fin dei conti, rassicuranti, Django è l’opposizione rivoluzionaria che non si aspettava, forse, di diventare un cult e ancora oggi non ha perso la sua capacità di disturbare, affascinare e consentire allo spettatore di analizzare una solforica critica alla società attraverso un prodotto d’intrattenimento popolare, tanto che Tarantino gli ha reso omaggio con DJANGO UNCHAINED (2012), ambientato nel Sud schiavista degli Stati Uniti alla vigilia della guerra civile. Il suo protagonista, interpretato da Jamie Foxx, non è un pistolero bianco segnato dalla guerra, ma uno schiavo afroamericano che conquista progressivamente la libertà e la dignità. Il tema della vendetta rimane centrale, ma assume una forte valenza politica e storica: la liberazione personale del protagonista coincide con la denuncia della schiavitù, delle discriminazioni razziali e della violenza sistematica che hanno segnato la storia americana. Dal punto di vista stilistico, la violenza è strutturalmente più spettacolare e anarcoide e Tarantino costruisce il proprio film come un continuo dialogo con il cosiddetto filone degli “spaghetti western”, con citazioni esplicite, richiami musicali e persino un cameo di Franco Nero. Celebre è la scena in cui i due personaggi si incontrano e Nero domanda al protagonista il suo nome: un breve scambio che rappresenta simbolicamente il passaggio di testimone tra i due generi western. Sul piano ideologico, le due opere divergono intensamente: Corbucci mette in scena un universo privo di speranza, nel quale ogni forma di giustizia è votata al fallimento, in modo da provocare moti di ribellione nel fruitore; Tarantino sfrutta la pellicola con funzione catartica. Il cinema rimane pur sempre favola, sogno: Jamie Foxx riesce a sovvertire l’ordine oppressivo e a conquistare la propria libertà; la storia viene stravolta, offrendo allo spettatore una soddisfazione emotiva che la realtà storica non ha potuto garantire.

Andrea Panico

Twitter
Visit Us

Tags: , , ,


About the Author



Back to Top ↑
  • Seguici su facebook

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni
  • Giustizia per Mario Paciolla

    Mario Paciolla