Il fratello di Jo Nesbø
Cosa accadrebbe se Caino e Abele finissero dentro Delitto e castigo? E se la loro ipotetica storia fosse ambientata tra le montagne di una Norvegia isolata e dal paesaggio inospitale?
Solo uno scrittore avrebbe potuto osare tanto senza rischiare di cadere nel ridicolo, anzi di precipitare in uno strapiombo mortale, ed è Jo Nesbø. Il romanzo è Il fratello, uscito per Einaudi nel 2020. Chi conosce e ama la saga di Harry Hole non si aspetti quasi niente che la ricordi. Manca l’asfittico fondale di una Oslo grigia e senza speranza. Mancano gli investigatori tormentati e i serial killer malvagi. Mancano il morboso compiacimento nel descrivere il delitto e la violenza efferata. Resta, come marchio inconfondibile dello scrittore scandinavo, il tema eterno del conflitto tra Bene e Male. Ma questa volta i contorni sono molto meno netti, si confondono nel bianco indistinto di un villaggio innevato, dove le tracce del passaggio dell’uomo non fanno in tempo a rimanere visibili prima di essere completamente ricoperte. E nascoste.Se vi viene in mente Fargo, siete sulla buona strada. Anche i migliori fratelli Cohen fanno capolino dietro la sottile ironia della voce narrante, il nostro protagonista Caino/Roy. Ma quello che non vi aspettate è la lettura eretica della figura di Abele: il fratello Carl. È il guizzo del grande autore: la capacità di mescolare le carte per uscire dalla comoda dicotomia del tema e addentrarsi nel ben più spinoso ambito della sospensione del giudizio morale. I personaggi secondari non sono solo funzionali alla narrazione, che si muove comunque sul filo del thrilling, ma sono necessari a comprendere una sequenza di azioni e reazioni che hanno senso solo in un luogo abitato da quelle figure che, nonostante e forse proprio in virtù del loro essere periferiche rispetto alla contemporaneità, si presentano con una drammaticità shakespeariana.
Nesbo per più di un terzo delle 639 pagine si diverte a sfidare il lettore a un gioco in cui è maestro: riuscire a non cedere alla tentazione di credere alla spiegazione più ovvia. Vecchi fantasmi riaffiorano continuamente nel racconto e pretendono di essere ricordati. Nella cittadina di Os e nel podere di Opgard, i morti convivono con i vivi e ne segnano inesorabilmente le scelte. A osservare dall’alto le occupazioni quotidiane e le inconfessabili colpe dei personaggi ci sono gli uccelli, di cui Roy conosce perfettamente nomi e abitudini. Gli esseri umani, in fondo, non sono altro che prevedibili esistenze animali, prede o predatori all’occorrenza, miti o feroci a seconda delle necessità. E le figure femminili non si sottraggono a questa regola.
L’ultima parte del romanzo si carica di una tensione che chi apprezza lo scrittore conosce bene: vi azzanna alle caviglie e vi fa desiderare che finisca al più presto. Vada come vada. E quando arrivate alla conclusione della storia, che ovviamente non avevate contemplato tra quelle possibili, sarete contenti di aver dato comunque fiducia all’autore, pur sapendo che Harry era stato lasciato a tempo indeterminato a smaltire una sbornia da qualche parte nel mondo.
Finito il romanzo, vi rimarranno domande scomode che ogni tanto ha senso porsi e soprattutto guarderete in un modo assolutamente nuovo il vostro meccanico.
Annarita Ricci




