Libri Oliva Denaro

Published on Novembre 30th, 2021 | by Fabio D'Angelo

Oliva Denaro di Viola Ardone: storia di un “no”che ha cambiato il Paese

Oliva Denaro

Viola Ardone, Oliva Denaro, EInaudi Stile Libero

Attenzione, nessuno si senta escluso

Qualche settimana fa, Michele Serra, rispondendo su “per posta”, la rubrica delle lettere che cura per La Repubblica, a un lettore che lo interrogava sul fatto che essere maschio, bianco e eterosessuale sia una colpa, ha finito col tirarsi dietro una quantità di critiche non trascurabile. A mio parere, non tanto per la risposta ovvia: checché ne pensi qualcun*,  nessun* può essere colpevole di essere nato in un certo modo. E questo vale per i bianchi, per i neri, gli orientali, gli etero, le lesbiche, i gay, i bisessuali e i trans gender e tutte le minoranze di questo mondo. Ma quanto per un altro punto. Perché se è vero quanto rimarcato in precedenza, è altrettanto innegabile il fatto che la colpa di cui sopra la si  può acquisire man mano che si diventata adulti. Come tutt* quell* che forti del fatto di appartenere a una categoria “privilegiata”, una volta messi di fronte alle storture della società, decidono di voltare lo sguardo dall’altra parte. Come a dire che non si è colpevoli di ciò che non si vede o si fa finta di non vedere. Ma è solo illusione, perché tutto ciò che succede in una comunità appartiene all’intera comunità. Per rendersene conto basta ripercorrere la storia recente di questo Paese. E in questo la lettura di Olivia Denaro, il nuovo libro di Viola Ardone, edito per Einaudi Stile Libero, può essere di grande aiuto a tutti, anche a Michele Serra.

Chi è Olivia Denaro?

«Femmina che sorride ha detto sì»

Perché Oliva Denaro non è solo l’anagramma di Viola Ardone, non è solo la protagonista del suo romanzo. Oliva Denaro è una storia collettiva, quella di gran parte delle donne italiane nate negli anni cinquanta e cresciute e diventate adulte in contesti lontani anni luce dalle grandi città (il Sud Italia, le realtà contadine, la provincia italiana). Che sin da subito si sono dovute scontrare con regole arcaiche di un mondo patriarcale che imponeva alle donne il rispetto di un percorso già scritto che le vedeva figlie, mogli e madri.
Oliva, ad esempio, vive a Martorana, Sicilia, e a sedici anni vede imporre alla sua traiettoria di vita – che fino a quel punto era una linea retta – una curva. Quando un uomo, tale Pino Paternò, un giovane corteggiatore respinto, come da consuetudine abbastanza diffusa, decide – per così dire – di forzare il gioco del corteggiamento, rapendo e violentando la ragazza.

Articoli 544 del codice penale

“Per i delitti preveduti dal capo primo e dall’articolo 530, il matrimonio, che l’autore del reato contragga con la persona offesa, estingue il reato, anche riguardo a coloro che sono concorsi nel reato medesimo; e, se vi è stata condanna, ne cessano l’esecuzione e gli effetti penali”

Corriere della sera, 1974

I Pino Paternò non erano mica pochi. A dimostrarlo il fatto che il cosiddetto ratto per matrimonio era presente con tanto di articolo scritto ad hoc nel Codice di Procedura Penale: l’articolo 544 del Codice Rocco diceva chiaramente che il matrimonio avrebbe estinto il reato di sequestro di persona e violenza carnale. C’è da dire che il Codice Rocco, promulgato in pieno regime fascista, era costruito in funzione del sistema familiare patriarcale che ruotava intorno alla figura del capofamiglia.
Le donne dovevano assolvere, per il bene della Patria, a una mera funzione riproduttiva. Per questo, era pensiero comune che una ragazza poteva considerarsi rispettabile solo se arrivava al matrimonio “intatta” – nel senso di vergine – e “pura”, cioè del tutto ignara delle questioni legate al sesso: nessuna conoscenza sul perché arrivasse il ciclo (detto il «marchese») e su come nascessero i bambini. Non per niente la madre di Oliva ripeteva come fosse un mantra che “il maschio è brigante, e la femmina è una brocca, chi la rompe se la piglia”. Come a dire che come se fosse una padella, un mobile, un bicchiere, una lavatrice, un’automobile, la figlia femmina era un oggetto da custodire e conservare.  E chi la rompe paga. E badate bene, a dover essere risarcita non era la ragazza vittima di violenza, ma l’onore della famiglia, la reputazione, la stima e la considerazione che si godeva nel Paese, nella comunità che si frequentava, danneggiata dall’aver in casa una donna “disonorata” e rotta. Una  vergogna che vinceva su tutto, per cui, come suggerito dal codice di procedura penale, alla fine era più conveniente trattare. E così faceva la gran parte delle famiglie coinvolte con la cosiddetta “paciata”. Un accordo che estingueva in un colpo solo, con il matrimonio, il disonore per la famiglia della ragazza violata e il reato di stupro e sequestro di persona per il pretendete respinto.

“Dire di sì lo sa fare anche l’asino, il no invece costa fatica ma quando inizi non la smetti più”

«Meglio se fossimo nate maschi come Cosimino, invece femmine siamo e la vita ci si è ingarbugliata addosso.»

