L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate
Ora che la crisi ha rimesso in cima all’agenda politica del Paese l’emigrante coatto, quello che un tempo era accompagnato dall’immancabile valigia di cartone, il tema dell’emigrazione è tornato di strettissima attualità. In verità, la discussione si concentra principalmente sull’aspetto legato alla fuga di cervelli: quel fenomeno che coinvolge le migliori menti di questo Paese, perlopiù incompresi in patria, che decidono come Verratti di abbandonare il Bel paese per cercare gratificazione all’estero.
Totalmente trascurato, invece, è il tema dell’emigrazione legato alla fuga volontaria.
Ora non fate come quelli che dicono “a me non è mai successo” e ammettete che almeno una volta nella vita avete pensato di entrare in cucina, sedervi sulla sedia e aspettare il momento esatto in cui vostra madre avvicina la tazza del caffè alla bocca per pronunciare la seguente frase: cara mamma, domani mi trasferisco all’estero.
Sarà poi stata la paura di lasciarla stecchita per un sorso andato di traverso a farvi desistere dall’idea di partenza. C’è invece chi sceglie di assecondare quella vorace voglia di vivere che ti mette davanti al bivio: coltivare un proprio orticello di vuoto esistenziale o correre il rischio di far secca la propria mamma e partire?
Il protagonista di questo libro, un giovane scrittore senza particolari problemi, sceglie la seconda possibilità: vince i timori e abbandona una delle tante province dormitorio, fatta di palazzi alveare e di case intonacate con l’ipocrisia del sogno della famiglia da Mulino Bianco.
Da bambino avevo una smisurata riverenza per tutto quello che c’era in quella casa. Ogni monile, mobile o pezzo d’argenteria, di cui col tempo ho imparato a mettere in discussione il gusto, era ricoperto di sacralità. Lo erano anche i gesti abituali, praticati come piccoli riti votivi. I buoni voti a scuola, i gomiti ben lontani dalla tavola, le risposte giuste erano i mezzi per conquistare un’agognata approvazione.
D’altronde, quel vibrare di vita in ogni momento come corda tesa lo rende incompatibile con l’idea di vita degna di un dipinto di Edward Hopper, e la fuga da un destino di solitudine diventa ben presto una scelta di legittima difesa. Berlino è l’approdo perfetto, il posto ideale per cercare di saziare la propria anima ingorda. Ma la città, la prepotente esuberanza che il senso di libertà ti dà e l’eccitazione per le nuove scoperte, non lo libereranno dal senso di colpa per quella benedetta mancata approvazione familiare (la madre si materializzerà in sogno per rifilargli memorabili cazziatoni onirici), e l’incontro con Lorenzo e Sabrina risveglieranno ben presto quel senso di oppressione per ogni forma di la quotidianità.
Berlino ha esaurito l’energia necessaria e la scelta di tornare indietro diventa inevitabile. Napoli, Marina e il suo centro storico accoglieranno il nostro, costruendo intorno un habitat su misura.
Anche qui il vortice del vivere e scrivere e inseguire i desideri, presenteranno il conto sotto forma di senso di insoddisfazione. Berlino sarà pronta a riaccogliere il figliol prodigo.
E mentre pensavo di cogliere il senso profondo di tutto, d’improvviso mi accorgevo che niente aveva senso.
L’inafferrabile estetica delle scelte azzardate è questo: una storia di continuo smarrimento, di coraggio, di scoperta di se stessi e degli altri. Un buon esordio di una penna che ha imparato a sognare.
Fabio D’Angelo
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