Libri niente di vero

Published on Ottobre 18th, 2022 | by Martina Caschera

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Veronica Raimo: Niente di vero (forse)

niente di vero veronica raimo

Veronica Raimo, Niente di Vero, Einaudi Editore. Pag. 176, € 18

Il Premio Strega 2022 l’ha vinto Mario Desiati. Il Premio Strega “Giovani”, invece, l’ha vinto Veronica Raimo. Il primo testo non mi è piaciuto, seppure scritto benissimo. Mi sono chiesta a lungo il perché, visto che piaceva a tuttə. C’era qualcosa che non mi convinceva in quell’epica della “nostra” generazione, sperduta e ritrovatasi a cavallo tra generi e luoghi (nazioni, regioni, città, libri). Un ponte retorico raffinatissimo, limato qua e là in modo da ottenere un risultato in cui specchiarsi, ma in cui io non mi rispecchiavo.

Leggendo Veronica Raimo ho capito perché non mi è piaciuta l’opera del vincitore del premio Strega e cos’è che di un libro mi affascina sin dalla prima pagina. Il gusto personale non fa di un libro un cattivo libro, ma può essere dissezionato per capire cosa funziona su certe persone, dato che sono le persone che fanno di un’opera, un’opera letteraria.
E dunque torniamo alla Nostra, Veronica (o Verika, come la chiama la madre, Francesca), e alla più importante qualità del suo libro.

In Niente di vero (Einaudi), Raimo racconta di sé e della sua famiglia medioborghese (la mamma docente ansiosa, il papà capo del personale di poche colleriche parole, il fratello genio, la casa piccola all’EUR), nulla di nuovo sotto al sole. Durastanti, nella sua introduzione al volume Tutto esaurito (della rivista di Feltrinelli Sotto il vulcano), discute l’ossessione per il memoir (la narrazione dell’io) che sembra caratterizzare la cultura contemporanea (tecnicamente, e ironicamente, anche la sua opera più importante ha questa forma). “È come se l’unico genere espressivo a cui avessimo accesso per portare avanti le nostre concezioni di civiltà fosse il memoir“, scrive nel saggio, “perché il resto risulta poco affidabile”. La giuria dello Strega suggella questo stato delle cose premiando due narrazioni dell’io.

Certo, ci sono delle differenze. In qualche modo Desiati mira a raccontare una generazione, come dicevo, mentre Raimo sembra “semplicemente” raccontare sé stessa. E dunque laddove nel primo si percepisce una tensione costante alla profondità e alla resa poetica di un’esistenza atipica, la seconda propone un leggiadro planare su un’esistenza abbastanza normale. Ma dietro l’atto dello svilimento, dell'(apparente) ridicolizzazione, c’è un’abilità sottile di giocare con niente. C’è un senso dell’ironia poderoso e inattaccabile.
Sia l’impaccio che la sfacciataggine non sono mai gratuiti, e anche la “volgarità” (la stitichezza! le parolacce!) è così leggera che ci sembra stia solo riverberando il lato migliore di noi, quello che in qualche modo sopravviverà.

La caratteristica più importante di Niente di vero è questa: Raimo è capace di questo gioco di equilibrio, di rimanere al di sopra di sé stessa così da poterci far sorridere (oppure proprio ridere) e allo stesso tempo di essere assolutamente credibile e presente, con turbe insensate e drammi più che concreti.

In generale, l’ironia fa questa magia di trasformare qualcosa di mediocre in una scossa elettrica, se la sai usare. Ne basta anche poca, quel tanto da permettere di rendere meno monodirezionale l’introspezione dei personaggi (un’indagine che non è tanto gettarsi in uno tsunami, quanto studiare le chiazze del vello di una mucca, o gli strati della lasagna).

E quindi grazie a Veronica Raimo per il lavoro certosino svolto sulle sfoglie di se stessa.

Martina Caschera

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