Cinque libri, un film e uno che da Edimburgo è arrivato fino a Palazzo Lancellotti
Irvine Welsh, molto lontano da Leith. Più o meno.
Bisogna partire da una cosa abbastanza strana, che detta nella forma più semplice possibile è questa: giovedì Irvine Welsh salirà su un palco a Palazzo Lancellotti, a Casalnuovo di Napoli. Scritta così sembra una normale informazione da programma di festival, autore, luogo, giorno, orario, tutte cose utili e abbastanza innocue, salvo che poi uno mette nella stessa frase Irvine Welsh, Palazzo Lancellotti e Casalnuovo, ci pensa qualche secondo e comincia a chiedersi come diavolo abbiano fatto queste tre cose a finire nello stesso posto.
Welsh nasce a Leith, il porto di Edimburgo, e cresce poi a Muirhouse, dentro quel pezzo di città popolare che in forme diverse finirà praticamente ovunque nei suoi libri: case popolari, pub, disoccupazione, eroina, calcio, rave, violenza e soprattutto gente che cerca disperatamente di divertirsi perché l’alternativa, spesso, sarebbe guardare troppo a lungo quello che ha intorno. Casalnuovo sta dall’altra parte d’Europa, ovviamente, ma forse non così tanto, perché Leith, Muirhouse e la provincia napoletana condividono almeno una condizione abbastanza precisa: essere periferia di una città che viene fotografata molto più di loro, stare abbastanza vicino al centro da subirne le conseguenze e abbastanza lontano da non comparire quasi mai nelle cartoline, ed essere posti che gli altri raccontano volentieri con quella miscela di pietà, folklore e allarme sociale che permette a chi guarda da fuori di tornarsene a casa convinto di aver capito tutto.
Welsh ha fatto una cosa diversa e, a pensarci, nemmeno particolarmente complicata da spiegare: ha preso quel mondo e gli ha restituito la prima persona. Non lo ha ripulito, non lo ha tradotto per renderlo accettabile, non ha messo le virgolette intorno alla gente che raccontava per avvertire il lettore rispettabile che sì, tranquillo, l’autore sa benissimo che quelli parlano male.
Li ha fatti parlare.
Ed è forse per questo che vederlo arrivare qui è meno assurdo di quanto sembri. Un festival nato in provincia, spostato in un’altra città della provincia dopo una storia che chi ci segue conosce abbastanza bene, apre con uno scrittore che ha costruito una carriera intera raccontando persone che nei resoconti ufficiali, di solito, compaiono quando succede qualcosa di brutto.
Abbiamo scelto cinque libri e un film. Non necessariamente i migliori, perché a quel punto dovremmo prima stabilire cosa significhi “migliore” quando si parla di Welsh e probabilmente finiremmo a discutere fino a giovedì, con il solo vantaggio di ritrovarci direttamente all’incontro. Sono piuttosto cinque libri che servono a seguirlo, a capire come è cambiato lui e come è cambiato il mondo che continua ostinatamente a raccontare.
Si parte, inevitabilmente, da Trainspotting.
Trainspotting (1993): il romanzo sulla droga che non è soltanto un romanzo sulla droga
Trainspotting è probabilmente il romanzo sulla droga più famoso scritto da uno scrittore che passerebbe buona parte del tempo a spiegarti che Trainspotting non è un romanzo sulla droga, o almeno non soltanto. Dire che parla di eroina è corretto più o meno quanto dire che Moby Dick parla di una balena: non è falso, semplicemente dopo averlo detto resta ancora quasi tutto da dire.
Ci sono Renton, Begbie, Sick Boy e Spud, certo, ma ci sono soprattutto Edimburgo, Leith, l’HIV, il calcio, la violenza, le famiglie, Thatcher e quella sensazione molto precisa di diventare adulti dentro un sistema che aveva già compilato buona parte delle caselle prima ancora che tu riuscissi a capire quali fossero le domande.
E poi c’è la lingua, che forse è la cosa decisiva. Welsh non prende lo scozzese della working class e lo ripulisce affinché possa entrare dignitosamente in letteratura, fa il contrario: prende la letteratura e la costringe a entrare lì dentro.
All’inizio leggi e ti sembra di non capire. Dopo un po’ capisci. Poi succede qualcosa di più strano: smetti di tradurre mentalmente quello che stai leggendo e cominci a sentire le voci.
