Everyday Robots – Damon Albarn

Si è fatto aspettare per ben tre anni, si è lasciato immaginare in dichiarazioni, interviste, documentari. Sapevamo che sarebbe arrivato e sarebbe stato qualcosa di meditato, lavorato, profondamente personale. Si è lasciato assaggiare tramite singoli snocciolati del tempo. E dopo un mese dalla sua uscita posso dire di averlo digerito. Sto parlando di Everyday Robots, il primo disco solista a nome di Damon Albarn. Ricordo il primo ascolto distratto, che non mi suscitò particolare entusiasmo, fatta eccezione per le due tracce già suonate e risuonate su Spotify. Nei pressi del finale inciampai in un verso, “And the metronome that defeats you is the monochrome that you seek”, il metronomo che ti vince è il monocromo che cerchi. “Monocromo” era proprio la parola che avevo in mente, e a quanto pare era un effetto ricercato dal caro Damon. I beat elettronici, a volte glitch, a volte concreti ma sempre minimali, sono il limite e al contempo il fascino di Everyday Robots.
Un disco crepuscolare, intimo e tiepidamente autunnale che parla di ansie e paranoie vecchie e giunte al vaglio della maturità. Alienazione tecnologica e solitudine: i robot dell’ex Blur non sono quelli dei Kraftwerk, sono programmati per funzionare la vita con il telefono in mano a fare da schermo e scudo, programmati per tornare a casa e invecchiare. Le strade non sono più giungle ma somigliano a paesaggi virtuali. L’ansia post-moderna che dalla New York psicotica e televisiva di David Byrne ha attraversato la fredda Oxford computerizzata di Thom Yorke e si è fatta racconto personale nello studio di registrazione di Damon Albarn. La prima canzone, da cui prende il nome l’album, parla di tutto questo e fissa le coordinate. Non sapevano dove stavano andando, ma sapevano dov’erano. Il marchio dell’incomunicabilità è impresso sulla lenta ballata Hostiles impreziosita da echi lontani di pianoforte e archi. Lonely press play ha un timbro simile, una melodia irresistibile, una delicata poesia e una separazione. Mr Tembo è un corpo estraneo incastrato fra le tracce dell’album, un tipico pop eclettico alla Blur, in cui l’omaggio all’omonimo elefantino separato dalla madre in Tanzania è accompagnato da ritmi etnici e da cori gospel. Presa singolarmente è gradevole e strana, ma nell’economia dell’album suona piuttosto stonata. Rompe sì la “monocromia” di cui sopra, ma proprio nel momento in cui cominciava ad essere affascinante. Dopo la breve strumentale Parakeet, la bellissima The Selfish Giant: “Ho sognato che te ne stavi andando. È difficile essere un amante quando la Tv è accesa, e non c’è niente nei tuoi occhi”. Sostenuta da un pianoforte in modale, sussurrata su una ritmica calda, abbellita nel ritornello da una pienezza sonora tenue, costituisce, assieme alla composita You & Me, il climax del disco. Gli stagni vuoti di Hollow Ponds sono lo scenario su cui svolazzano pezzi di diario con tanto di indicazione temporale. Bella la sezione centrale di fiati e cori, ma la monotonia della ritmica comincia a pesare davvero, arrivati a questo punto. Photographs non nasconde una sottile ironia sul ruolo svolto dalle foto nell’era Instagram, nell’accostamento fra il solenne Beware of the photographs you are taking now pronunciato dalla voce dello scrittore Timothy Leary e il prosaico When photographs you’re taking now are taken now press send. Chiudono il disco le confessioni di The History of a cheating heart e il pomposo misticismo di Heavy seas of love.
Uno sguardo nei pensieri e nelle esperienze di Damon Albarn scevro dalle maschere, un approccio più genuinamente “cantautoriale”. Un disco interessante, dalla produzione ineccepibile ma su cui grava un’ispirazione troppo filtrata. La produzione eclettica, abbondante, estremamente variegata che Albarn ha messo su in più di venti anni di carriera avevano sviato le mie aspettative, spingendomi a immaginare un disco della “maturità” a soli 46 anni. Invece mi sono ritrovato ad ascoltare un bel disco dell’ “intimità”, che non decolla mai del tutto. Aspetterò altri vent’anni, confidando nel fatto che saranno entusiasmanti come quelli trascorsi.
Roberto D’Angelo
Tracklist:
1. Everyday Robots
2. Hostiles
3. Lonely Press Play
4. Mr Tembo
5. Parakeet
6. The Selfish Giant
7. You & Me
8. Hollow Ponds
9. Seven High
10. Photographs (You Are Taking Now)
11. The History of a Cheating Heart
12. Heavy Seas of Love
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