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Published on Febbraio 18th, 2015 | by Roberta Rega

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Cronache di principi e viandanti – Michael Chabon

 

Cronache di principi e viandanti - Michael Chabon; Indiana Editore 2014

Cronache di principi e viandanti – Michael Chabon; Indiana Editore 2014

Mentre leggevo Cronache di principi e viandanti, ero lì a chiedermi che senso abbia oggi il romanzo d’avventura, in un’epoca in cui il bisogno di raccontare i luoghi è stato sostituito dalla riproduzione per immagini. Eppure il romanzo, in senso moderno, nasce proprio con i romanzi d’avventura (Robinson Crusoe, I viaggi di Gulliver), con vicende che evocavano paesaggi lontani e misteriosi, quando l’immaginazione era tutto o quasi: il viaggio stesso, la conoscenza, la vista, il tatto, l’udito. La scrittura rendeva possibili divagazioni esotiche che altrimenti sarebbero state impensabili. Dunque descriveva, raccontava, evocava atmosfere e suscitava stati d’animo legati all’esperienza umana dei luoghi, a cominciare dai racconti di viaggio (Il Milione di Marco Polo o le cronache dalle colonie, ad esempio). All’epoca non esistevano approfondimenti televisivi, voli low cost, la fotografia ed Instagram. Ora che l’immagine ha preso il sopravvento sul potere evocativo della parola, e preferiamo una foto con didascalia alla lettura di fiumi di inchiostro, che significato ha un racconto avventuroso?

La risposta che mi sono data, è che siamo portati a vivere anche i nostri viaggi attraverso un linguaggio visivo, senza soffermarci troppo su altri aspetti sensoriali e cognitivi. Siamo legati alla bidimensionalità delle immagini, unico codice per descrivere un sapore, l’esatta sfumatura di un colore, o la voce di uno sconosciuto per strada. Fotografiamo una pietanza, ma non prendiamo appunti sul suo sapore, e su ciò che questo ha suscitato in noi. Questo romanzo ha risvegliato in me la sensazione che mi stia perdendo qualcosa, e che il potere evocativo della parola sia irrinunciabile, anche in epoca di homo videns.

Cronache di principi e viandanti di Michael Chabon (premio Pulitzer per la narrativa nel 2001 per Le fantastiche avventure di Kavalier e Clay) è un vero e proprio esercizio di stile: a partire dalla sua pubblicazione, divisa in quindici puntate sul New York Times, come nella migliore tradizione dei romanzi d’appendice. I protagonisti di Chabon, esseri umani al limite della realtà e con un piede nell’immaginifico, sono un gigante abissino di nome Amram e lo smilzo Zelikman, ex studente di medicina e figlio di ebrei di Ratisbona. Dalla fisionomia granitica e misteriosa, gli eroi di Cronache vagano per i deserti dell’Asia minore legati da un tacito patto di fratellanza, tra piccole farse, espedienti, capillare conoscenza della natura umana e delle tecniche di sopravvivenza. Nel corso del loro girovagare caotico si imbattono in un ragazzino smilzo, principe detronizzato e ormai orfano dopo lo sterminio della famiglia ad opera di un signore della guerra che semina il terrore tra i popoli. Di fronte all’ingiustizia e alla violenza della sopraffazione, perfino l’itinerante libertà di Zelikman e Amram subirà una deviazione.

Nei paesaggi scarni e polverosi del Caucaso, dove le lingue si confondono e le vie del commercio e della guerra si incrociano sempre, i personaggi di Cronache di principi e viandanti sono vividi e credibili pur nella loro non-ordinarietà, dosati perfettamente tra la realtà della natura umana, contraddittoria e ridicola, e la creazione fantastica. La scrittura è piena, articolata, evocativa, il lessico ricercato, e non sarà certo una svista a guidare il lettore nell’attraversare questa storia, bensì un’attenzione vivace, un’avidità e un piacere della parola fuori dal comune. E per una volta, l’evasione non sarà disattenzione.

 

 Roberta Rega

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