È probabilmente lì che il libro comincia davvero.
E questi ragazzi fanno cose tremende senza trasformarsi nei casi umani che una certa narrativa sociale avrebbe potuto farne. Non chiedono al lettore di essere assolti, non aspettano che qualcuno spieghi quanto siano vittime della società prima di comportarsi da stronzi, e non sono neppure stronzi ventiquattr’ore al giorno, che sarebbe molto più comodo per tutti.
Sono persone, insomma.
Con tutto il fastidio che questa categoria comporta.
Trainspotting entrò nella longlist del Booker Prize del 1993 ma non arrivò alla shortlist. Gillian Beer, che faceva parte della giuria, ricorderà anni dopo che fu proprio discutendo del romanzo di Welsh che i giudici andarono più vicini a litigare; secondo Lord Gowrie, presidente della giuria, due membri lo consideravano offensivo e si opposero alla sua presenza nella selezione finale.
Una certa reputazione, insomma, Welsh se la costruì subito.
Poi il libro vendette più di un milione di copie nel Regno Unito.
Non sempre essere respinti porta fortuna, sia chiaro. Sarebbe una teoria consolatoria abbastanza stupida. Però ogni tanto succede che qualcuno ti chiuda una porta e, mentre stai ancora bestemmiando contro la porta, ti accorgi che dietro ce n’era un’altra molto più grande.
Su questa particolare dinamica, quest’anno, al FLIP abbiamo accumulato un’esperienza che avremmo tranquillamente evitato.
The Acid House (1994): Welsh alza il volume
L’anno dopo Welsh pubblica The Acid House e invece di provare a rifare Trainspotting, cosa perfettamente comprensibile dopo il successo di Trainspotting, prende buona parte di quello che aveva funzionato e lo rompe in pezzi più piccoli.
Racconti realistici, altri decisamente meno, gente che beve, si droga, scopa, picchia e viene picchiata, e a un certo punto persino Dio che trasforma Boab Coyle in una mosca. Cosa che detta così sembra il risultato di una serata in cui qualcuno ha mescolato Kafka, ecstasy e parecchio alcol, e forse non è neppure una descrizione completamente sbagliata.
Quello che resta, però, è il ritmo. Welsh scrive spesso come uno che sente della musica dalla stanza accanto e, anche quando prova a ignorarla, il basso continua a passare attraverso il muro. Le frasi accelerano, rallentano, cambiano voce, si interrompono e ripartono. L’acid house non è soltanto un titolo o l’ambiente culturale dentro cui si muovono i personaggi, diventa quasi un modo di organizzare la pagina.
Molti anni dopo Welsh pubblicherà davvero un disco con la The Sci-Fi Soul Orchestra. La tentazione di dire che fosse già tutto scritto è forte, e naturalmente la vita non funziona mai in maniera così ordinata, ma qualcosa c’era: nei libri di Welsh la musica non ha mai fatto semplicemente da sottofondo.
Decideva il passo.
A un certo punto ha smesso di farcela immaginare e ha acceso le casse.
Tolleranza Zero (1995): qui l’aria cambia
Poi arriva Marabou Stork Nightmares, pubblicato in Italia come Tolleranza Zero, e ci si accorge abbastanza rapidamente che la parte divertente della serata è finita.
Roy Strang è in coma dopo un tentativo di suicidio. Dentro la sua testa continua a passare da quello che gli è successo davvero, un’infanzia difficile, la violenza, gli abusi, la sua partecipazione a uno stupro di gruppo, a una specie di safari africano immaginario nel quale dà la caccia a un marabù. Il marabù è il male, la colpa, probabilmente entrambe le cose, e raccontata in tre righe la metafora ha più o meno la delicatezza di qualcuno che ti blocca a una festa per spiegarti un sogno “molto simbolico”.
Nel libro, però, funziona.
Forse perché Welsh non concede quasi nessuna via di fuga. In Trainspotting anche nei momenti peggiori poteva arrivare una battuta, una scena assurda, qualcuno che per qualche pagina rimetteva aria nella stanza. Qui molto meno.
Roy non è simpatico, ovviamente, ma non è nemmeno costruito per permetterti di odiarlo con tranquillità. Sarebbe troppo facile. Significherebbe sistemarlo dall’altra parte del tavolo e tornare a sentirsi persone perbene.
Welsh invece ti lascia lì dentro con lui.
