Still Alice
Regia: Wash Westermoreland, Richard Glatzer
Genere: Drammatico
Durata: 99’
Lingua: Inglese
Cast: Julianne Moore, Kristen Stewart, Alec Baldwin, Kate Bosworth, Hunter Parrish
Sceneggiatura: Richard Glatzer, Wash Westmoreland
Fotografia: Denis Lenoir
Montaggio: Nicolas Chaudeurge
Distribuzione: Good Films
Uscita: 22 gennaio 2015
Alice Howland, 50 anni,moglie, madre, professoressa di linguistica alla Columbia University, sembra incarnare perfettamente il prototipo della donna pienamente realizzata negli affetti e in ambito lavorativo. La scoperta di essere malata di una forma precoce di Alzheimer la costringerà a fare i conti con la perdita di questa apparentemente imperturbabile stabilità.
A pochi giorni dall’uscita in Italia di Still Alice, Julianne Moore trionfa ai Golden Globes come migliore attrice per film drammatico e i rumors già scommettono sulla vittoria del suo primo Oscar, visto che la Moore è una delle poche grandi protagoniste della sua generazione a non essere riuscita ancora a portare a casa il premio dell’Academy.
A ben vedere, infatti, parlare di questo film vuol dire al 90% ragionare sulla potenza di una intepretazione centrale particolarmente riuscita nonché forse unico grande elemento a dotare questo lavoro cinematografico di spessore artistico.
Il film, basato sull’omonimo bestseller della neuroscenziata Lisa Genova, è un prodotto dei due registi indipendenti Wash Westermoreland e Richard Glatzer (premiati già al Sundance Film Festival con Quinceañera, 2006).
Partiamo dal presupposto che è sempre difficile partorire un film che abbia come tema centrale la malattia, e che possa in qualche modo imporsi in maniera innovativa (dal punto di vista contenutistico e stilistico) nello sviluppo del tema quanto nella argomentazione delle problematiche. Trattare l’Alzheimer, come l’Aids, porta inevitabilmente a scazzottare con il già visto per cercare di uscire dal recinto di cliché che questi argomenti in qualche modo finiscono sempre per imporre. Still Alice abbonda di cliché, e spesso inciampa sull’ostentazione del “se stiamo vicini possiamo superare tutto” o su di una improbabile, lucida, paradossale comprensione eccessiva familiare del dramma. Un’inverosimile compostezza che a tratti stona, ma che finisce col creare un racconto non troppo struggente ed esasperato, piuttosto dignitoso, elegante, minimal: elementi che ne rendono la visione abbastanza piacevole.
La novità consiste nella rappresentazione di una forma di Alzheimer alquanto rara, che colpisce questa volta una donna giovane nel pieno delle sue facoltà mentali. Ancor di più interessante quando, fatalità, la donna in questione ha basato la sua intera vita, carriera, ricerca, sull’importanza delle parole, sull’abilità di sviscerare ragionamenti e discorsi umani per poterli esporre agli altri. Di qui un approccio maturo e “professionale” alla malattia; l’abilità di poter adoperare (illudendosi) un iphone e un macbook come memorie supplementari su cui contare in futuro e i pallidi tentativi di preservare la memoria creando un database di note-supporto per le più banali domande (Quale è il nome della mia figlia maggiore? In che mese sono nata?)
Ma il troppo storpia, e quando lucidità e pragmatismo diventano corali abbracciando l’intera famiglia perfettamente padrona della situazione, il gioco non regge più. Gli stessi personaggi che fanno da cornice sono pochissimo funzionali al film; i dialoghi non apportano profondità al dramma. Le vicende che ruotano attorno al tema centrale fanno capolino dando l’impressione di “star lì tanto per”, senza intrecciarsi troppo con la questione-Alice, quasi a volere sottolineare inconsapevolmente l’impenetrabilità del dolore, un concetto di esilio mentale forzato.
La delicatezza, compostezza, eleganza del personaggio di Alice si rispecchia in un montaggio molto lineare, piuttosto semplice e pulito.
Un film che in definitiva esalta il lungo lavoro di preparazione compiuto da Julianne Moore, assolutamente appropriata, mai scontata, perfetta. Osiamo dire, da Oscar.
Sabrina D’Errico
Summary:




