Libri gomorra

Published on Aprile 28th, 2026 | by Fabio D'Angelo

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Gomorra, vent’anni dopo: il libro che ha vinto perdendo un uomo

Come si legge un libro che poi ti segue a casa

C’è una categoria di letture che non finisce quando chiudi il libro, ma continua a lavorarti dentro per anni con ostinazione. Gomorra appartiene a questa categoria. Lo capivi già dalle prime pagine, da quel porto di Napoli descritto non come scenario ma come organismo: i container aperti come fossero organi, la città come sistema circolatorio di merci, violenza e denaro che si muovono senza chiedere il permesso a nessuno. Già lì c’era qualcosa di diverso. Non solo la materia, ma il modo in cui quella materia veniva toccata.

Gomorra, Mondadori, Strade Blu. 2006

C’è una cosa che oggi suona quasi ridicola da dire, e invece per me resta un fatto fisico: io Gomorra l’ho letto prima che diventasse Gomorra. Sembra una rivendicazione da lettore arrivato per primo. Non è quello. È memoria.

Feltrinelli di Piazza dei Martiri, poche settimane dopo l’uscita. Era il 2006, Mondadori mandava in libreria il libro di un mio coetaneo cresciuto tra Caserta e Napoli, che conoscevo di vista e di fama per quei tipici incroci di amicizie tutte napoletane in cui i nomi circolano prima delle biografie. Lo seguivo su Nazione Indiana, che allora era una specie di laboratorio sotterraneo della letteratura viva, uno dei luoghi in cui la scrittura provava ancora a non essere addomesticata. Insieme a esperienze come Carmilla, costruiva una conversazione parallela, non accademica, non editoriale, viva.

E forse non è secondario che Gomorra venga anche da lì.

Perché già in quel libro si sentiva una scrittura che superava i confini dell’inchiesta tradizionale e del reportage puro, assorbendo tensione narrativa, ossessione descrittiva, esposizione personale. Era non-fiction, certo, ma una non-fiction che usava strumenti che in Italia si vedevano raramente portati così a fondo. Una scrittura che non stava al riparo dal proprio oggetto, ma ci entrava.

In quel periodo avevo scoperto William T. Vollmann, e Vollmann mi aveva insegnato una cosa che poi mi è rimasta addosso: che si può scrivere mettendoci il corpo, e che il corpo dello scrittore non è un ostacolo alla conoscenza ma uno strumento.

Qui c’è un dettaglio che dettaglio non è. Gomorra usciva nella collana Strade Blu. Sei anni prima, nella stessa collana, era uscito Puttane per Gloria di Vollmann. Tra i due non c’è parentela di stile, sarebbe una semplificazione sciocca, ma esiste una parentela di rischio, di temperatura, di esposizione al materiale bruciante.

Quando lessi Gomorra, per un attimo ebbi quella sensazione. Non di leggere qualcosa “come Vollmann”. Ma di sentire una scrittura che aveva lo stesso grado di esposizione. Non lavorava solo con la testa. C’erano le mani. Le dita. Il fisico. Sembrava una scrittura fatta con le nocche, una scrittura che non accarezza la pagina ma la colpisce. Una scrittura che sanguina. Non la distanza del reportage. Non l’asetticità del documento. Qualcosa di più pericolosamente vicino.

Ed è una differenza sostanziale, non ornamentale. Perché separa i libri che registrano il mondo da quelli che ci entrano e lo perturbano.

Poi il libro è diventato Gomorra, nel senso in cui un nome proprio smette di indicare un oggetto e comincia a nominare un campo di forze.

Roberto Saviano, Gomorra, Einaudi Editore. 2026

Il momento in cui un libro smette di essere un libro

C’è un fotogramma che chi seguiva la televisione italiana di quegli anni conserva con nitidezza sproporzionata: un ragazzo con un maglione arancione improbabile da Daria Bignardi, che parla di camorra come sistema economico globale con l’urgenza di chi descrive un incendio.

Rivedere oggi quella scena è come guardare una fotografia scattata un istante prima dell’impatto.

Lì accade qualcosa: Gomorra smette di essere un libro e diventa un evento pubblico, un conflitto, una macchina che costringe un Paese a guardarsi senza i filtri consolatori del folklore.

Il gesto del libro non era dire che la camorra esisteva. Lo sapevano tutti, ed era precisamente per questo che quasi nessuno la vedeva davvero. Il gesto era dire che non si trattava di un residuo marginale del sistema, ma di una forma del sistema. Economia, logistica, mercato, finanza. Una forma di capitalismo.

Che questo abbia trovato milioni di lettori e oltre dieci milioni di copie nel mondo non è un dato editoriale neutro. Dice qualcosa sul bisogno che c’era di quella narrazione.

La nuova edizione Einaudi, vent’anni dopo, non è una commemorazione. È una riapertura di fascicolo. E i fascicoli si riaprono quando il caso non è mai stato davvero chiuso.