Ed è scomodo.
Molti lettori considerano Tolleranza Zero uno dei suoi libri migliori. Stabilire se sia davvero il migliore mi interessa meno, anche perché con Welsh le classifiche cominciano rapidamente a sembrare un modo un po’ educato di perdere tempo, ma è sicuramente uno dei romanzi in cui diventa più difficile ridurlo allo scrittore della droga, delle bestemmie e dei ragazzi fuori controllo.
Qui c’è qualcosa di più cupo e meno facile da consumare.
Non è il libro con cui consiglierei di iniziare.
Poi esistono persone che, quando sentono dire “è parecchio pesante”, si illuminano.
Per quelle il consiglio è esattamente l’opposto.
Porno (2002): dieci anni dopo, un capitalismo diverso
Nel 2002, nove anni dopo la pubblicazione di Trainspotting, Welsh torna ai suoi personaggi. Dentro la storia, invece, di anni ne sono passati dieci e il semplice fatto che una buona parte di loro sia ancora viva, considerando il punto da cui partivano, meriterebbe già una certa attenzione.
In Porno tornano Renton, Begbie, Sick Boy e Spud e l’eroina non è più il centro della storia. Al suo posto arriva l’industria pornografica, nella quale Sick Boy intravede immediatamente un’occasione di guadagno, perché Sick Boy possiede quella particolare forma d’intelligenza che gli permetterebbe probabilmente di assistere al naufragio del Titanic e chiedersi, prima ancora delle scialuppe, chi gestisce il catering.
Però la cosa interessante non è soltanto vedere che fine hanno fatto loro.
È vedere che fine ha fatto il mondo.
Trainspotting apparteneva al thatcherismo, alla disoccupazione, all’eroina, a una working class a cui sembrava essere stato tolto quasi tutto e che aveva conservato, come ultimo diritto individuale, quello di mandarsi completamente a pezzi. Porno è già dentro un’altra fase, più commerciale, più lucida, apparentemente più libera, in cui persino lo squallore può diventare un’attività economica se trovi qualcuno abbastanza sveglio da fatturarlo.
Ed è forse qui, almeno è qui che me ne accorgo ogni volta che torno sui suoi libri, che tutta la faccenda dello scandalo, della droga e di quanto fosse “estremo” Welsh negli anni Novanta comincia quasi a diventare una distrazione.
Perché sotto c’è sempre stata una domanda molto più vecchia: cosa succede alle persone quando cambia il sistema dentro cui devono campare?
Da questo punto di vista Welsh è uno scrittore sociale quasi classico, il che detto di uno che ha costruito parte della propria fama facendo nuotare Ewan McGregor dentro una tazza del cesso può sembrare una provocazione, ma non lo è.
Dickens aveva gli orfani.
Welsh ha Sick Boy.
Non cambia necessariamente la domanda.
Cambia parecchio il mobilio.
Men in Love (2025): e se provassero perfino a innamorarsi?
Con Men in Love Welsh fa una cosa curiosa: invece di andare ancora avanti torna indietro e riprende Renton, Spud, Sick Boy e Begbie esattamente dove Trainspotting li aveva lasciati, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando l’eroina comincia a lasciare spazio alla cultura rave e questi quattro uomini che abbiamo visto drogarsi, picchiarsi, tradirsi e prendere un’impressionante quantità di decisioni sbagliate provano addirittura a innamorarsi.
La storia passa per Edimburgo, Londra, Amsterdam e Parigi, ci sono rave, sesso, relazioni e perfino un matrimonio. Il matrimonio, va detto, appartiene a Sick Boy, quindi eviterei di trarne conclusioni troppo ottimistiche sull’evoluzione della specie.
La cosa curiosa è che insieme al romanzo Welsh ha pubblicato anche Men in Love, un disco realizzato con la The Sci-Fi Soul Orchestra, costruito tra disco, soul, Motown ed elettronica. Dopo decenni in cui la musica entrava nei suoi libri e ne regolava il ritmo, questa volta è uscita dalla pagina e si è sistemata letteralmente accanto al romanzo.
Le recensioni si sono divise, inevitabilmente. Ogni volta che uno scrittore torna ai personaggi con cui è diventato famoso succede qualcosa di leggermente perverso nel rapporto con i lettori: vogliamo sapere che fine hanno fatto e contemporaneamente pretendiamo che non siano cambiati troppo. Vogliamo Renton adulto ma non completamente adulto, diverso ma riconoscibile, sopravvissuto senza diventare uno di quei cinquantenni che durante una cena iniziano spontaneamente a parlare del mutuo.
