Say It To Me Now e Glen Hansard che forse non è mai esistito davvero.
Stanotte ho rivisto Once, forse per una forma di tributo, per cercare delle risposte, per farmi volutamente del male, o per terapia e nonostante la stanchezza ho resistito fino alla fine, fino a veder scorrere le lacrime. In quel film, ancora una volta, ho trovato altre risposte, ma ci ritornerò alla fine.
La morte ha qualcosa che la differenzia da qualsiasi altra cosa si possa provare nella vita e non è la paura, l’ansia dell’attesa, tutto troppo banale, troppo prevedibile, ha ben altro: la capacità di sconvolgerti, di ribaltarti, di cambiarti i connotati quando arriva in maniera assurda, ma soprattutto ingiusta.
In questo ultimo anno e mezzo la morte è venuta a trovarmi più volte sempre con lo stesso tono beffardo e di sfida, maledettamente vincente e gigantesca in tutto il suo senso distruttivo e totalitario: la mia famiglia si è ritrovata in ginocchio, scossa dalle fondamenta. Dopo un periodo simile si è convinti, stupidamente, di essere invincibili e dell’impossibilità di essere nuovamente sconvolti, di sentire di nuovo quel vuoto dentro; a lei, invece, basta poco, un secondo, un attimo e ti ribalta nuovamente, si mangia qualcosa a te caro, spesso un qualcosa che ha contribuito alla tua formazione, alla tua struttura, alle tue fondamenta, alla tua linfa vitale.
Solo qualche settimana prima di questa tragedia parlavo con uno dei miei migliori amici musicista della forza di Glen Hansard, della sua capacità di far sembrare facile quello che in realtà è maledettamente complicato: scrivere una canzone, una grande canzone che ti scombussoli lo stomaco, che scavi dentro le tue viscere, nella parte più recondita, impolverata e dimenticata della tua indole, di quello che davvero sei e hai spesso, troppo spesso buttato nel cesso. Glen ci riusciva sempre e ogni volta meglio di prima. Ho letto da qualche parte in queste ore che qualcuno scriveva che lui cantava le sue canzoni come se fosse una questione di vita o di morte, come se fosse un momento irripetibile, come se quel messaggio dovesse arrivare a tutti, subito, rapidamente e non per la sua salvezza, ma per la nostra. Cantava con tutta la forza che aveva in corpo come se tentasse di buttare giù quel maledetto muro di polvere, perbenismo e convenzioni ma soprattutto abitudini che ci rendono persone stanche, inutili, vigliacche e incapaci di sognare perché di questo poi si tratta alla fine, di sognare!
A Glen ci sono arrivato da bambino: erano le feste di Natale ed ero da mia nonna, una forza inspiegabile mi ha portato al piano superiore a frugare nella libreria e a fermarmi sul dorso di una VHS blu allegata al Venerdì di Repubblica The Commitments. Avevo sempre dietro con me un walkman e un paio di cuffie: le attaccai al Mivar di nonna, scartai la VHS e la guardai tutta di un fiato mentre i grandi parlavano e prendevano il caffè, fu una visione, una catarsi, ero solo un bambino ma in quel momento mi fu chiaro e limpido che la mia vita intera sarebbe stata donata alla musica in un modo o nell’altro. A quella prima visione da bambino ne sono seguite centinaia, in maniera maniaca e compulsiva, tanto da imparare a memoria il film in ogni singola battuta e farlo diventare insieme ad Alta fedeltà la mia Bibbia personale. Gli attori-musicisti di The Commitments sono diventati degli amici per me e con alcuni di questi grazie ai social sono anche riuscito a scambiare qualche chiacchiera, seguivo le loro vite, le loro carriere e inevitabilmente il percorso di Glen era quello più interessante.

Ero orfano di Elliott Smith, non avevo fatto in tempo a trovare un mio faro illuminante che lo avevo già perso, ma la musica di Glen Hansard e dei Frames mi aspettava, pronta a mostrarmi un mondo immenso, montagne russe emotive fatte di stop and go, dinamiche assurde e una vocalità che riusciva sempre a fare qualcosa di più, ad andare oltre: Glen riusciva a distruggere tutto, a buttarti a terra, ma poi non ti sentivi solo capito e meno solo, non era come con Elliott, dopo quella tempesta Glen riusciva sempre a far sorgere il sole, ti guardava e ti diceva che dopotutto dentro qualcosa di buono c’era, che non eri da buttare, dovevi solo cambiare strada, guardare le cose da un’altra parte e soprattutto dovevi avere coraggio, lo stesso coraggio che aveva lui quando urlava forte quelle parole, percuotendo quella sua chitarra scassata: dovevi credere in te stesso, fino allo spasimo, fino alla fine e dovevi sorridere sempre.
