La banda Sacco – Recensione
“Questa storia assolutamente autentica l’ho potuta scrivere solo perché Giovanni Sacco, uno dei sei figli di Girolamo, m’ha invitato a raccontare le vicende della sua famiglia fornendomi documenti ufficiali, scritti familiari, e anche gli atti del processo. [….]
Ho tentato di raccontare, attraverso questo «western di cose nostre», per usare un titolo di Sciascia, come la mafia non solo ammazzi ma, laddove lo Stato è latitante, sia anche in grado di condizionare e di stravolgere irreparabilmente la vita delle persone”
Prolifico al punto da far dubitare della qualità dei singoli romanzi, Andrea Camilleri può invece prendere posto, e a pieno titolo, nell’olimpo dei giallisti consacrati alla letteratura (un nome tra tutti, Simenon).
Leggere Camilleri è coricarsi nella Sicilia a peso morto, stiracchiarsi e prendere sonno nella nenia della sua lingua, sua – di Camilleri – perché metà finzione e metà dialetto, carica di neologismi, espressionismi, geografie e luoghi inventati.
Il Commissario Montalbano, la sua fortuna editoriale e televisiva, non sono stati che il traino per le tante storie chiuse nel cassetto di questo vecchio siciliano, dopo una vita passata dietro le quinte della scena letteraria e artistica del dopoguerra, tra la ventennale cattedra di regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica e gli sceneggiati RAI.
La banda Sacco è la stesura in romanzo di una storia “assolutamente autentica” (specifica l’autore nella postfazione), di una famiglia vissuta nella Sicilia nei primi anni del Novecento che si ribella alla mafia.
Questo gesto, che a noi appare rivoluzionario, addirittura valoroso, viene raccontato come la più naturale delle inclinazioni umane; la reazione a un sopruso, a un’ingiustizia, a una calunnia è la normalità. La potenza del racconto sta in questa astrazione, che difficilmente riusciamo a cogliere in anni in cui siamo più abituati agli eroi che alla pratica quotidiana dell’affermazione di un diritto. Sottostare è contro natura, reagire no.
La famiglia Sacco impara presto che la piccola fortuna che è riuscita a crearsi onestamente, con fatica, va divisa con i mafiosi del luogo. Il pizzo è la condizione per campare, per avere una vita tranquilla e dignitosa. Inutile rivolgersi alle forze dell’ordine che non vedono e non sentono e nemmeno hanno tanta voglia di farsi ammazzare da gente più potente di loro, oltretutto per una famiglia di socialisti dichiarati.
Da questo momento in poi, i fratelli Sacco si trovano soli, stritolati da una mafia che, incapace di piegarli, li combatte con la sua stessa moneta: li accusa di reati mai commessi, con la complicità di testimoni falsi, indagini corrotte, autorità compiacenti e colluse.
I Sacco diventano, a tutti gli effetti, dei fuorilegge innocenti. Costretti alla latitanza, a fuggire come animali braccati dall’una e dall’altra parte, perdono ogni diritto a un giusto processo, agli affetti della famiglia, alla vita. In più, vengono fatti passare come criminali dalle autorità stesse, che hanno interesse a riabilitarsi più con la loro cattura che con una reale lotta alla mafia (quella vera).
Camilleri stesso definisce il racconto come “un western di cose nostre”, ed è così per ritmo, tempi, azione, personaggi: solo che non si parla inglese ma siciliano e, dall’altra parte, i cattivi sono i mafiosi, le autorità, gli sceriffi. E i buoni sono proprio i cattivi, ovvero quelli che la storia ci ha raccontato come tali.
Negli annali di storia della Sicilia, e nella memoria popolare, la “banda Sacco” è stata per decenni una banda di assassini, ladri e saccheggiatori, e solo un’operazione minuziosa di recupero li restituisce, più che alla gloria, alla verità. Se non fosse per questo libro, e per il suo autore, i fratelli Sacco non sarebbero altro che banditi comuni, travolti dalla storia per via di una naturale inclinazione alla giustizia come diritto primordiale.
Roberta Rega
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