Forse non chiediamo nemmeno coerenza.
Vorremmo semplicemente che il tempo passasse senza fare troppi danni.
Che è una richiesta abbastanza irragionevole anche fuori dai romanzi.
Poi c’è il film
Nel 1996 Danny Boyle prende Trainspotting e riesce in una cosa che agli adattamenti cinematografici capita di rado: il film non si limita a non rovinare il libro, diventa qualcosa capace di esistere tranquillamente senza chiedergli ogni cinque minuti il permesso.
Ewan McGregor, Robert Carlyle, Jonny Lee Miller, Ewen Bremner, Kelly Macdonald, Iggy Pop, Underworld, Blur e naturalmente il cesso, che probabilmente è il gabinetto più famoso della storia del cinema dopo quello di Psycho, con la differenza non irrilevante che Hitchcock aveva avuto almeno la cortesia di non infilarci dentro lo spettatore.
Boyle capisce che non deve semplicemente trasferire sullo schermo quello che succede nel romanzo, perché la parte decisiva di Trainspotting non è mai stata soltanto ciò che succede.
È come viene raccontato.
Così la voce, lo slang e il ritmo diventano montaggio, musica, accelerazione, colori, corpi che corrono, e il film comincia a funzionare secondo una logica propria. È per questo che libro e film, trent’anni dopo, possono ancora stare uno accanto all’altro senza che uno sembri la versione illustrata dell’altro.
Il film ha trasformato Ewan McGregor in una star e ha fatto una cosa praticamente irreversibile a Lust for Life: per una certa generazione bastano i primi secondi e da qualche parte nella testa compare Renton che corre per Edimburgo.
Romanzi, cinema, sequel, musica, teatro.
A un certo punto Trainspotting ha smesso di essere soltanto un libro.
Non saprei dire esattamente cosa sia diventato.
Una specie di ecosistema, forse.
O un’infestazione.
La seconda definizione probabilmente gli piacerebbe di più.
Giovedì, Palazzo Lancellotti
E quindi giovedì Irvine Welsh sarà a Palazzo Salerno Lancellotti di Durazzo, a Casalnuovo.
Alle 20.30 sarà sul palco per Cavalcando L’ondra, alle 21.30 presenterà Men in Love. Il ritorno di Trainspotting e alle 22.30 farà un dj set, che in fondo, per uno scrittore che da trent’anni scrive come se da qualche parte ci fosse sempre una cassa accesa, non sembra nemmeno una deviazione così strana.
Succederà in una città che fino a poche settimane fa non compariva neppure nella geografia di questa edizione del festival e che adesso ne ospita l’apertura. È successo tutto abbastanza velocemente e non serve trasformare ogni articolo nella cronaca di quello che è successo prima, anche perché prima o poi le storie devono andare avanti.
Però una cosa è difficile non vederla.
Un festival nasce in un posto. Quel posto a un certo punto non lo vuole più. Il festival potrebbe chiudere, ridimensionarsi oppure pubblicare una di quelle dichiarazioni in cui si promette di “tornare più forti di prima”, formula che nella storia dell’umanità ha preceduto un numero piuttosto consistente di cose che non sono tornate affatto.
Invece si sposta.
E il primo grande scrittore che sale sul nuovo palco è uno che ha passato più di trent’anni a raccontare persone alle quali qualcun altro continuava a spiegare quali fossero le possibilità disponibili.
I suoi personaggi non scelgono quasi mai bene.
A dire il vero scelgono spesso malissimo.
Ma continuano ostinatamente a cercare una possibilità che nell’elenco iniziale non c’era.
Giovedì Irvine Welsh sarà a Casalnuovo.
Da Leith a Palazzo Lancellotti sono più di duemila chilometri e sulla carta, giustamente, sembrano parecchi.
Poi pensi a due periferie abituate a essere raccontate soprattutto dagli altri, a uno scrittore che ha passato la vita a restituire la voce a una di quelle periferie e a un festival che, quando gli hanno indicato l’uscita, ha cambiato indirizzo.
E a quel punto quei duemila chilometri sembrano molti meno.
Fabio D’Angelo



