Libri

Published on luglio 17th, 2017 | by Martina Caschera

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Stranieri su un molo

Tash Aw, Stranieri su un molo. Add Editore, 2017 pp 91

Stranieri su un molo di Tash Aw è un’opportunità di conoscere se stessi mentre si crede di leggere la storia di qualcun altro. Questo accade spesso, con la buona letteratura, ma potrebbe sembrare strano che accada con la storia di uno scrittore che si definisce cinese, ma anche malese, cresciuto a Singapore, poliglotta e “mimetico” (il suo volto viene confuso, ovunque vada, con quello degli autoctoni).

Stranieri su un molo si inserisce nella variegata collana del progetto Asia di ADD editore̶, un gruppo attento alle voci marginali e si classifica come narrazione autobiografica. È un romanzo breve, minuto anche nelle dimensioni, ma che non ha nulla da invidiare a format più consistenti: intenso, ficcante, sintetico e sognante, ci avvolge in una spirale di domande, senza mai concedere una risposta univoca. Ci accompagna passo dopo passo verso la scoperta di ciò che di noi stessi non potevamo neanche immaginare, fino ad un’ultima pagina che chiama un seguito a gran voce.

Tutto inizia con un io narrante curioso del proprio passato familiare: entrambi i nonni, cinesi provenienti da regioni diverse (Fujian e Hainan), sono sbarcati a Singapore con l’obiettivo di piantare nuovamente le proprie radici forzosamente sradicate. Tash Aw prende del tempo, ogni volta che sembra opportuno, per spiegare al lettore in cosa consista, realmente, questa traslazione e le sue specifiche geografiche e antropologiche. E allora ci racconta un po’ di storia della Cina, il paese d’origine dei nonni, la sua solo formale unità interna. Ci svela una storia fatta di differenze linguistiche e per il lettore è come un gioco, il ricordare i nomi di queste varianti linguistiche sconosciute ai più (hokkien, hainanese, cantonese, hakka, teochew), che si avvicendano portando con sé storie e tradizioni. Che significa parlare una lingua piuttosto che un’altra? Tash Aw ci spiega anche questo, e la sua importanza in termini di identità.

Dopo le sue “origini”, il narratore ci racconta la propria infanzia, la crescita e l’adattamento di una persona il cui volto sembra rispecchiare il mondo interiore e appartenere a tutte le etnie del sud-est asiatico. Di dove sei? Nessuno lo capisce e il protagonista di questo racconto – che tanto assomiglia alla vita – vuole soltanto essere quello che il suo interlocutore desidera, quello con cui è più a suo agio. Il mimetismo (legato ai concetti di métissage o cultural hybridity) per come lo definisce lo studioso post-colonialista Homi Bhabha, non è un atto di sottomissione ma di creazione (spesso ironica), che non porta alla perdita del sé ma alla costruzione di un’identità meticcia. E noi europei italiani, siamo proprio sicuri di essere così lontani (geograficamente, storicamente o biograficamente) da dinamiche di questo tipo? Il potere di Tash Aw è quello di raccontare la storia di me, di te, di tutti i nostri dubbi e dei dubbi del nostro tempo. Egli non dà risposte preconfezionate, ma ci permette di avere più strumenti per capire il senso e la necessità della “narrazione del sé”, anche a partire dalle storie di migrazione, che sono storie particolari e in un certo senso estreme. Il soggetto che migra e il soggetto che è figlio o nipote di migranti sono necessariamente diversi, ci spiega lo scrittore, ma le operazioni identitarie di editing sul proprio passato (ci sono, per esempio, gli “smemorati”, che preferiscono dimenticare, ché è più semplice) sono più comuni di quello che pensiamo.

Per concludere, la bellezza di questo racconto è l’acume e la delicatezza con le quali l’autore ci parla delle dinamiche e dei flussi più importanti della nostra contemporaneità globalizzata e transculturale, senza superficialità e, allo stesso tempo, senza pesantezza. Questo avviene grazie a un’attenta selezione dei contenuti e un lavoro sulla forma: non vi sono parole fuori posto, ma solo parole sul margine, responsabili del proprio peso.

Riuscirà il narratore a mettere insieme tutti i pezzi di sé? Come finisce la narrazione del confronto tra Tash Aw e il padre? Come, invece, quella del confronto con le proprie origini? Quello che Stranieri su un molo ci insegna è che queste storie non finiscono.

Ai curiosi però, ADD editore fornisce un’intervista finale, in cui l’autore risponde con precisione a domande di un’attualità bruciante (tra i temi trattati, quello delle migrazioni, esaminato in senso diacronico, e il concetto di razza). Al di là della letterarietà del testo, Stranieri su un molo si pone come un volume pregno di significato e spunti per un’esistenza culturale e sociale più consapevole.

Martina Caschera

Stranieri su un molo Martina Caschera

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