Musica

Published on Marzo 12th, 2014 | by Roberto D'Angelo

St. Vincent – St. Vincent

St.-Vincent-St.-Vincent

Oh,what an ordinary day,
Take out the garbage, masturbate.

Se c’è una cosa che odio leggere nelle recensioni è la parola “contaminazione”. E se c’è una cosa che odio ancora di più è la parola “genio”. Però adesso mi ritrovo a scrivere dell’ultimo lavoro della signora Annie Erin Clark, in arte St. Vincent: il suo disco omonimo. E non è facile parlare di cotanto artista senza utilizzare l’odiato termine. Allora farò ricorso ad una parafrasi, tutta d’un fiato: quello stupefacente fluire di idee meravigliose che non sembra possibile possano prodursi fuori dal nulla da un solo cervello umano con la stessa naturalezza con cui un solo arbusto produce tanti meravigliosi frutti di bosco. Fatte le dovute premesse, posso raccontarvi di quel dannato genio che si presenta al mondo con lo pseudonimo di St. Vincent.

In meno di un decennio la soave ragazza dell’Oklahoma ci ha regalato quattro perle di dischi (di cui l’ultimo è una collaborazione con un tizio qualunque, un tale David Byrne) i quali, utilizzando melodie incisive come un ariete, scardinavano l’onnipresente revival new-wave per farne macerie e costruire, armate di una tecnica chitarristica ineccepibile, storta e di una cura maniacale per gli arrangiamenti, il Suono del futuro-presente. Una crescita continua che tuttavia lasciava trasparire una certa disomogeneità, una naturale difficoltà nell’incanalare così tante ispirazioni in una forma levigata. L’omogeneità arriva con questo disco che a tutti gli effetti si può considerare un punto d’arrivo, un disco della maturità a soli 31 anni, lanciando St. Vincent nell’Olimpo dei grandi della musica.

Rattlesnake apre le danze con un intro e un cantato che non nascondono il Talking Head che vive in St. Vincent, diverte e inquieta con il racconto di Annie che, credendosi sola immersa nella natura selvaggia, si spoglia completamente nuda per scappare via (nuda) all’arrivo di un serpente a sonagli. Birth in Reverse, primo singolo estratto, è la sua classica canzone “pop”: ritmo tirato, chitarra fuzz, e schiaffi in faccia alla banalità del vivere americano. Prince Johnny è una sintesi perfetta, una complessa descrizione di un personaggio autolesionista, della complessa relazione con tale personaggio e delle complesse dinamiche di liberazione da questo. Boom. Dopo l’accumulo d’immagini a comporre l’inverno solitario di Huey Newton, arriviamo nel cuore dell’album, la schizofrenica Digital Witness. Un’altra prova della serie “il primo David Byrne non si scorda mai”. È la rivoluzione digitale col suo misto di curiosità, esibizionismo ma soprattutto alienazione: si accende la tv come se fosse una finestra, si accende lo schermo del pc come se fosse il mondo. I Prefer your love è una stupenda dichiarazione d’amore per la madre nel momento in cui si crede di perderla “Preferisco il tuo amore a Gesù”. Brividi. Regret si muove fra riff potenti, aperture ariose e due paure esistenziali: il paradiso che è troppo alto, e l’amore che gira le spalle. L’ironia e la rabbia di Bring me your loves ricordano i vecchi lavori. Psychopath è una nuova piccola gemma di melodia. “A smile is more than showing teeth” e l’elettronica è qualcosa più di una cassa in quattro, e l’elettronica bella assomiglia molto a Every Tear Disappears. Il gran finale è affidato all’epica ballad Severed Crossed Fingers. Un aereo sta per schiantarsi, qualcuno incrocia le dita, l’aereo si schianta, di quel qualcuno restano solo le dita incrociate. Buona vita!

Undici canzoni valide, senza riempitivi, che abbandonano il lirismo dei dischi precedenti per raccontare di un’universale straordinaria quotidianità esplosa. Non c’è semplicità nelle armonie, non c’è minimalismo negli arrangiamenti, non c’è sciatteria nel cantato, ma il tutto arriva facile all’orecchio, organico senza cadere nella monotonia. Anche dopo svariati ascolti si ritrova qualcosa che ci era sfuggito, in un continuo stimolo di quel senso di “sorpresa” e “novità” che Peter Kivy teorizzava come base del piacere musicale. Un piacere che soddisfa a livello puramente sensoriale e che in seconda analisi supera la prova della consapevolezza. Un gioco intellettuale fantastico per gli amanti della musica pensata, costruita, suonata “bene”. Una pietra miliare che, si spera, farà scuola.

Roberto D’Angelo

Tracklist:

1. Rattlesnake
2. Birth in Reverse
3. Prince Johnny
4. Huey Newton
5. Digital Witness
6. I Prefer Your Love
7. Regret
8. Bring Me Your Loves
9. Psycopath
10. Every Tear Disappears
11. Severed Crossed Fingers

 

Twitter
Visit Us
St. Vincent – St. Vincent Roberto D'Angelo

Summary:

5

Voto


Tags: , , , , , , , , , , , ,


About the Author



Back to Top ↑
  • Seguici su facebook

  • Vincitori del premio Radiolibri

    Vincitori del premio Radiolibri
  • Verità per Giulio Regeni

    Verità per Giulio Regeni
  • Giustizia per Mario Paciolla

    Mario Paciolla