Saviano ha perso

Qui il discorso si fa scomodo, perché esce dalla retorica.

Saviano ha perso.

Non nel senso edificante in cui si dice che chi lotta paga un prezzo. Nel senso concreto in cui si perde una vita normale: l’anonimato, il movimento, la leggerezza.

Dal 2006 vive sotto scorta, ma “vive sotto scorta” è una formula burocratica che nasconde una trasformazione radicale dell’esistenza. Significa che lo spazio si restringe, il tempo si complica, i gesti minimi cessano di essere minimi.

Ha perso anche il controllo del rapporto col proprio libro, perché Gomorra è diventato più grande di lui, e quando un’opera eccede il suo autore, finisce per trascinarlo dentro conseguenze che la scrittura, nel momento in cui scrive, non può calcolare.

Penso spesso a una cosa semplice: quando un libro funziona troppo bene, qualcuno paga. E spesso non paga chi aveva interesse a mantenere il buio. Paga chi ha acceso la luce.

Il costo non è nei premi mancati o vinti. È nelle relazioni deformate, nel sonno perduto, nelle diffidenze che entrano nelle fibre private della vita. Ed è forse la parte che i lettori considerano meno.

Noi abbiamo vinto, e forse non siamo stati abbastanza grati

Eppure noi abbiamo vinto.

Va detto con disagio, non con soddisfazione.

Abbiamo vinto perché abbiamo acquisito conoscenza, e la conoscenza, quando entra nel lessico di un Paese, modifica la percezione e rende più difficile l’ignoranza innocente.

Prima di Gomorra la camorra poteva ancora essere pensata come fenomeno locale, cronaca, devianza periferica. Dopo diventa leggibile come sistema: ecomafia, infrastruttura economica, logistica del potere.

Il libro non si limitava a denunciare traffici di rifiuti tossici o reti criminali. Anticipava un lessico che sarebbe diventato centrale nel modo di nominare il rapporto tra criminalità, economia e territorio.

C’è poi un paradosso ulteriore. Dovremmo forse essere grati a Saviano anche per aver contribuito, suo malgrado, a rendere Napoli leggibile nel mondo come complessità e non come caricatura. Oggi Napoli è uno dei marchi culturali italiani più forti all’estero, e dentro questo processo, pur ambiguo e attraversato dal rischio reale della gentrificazione, c’è anche il fatto che qualcuno ha costretto il mondo a guardarla senza semplificazioni.

Questo andrebbe detto.

Come andrebbe detto che chi denuncia un’ingiustizia viene spesso osteggiato non solo da chi da quell’ingiustizia trae potere, ma anche da chi vi si era adattato. Perché una verità detta bene destabilizza non solo i colpevoli: toglie quiete ai rassegnati.

E allora succede una cosa strana e frequentissima: invece di prendersela con chi ha sporcato la stanza, ci si accanisce contro chi ha avuto la cattiva educazione di accendere la luce.

Con Saviano è successo anche questo. Non gli si perdona di aver raccontato il male. Gli si perdona ancora meno di averlo reso impossibile da ignorare.

Il libro che ti leva l’alibi

Flip Festival 2022. Ph. Bosk

È qui che il paradosso si stringe.

Quando Saviano è venuto al FLIP FESTIVAL c’era una cosa che volevo dirgli e non gli ho detto.

Avrei voluto chiedergli scusa.

Perché quest’uomo vive da quasi vent’anni come un recluso senza aver commesso reato alcuno, in una galera fatta non di sbarre ma di protocolli, dispositivi, limitazioni. E penso, in modo forse irrazionale ma non per questo meno reale, che una quota infinitesima di quella responsabilità sia anche mia. Nostra.

Perché non siamo stati capaci di difenderlo abbastanza.

Questo sentimento mi torna ogni volta che leggo di magistrati che da decenni vivono una libertà amputata: non vanno al mare da soli, non prendono una bicicletta, non entrano in un cinema senza protezione.

Lì il discorso su Saviano smette di essere letterario. Diventa morale.

Perché una democrazia in cui chi dice il vero vive blindato produce una vergogna collettiva, non solo un problema individuale.

Questa è la cosa che avrei dovuto dirgli.

Scusa.

Perché qualcuno ha pagato perché noi potessimo avere uno sguardo. E non siamo stati abbastanza grati.

Vent’anni dopo, Gomorra non mi sembra un libro da celebrare ma un libro da sopportare, nel senso nobile del verbo: reggere il peso di qualcosa di vero.

Perché non racconta soltanto la camorra. Ti leva l’alibi.

Dopo averlo letto davvero, fingere di non sapere diventa molto più difficile.

Il motivo per cui Gomorra continua a irritare non è che Saviano avesse ragione. È che quella verità è costata a un uomo la libertà. E noi lo abbiamo lasciato da solo a pagarne il prezzo.

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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