Cefali live no image

Published on Ottobre 15th, 2013 | by Giuseppe D'Alessandro

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Peppe Merolla Quartet ft. Vincent Herring, live at Barrio Alto

Foto di Luciano Ruocco

Vincent Herring: sassofono contralto

Massimo Faraò: pianoforte

Aldo Zunino: contrabbasso

Peppe Merolla: batteria

 

Quello del jazz è un bel mondo. Un mondo di nevrotici, pantofolai, nottambuli, insonni, incostanti, asceti, diavoli, santi, viaggiatori, ubriachi, maniaci, e chi più ne ha più ne metta. Ma una cosa posso dirla: è un mondo pieno di amore e dedizione per il bello. Sarà per questo che a ogni concerto importante i jazzisti si ritrovano sempre tutti insieme per partecipare al rinnovarsi della bellezza, per assistere a quel rito sacro e quasi religioso che si ripete da decadi, sempre uguale a se stesso. Un luogo comune, che ha radici in qualcosa di – purtroppo – sempre più vero, dice che i musicisti di jazz sono superiori in numero agli ascoltatori. Il commentatore ironico potrebbe ribattere che quel vecchio adagio non si riferisce al numero complessivo di musicisti e a quello della totalità degli appassionati, ma al numero effettivo di jazzisti impegnati su un palco in confronto a quello di chi li ascolta. Facciamoci una (amara) risata, che è meglio! Fatto sta che quando arriva in una zona anestetizzata, come quella di Napoli e Provincia, un personaggio del calibro di Vincent Herring, altosassofonista statunitense considerato da anni uno dei capofila dello stile hard-bop, i jazzisti si trasformano in ascoltatori e si precipitano in massa ad ascoltarlo. Esattamente questo è successo sabato sera al Barrio Alto Jazz Club di Marigliano (NA), dove il grande virtuoso californiano è apparso come ospite di un gruppo non meno quotato, a nome del napoletano Peppe Merolla, batterista da anni di base negli Stati Uniti; a completare il gruppo, il tandem genovese composto da due maestri nostrani dello swing: Massimo Faraò al pianoforte e Aldo Zunino al contrabbasso. C’era una sala gremita di musicisti jazz di ogni età, una famiglia larghissima che agli occhi dei – non pochi – novizi accorsi, attirati dalla bellezza di questo locale asimmetrico e misterioso, devono essere sembrati tutti mezzi matti a urlare a ogni impennata incandescente di questa musica così brutale ed esoterica a un tempo. Piccola nota personale: se qualcuno presente in sala dovesse essersi infastidito per quelle esternazioni di giubilo, sappia che le più rumorose erano senza ombra di dubbio le mie.

È stata una serata memorabile. Vincent Herring, per dirla in gergo jazzistico, non è uno che musicalmente “le manda a dire”. Il suo è uno stile limpido, infuocato, pieno di be-bop e di blues. Non a caso può vantarsi di aver suonato stabilmente, durante la sua carriera, con gente come Art Blakey, Freddie Hubbard o Horace Silver. C’è in lui tutto un senso di appartenenza a un mondo espressivo che, visto con gli occhi oggettivi di oggi, e a distanza di oltre mezzo secolo dai capolavori di  Cannonball Adderley (l’altista di cui Herring si pone senza dubbio come epigono), è esso stesso l’immagine di quel processo di identificazione del jazz con la sua natura afroamericana, quel “quid” morfologico che, ammettendo per assurdo che sia possibile una definizione per un genere così vasto nelle sue sfumature espressive, ci permette di dire di un brano che “è jazz”.

E non è un caso che Herring sia intervenuto come guest star aggiunta a un trio che, pur italiano nella formazione, di jazz in senso ortodosso ne mastica, eccome. A partire da Merolla, contraddistinto da una tecnica ineccepibile applicata a una solida conoscenza del lessico di matrice be-bop, passando per Zunino, roccioso, puntuale e intelligente nel sostenere l’impianto ritmico-armonico, per finire con Faraò, accompagnatore sopraffino, improvvisatore privo di esibizionismo eppure sorretto da un senso straordinario dello swing come prima di lui lo furono giganti del calibro di Sonny Clark, Tommy Flanagan o Wynton Kelly.

Meraviglioso il repertorio messo in gioco: da This I Dig of You a I Got Rhythm, da Del Sasser a Stablemates. Insomma tutto rigorosamente jazz standard, che suonato da maestri del genere non figura come forzata esibizione di stile quanto come rievocazione mistica, eterno ritorno di un mondo di miti di un’età dell’oro che per i veri malati di jazz non è diversa dall’Olimpo omerico o dal Valhalla wagneriano. Non a caso un certo Keith Jarrett, parlando dell’immenso repertorio di standard, lo definisce come vero e proprio “vocabolario tribale”.

Quando la serata è finita, a luci abbassate e con l’immancabile nuvola grigia  che si alza dalla calca uscita a fumare, sono rimasti i soliti gruppetti di appassionati, a scambiarsi opinioni, impressioni, sensazioni, nei punti chiave di un club rimasto tra i pochi “templi” campani dove ascoltare jazz: il pianoforte, il bancone, il tavolo d’ingresso con l’immancabile scacchiera. Avranno già discusso del prossimo rito attorno al fuoco? Quali storie verranno raccontate? E quali eroi saranno glorificati? Ecco il fascino dell’epos. E del jazz.

Giuseppe

Foto di Luciano Ruocco

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