Così, anche la nuova traiettoria imposta ad Oliva Denaro puntava dritto verso il matrimonio riparatore. Ma Oliva, come una sua coetanea di Alcamo, dice no. Lo dice a Salvo, suo padre, che quel uomo non lo vuole. E il padre pronunciando poche parole – “se tu inciampi, io ti sorreggo” – la incoraggia. E lei dice no a Pino Paternò. No a tutte le convenzioni sociali. No al marchio di disonorata e reietta. No alla subalternità della donna all’uomo. Che quando inizi a dirlo non la smetti più.

Processo per stupro

«Ecco, nessuno si sognerebbe di fare una difesa di questo genere, infangando la parte lesa soltanto. […] Ed allora io mi chiedo, perché se invece che quattro oggetti d’oro, l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa, perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E scusatemi la franchezza, se si fa così, è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare venire qui a dire «non è una puttana». Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza. […]» (Avv. Tina Lagostena Bassi, arringa, Processo per stupro, RAI, 1979)

Ogni “no” detto pesa come un macigno. Lo sanno Liliana Calò, l’amica d’infanzia di Oliva cresciuta in una famiglia comunista e Maddalena Criscuolo, la militante dell’UDI già incontrata ne Il treno dei bambini, scesa in Sicilia dal continente per conoscere e aiutare Oliva a superare i sensi di colpa. Lo sa l’avvocato. Lo scoprirà il padre.
Il macigno da spostare era rappresentato ancora una volta dal Codice Rocco, che classificava i reati di violenza sessuale come “delitti contro la moralità pubblica e il buon costume” e non contro la persona. Una stortura che sarà modificata solo il 15 febbraio del 1996, con l’approvazione in via definitiva della legge n. 66 del 15 febbraio 1996, “Norme contro la violenza sessuale”. E che rendeva il processo dell’epoca – non che oggi sia una cosa facile – un vero calvario per la vittima. Per comprendere, bisogna guardare Processo per stupro, un documentario Rai del 1979 che ebbe un impatto non trascurabile sull’opinione pubblica. Il docufim rendeva partecipe tutti dell’estrema facilità con cui gli avvocati difensori riuscivano a ribaltare i rapporti, trasformando un procedimento per stupro in un processo alla donna. Che prima era offesa e violentata nuovamente attraverso perizie minuziose atte a stabilire al millimetro il livello di verginità anatomica violata. E poi messa sul banco degli imputati, perché una donna che non si sa difendere è complice. Perché una donna onesta, capace di stare al suo posto, non può subire violenza, come ricordò nel documentario proprio un avvocato della difesa: “Avete cominciato a scimmiottare l’uomo! Voi portavate la veste: perché avete voluto mettere i pantaloni? Avevate cominciato con il dire ‘avevamo parità di diritto’. Avevate cominciato con il dire ‘perché io alle nove di sera devo stare a casa, mentre mio marito, il mio fidanzato, mio fratello, mio nonno, il mio bisnonno vanno in giro?’. Vi siete messe voi in questa situazione! Non l’abbiamo chiesto noi questo! E allora purtroppo ognuno raccoglie i frutti che ha seminato! Se questa ragazza si fosse stata a casa, l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente!”.


Il patriarcato

Niente da qui in avanti potrà più toccarmi e, quello che ho perso, l’ho perso per sempre: correre a scattafiato con gli zoccoletti ai piedi, immaginare i nomi delle nuvole, girarmi nella mente i termini latini, raffigurare a carboncino le divinità del cinema, indovinare l’amore nei petali di un fiore”.

“Sono ancora io la piccinna che corre a scattafiato senza guardarsi indietro, che conosce la forma segreta delle nuvole e che cerca risposte nei petali delle margherite”

Nel libro, oltre al padre di Oliva Denaro che con i suoi non lo preferisco, inculca nella figlia il libero arbitrio. La capacità di scegliere liberamente e il coraggio di farlo quotidianamente, costi quel che costi. C’è un altro coprotagonista già citato in precedenza: il patriarcato. Il concetto di pater familias, dell’uomo di casa a cui è assegnato il ruolo di comando in virtù del quale dispone e decide, anche attraverso l’uso della violenza,  per ogni membro della famiglia. Una cultura ancora radicata in questo Paese, che si manifesta quotidianamente in modo drammatico. Attraverso la violenza perpetrata dall’uomo nei confronti della moglie/fidanzata/amante/spasimante o ogni qual volta si confina la sessualità femminile a rango di tabù. Ogni volta che una donna viene colpevolizzata per il modo in cui si veste. Ogni volta che si esercita la subordinazione economica. Ogni volta che si rende quasi impossibile a una donna il raggiungimento di posizioni dirigenziali.
Forse per questo Viola Ardone decide di tornare indietro, di fare un salto di cinquant’anni, per cogliere l’origine di certe storture del presente. Partire da lì per seguire il percorso storico, le battaglie, il coraggio del singolo che diventato battaglia collettiva e poi vittoria, come quando 5 settembre 1981 furono aboliti il delitto d’onore e il matrimonio riparatore. Un filo che parte da un no pronunciato da una ragazzina di sedici anni, che segue per vent’anni di battaglie parlamentari e che ebbe come effetto quello di tirare giù uno dei tanti monumenti di quella società arcaico-patriarcale. Uno dei monumenti, non l’unico. Come a dire che il percorso è ancora lungo.

Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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