Once è arrivato quando avevo compiuto 18 anni e per me non era solo un film, non era il mio terzo film preferito che si affiancava a The Commitments e Alta fedeltà, era testimonianza diretta, quelle immagini, quelle vibrazioni, quel detto e non detto suo e di Marketa mi hanno insegnato forse le cose più preziose che mi rendono quello che sono: cosa significa davvero amare e che questo spesso non fa rima con avere, sistemare e costruire ma spesso è sinonimo di donare e che proprio in quel momento diventa eterno, indissolubile, gigante. La semplicità, la brutale, insolente e meravigliosa grandezza della semplicità espressa in tutte le sue forme: visiva, sonora, gestuale ecco lui e Marketa in quel film sono semplicità espressa in qualsiasi maniera eppure così assoluti, così uniformi, eterni. La vita ha incasinato tutto, dentro c’è quel timbro tipico di chi la vita l’ha inseguita e presa a morsi e poi si è ritrovato vivisezionato e accantonato, però non smette di sognare, di riconoscere chi come noi lo fa e assisterlo, sostenerlo, camminare insieme anche solo per un piccolo pezzo di strada, anche se non si ha nemmeno la fortuna poi di salutarlo quando le strade si dividono, anche se ci viene strappato via, l’importante è aver sognato insieme, fissato il momento, averlo reso eterno, potente.
Tutta la vita di Glen Hansard, i suoi dischi, i suoi film, le sue esibizioni improvvisate per strada si portano dietro tutto questo, sono eterni, felici e veri, perché la verità non è una cosa esatta, giusta o forte ma è semplicemente qualcosa che spesso sta in piedi con il vento a favore ma che quando la guardi, quando ti attraversa ti fa sentire riconnesso a qualcosa di ancestrale, qualcosa che spesso non sai nemmeno di avere.
In Once alla fine Glen fa proprio questo: ritorna a Londra e insegue la verità che è la sua musica e il suo amore, lo fa con la stessa semplicità di quando tutto è iniziato su un marciapiede a cantare a squarciagola di notte, con la stessa chitarra sulle spalle e in aggiunta uno zaino. Prima di andarci chiede la benedizione del padre, ci tiene che lui ascolti la sua musica, ma soprattutto prima di andar via fissa qualcosa che resti, che renda quel processo unico, vero ed eterno: quel pianoforte per Marketa non è solo un regalo, è un atto d’amore, il più vero e totale che si possa fare per qualcuno, è un dirsi che alla fine va bene così e non perché non c’è stato niente, ma proprio perché tutto quello che è rimasto dentro vale molto di più. Il film non finisce con Glen Hansard, lui è già via, è già eterno, finisce con Marketa che rimette insieme i pezzi, con quel pianoforte che fa da amuleto catalizzatore di energia e la sua famiglia intorno, poi lei a un certo punto guarda fuori da quella finestra che poi corre via ed è tutto così eterno, inclassificabile, rarefatto, come se non fosse mai esistito, quasi mistico.
Bono Vox ha dichiarato che è meglio immaginare che Hansard non sia mai esistito, che sia stato sempre una presenza angelica nelle nostre vite, perché se non è mai esistito non può cessare di esistere e stanotte poco prima dei titoli di coda, quelle ultime immagini mi hanno fatto pensare proprio a questo.
Non so se ho scritto queste righe per ricordare Glen, la sua musica, Once, per ringraziarlo perché davvero mi ha cambiato la vita o forse perché ancora una volta, grazie a lui, mi sono riconnesso a quella parte di me che in questo anno e mezzo è stata profanata con una tale violenza da renderla quasi inesistente.
In questi anni spesso mi sono chiesto perché non avessi mai scartato quella copia del primo album di The Swell Season con Marketa che avevo cercato così famelicamente, forse non era solo un caso e non so se troverò il coraggio di farlo ora.
Sarà impossibile fare senza di te, perché aspettavo sempre un tuo nuovo progetto, un tuo disco, sicuro che non mi avresti mai deluso, e in qualche modo così mi sarei rifugiato, ora resteranno solo i ricordi, gli stessi ricordi che quando penso a Giulia spesso non mi fanno dormire; per questo Glen quando arrivi lassù, o ci ritorni, visto che a questo punto forse qui eri solo di passaggio, cercala per me e cantale Say It To Me Now come solo tu sai fare, lei capirà.
Grazie Glen!
“When you reached down to take my hand
And if you have something to say
You’d better say it now
‘Cause this is what you’ve waited for
Your chance to even up the score
And as these shadows fall on me now
I will somehow
‘Cause I’m picking up the message, Lord
And I’m closer than I’ve ever been before
So if you have something to say
Say it to me now
Just say it to me now”




