Musica

Published on Novembre 25th, 2016 | by Paolo Guazzo

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Orsobruto – Gabriele Panico

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Gabriele Panico, Orsobruto, Pocket Panther Records.

 

Impara tutto sulla musica e sul tuo strumento, poi dimentica tutto e suona come ti detta il tuo animo. (Charlie Parker)

Orsobruto


Strano destino quello del jazz. Pur avendo origini marcatamente popolari, discendendo di fatto dalle work songs, i canti che venivano improvvisati dagli schiavi afroamericani durante il massacrante lavoro nelle piantagioni del Sud degli Stati Uniti, nell’immaginario collettivo viene solitamente percepito come un genere musicale di nicchia, altero, spesso incomprensibile. Questo soprattutto in Italia, dove è sempre rimasto un po’ ai margini del mercato discografico, come se nel lungo viaggio da quella New Orleans d’inizio Novecento – straordinario laboratorio musicale dove il jazz come forma musicale è nato e si è affermato, nutrendosi dei colori e della vita frenetica dei quartieri più popolari, delle melodie creole e dei ritmi caraibici – avesse smarrito qualcosa della sua anima più genuina, della sua capacità di essere “genere di confine”, sempre propenso alla contaminazione, sempre capace di rigenerarsi, di modernizzarsi. Un’ipotesi poco plausibile. Quel che conta maggiormente, però, a prescindere dalla risposta del mercato o del successo fine a se stesso, è che anche nel nostro Paese il jazz ha risvegliato in molti l’interesse verso l’improvvisazione, ovvero la capacità di un musicista di saper interpretare la musica, mostrando tutta la sua versatilità. Una parola, quest’ultima, che mi è tornata alla mente proprio recentemente ascoltando Orsobruto, l’ultimo lavoro di Gabriele Panico, compositore e produttore pugliese, uscito qualche mese fa per l’etichetta Pocket Panther Records di Roma.

Dopo i numerosi progetti in ambito elettronico (con lo pseudonimo di Larssen) e la scrittura di numerose partiture per il cinema (Panico ha all’attivo collaborazioni con Carlo Michele Schirinzi, Stefania Casini e Pippo Mezzapesa tra gli altri), il polistrumentista e arrangiatore salentino ha registrato in solitarie multisessioni un album che, muovendo dal territorio del jazz più spiccatamente elettrico, ha il pregio di riuscire a spaziare, aprendosi all’elettronica e spingendosi fino alle sonorità da colonna sonora.

Lo stesso Panico recentemente lo ha definito “un disco dei Weather Report senza nessuno dei Weather Report al suo interno”. Probabilmente non ci troverete i lunghi capelli setosi e la fascia spugnosa di Jaco Pastorius, ma dentro Orsobruto c’è tutta l’anima fusion del bassista americano. Chitarre, fiati e percussioni che dialogano con tastiere, synth e campionatori. Dai ritmi tambureggianti di Budelloni e Grandercole, le due tracce che fanno da prologo e che conducono l’ascoltatore in un universo musicale distopico, al funky della title track Orsobruto, passando per le atmosfere orientaleggianti di Belostenni, fino alla cupezza elettronica di Pozar, degno epilogo di questo lavoro che fa della sperimentazione musicale il suo tratto distintivo.

“Siamo eredi di rivoluzioni musicali che hanno attraversato tutto il Novecento” – ha spiegato Panico in un’intervista – “io ho cercato di inserire tutte queste varie anime musicali nel disco”. Le intenzioni non sono state disattese: Orsobruto conferma pienamente il talento notevole di un musicista a tuttotondo, curioso e fine.

Paolo Guazzo

 

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