Libri L’amore mio non muore

Published on Maggio 28th, 2025 | by Fabio D'Angelo

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L’amore mio non muore di Roberto Saviano: recensione tra bug emotivi e rivoluzioni affettive

L'amore mio non muore

Roberto Saviano, L’amore mio non muore, Einaudi Editore, Stile Libero.

L’amore è un algoritmo che esplode: bug emotivi e altre catastrofi affettive

C’è un momento preciso – che tu sia sprofondato su una poltrona Ikea con il plaid o seduto sul cesso con un Kindle – in cui capisci che L’amore mio non muore non è un romanzo. È un bug. Una variabile impazzita in un sistema che dovrebbe macinare cronaca e invece sforna commozione non autorizzata. Saviano, che di solito scrive come se ogni parola fosse un proiettile incartato in carta velina, qui ti inchioda con la più violenta delle confessioni: quella di chi si è permesso di amare. Rossella Casini, studentessa fiorentina, è l’oggetto narrativo non identificato di questa deflagrazione sentimentale. Ama l’uomo sbagliato. Non per vezzo da serie Netflix, ma per logica. O meglio: per illogica strutturale. L’amore come errore di sistema. E chi sbaglia sistema, in certi ambienti, viene disinstallato. Per sempre.

Fototessere che urlano, schede universitarie come reliquie

C’è una foto – una dannata fototessera – che ti resta incollata nella mente come i loop di Requiem for a Dream. Rossella ha i capelli lisci, lo sguardo diretto, l’assenza tragica di ogni filtro. È l’unica immagine superstite. E diventa monumento, un totem. È da lì che Saviano parte per ricostruire: come se da una foto sgranata potesse esplodere una narrazione, tipo un archeologo punk che estrae mitologia da una pratica universitaria dimenticata. La struttura del libro è tutta uno sfarfallio: carte, voci, trascrizioni, verbali. Illeggibile nel senso migliore. Non ti accompagna: ti sbatte addosso. Non racconta: accusa. Non solo la mafia, ma anche noi: che leggiamo, che dimentichiamo, che normalizziamo l’osceno del dolore altrui. È una colpa condivisa.

Resurrezione narrativa: ricucire un corpo con le frasi

Rossella non c’è più. È stata fatta a pezzi, letteralmente. Ma nel libro c’è. Anzi: è il libro. Ogni documento, ogni telefonata, ogni dialogo è un frammento di corpo restituito. Saviano non scrive: rianima. Fa resurrezione etica, chirurgia testuale su un corpo scomparso. Un corpo che – bestemmia nella grammatica criminale – ha amato. E non in modo clandestino, ma dichiarato, ostinato, sovversivo. La sua è un’eresia affettiva. E l’eresia si punisce con la cancellazione. Il romanzo allora diventa un esorcismo laico, una sfida alla logica della sparizione. Rossella è “la straniera” non perché viene da Firenze, ma perché non obbedisce al codice. E in quel codice, l’amore è più pericoloso del tradimento.

Le disobbedienti: donne che spezzano il codice

C’è un cavo scoperto che passa per Rossella e arriva fino alle voci di Giuseppina Pesce, Maria Concetta Cacciola, Lea Garofalo. Non collaboratrici, ma dissidenti. Non pentite, ma spaccasistemi. Donne che hanno fatto la cosa più pericolosa: decidere da sole. E dire no. No al sangue che chiama altro sangue. No alla liturgia dell’omertà. Ne Le Onorate, in The Good Mothers, il codice criminale si incrina dove meno te lo aspetti: nella voce di chi ha sempre dovuto tacere. Perché è lì, nella voce, che l’organizzazione mafiosa va in cortocircuito. Non è una questione di morale. È una questione di potere. E le donne, spesso, hanno dimostrato di essere meno complici. Rossella è la versione originale, la cassetta demo di una rivoluzione che oggi passa per Netflix e tribunali. Non aveva una scorta. Non aveva un microfono. Aveva solo l’idea che si potesse amare senza farsi risucchiare. Ed è bastato.

Ecco

Succede questo, leggendo Saviano qui: ti viene in mente una canzone di Niccolò Fabi. “I pezzi di vetro sparsi per terra / tornano di nuovo vicini”. Che detta così sembra un’allucinazione, ma invece è la metafora esatta. Rossella non torna. Ma i suoi frammenti sì. E ci trafiggono. Saviano non costruisce un’agiografia. Non beatifica. Non consola. Fa qualcosa di più raro: si espone. Usa la lingua come una lametta, si incide mentre scrive. Non denuncia: ama. E per amare – oggi, qui, in Italia – devi prima disobbedire a tutta la retorica del dolore. Devi scrivere un requiem che non sia una tomba, ma un altoparlante. Un libro che grida senza urlare. Che dice: eccoti.

Un amore che non serve allo Stato (e per questo va annientato)

Saviano ci dice, senza didascalie, che L’amore mio non muore non è un romanzo sulla mafia. È un romanzo sull’amore dentro la mafia. Che è peggio. Perché l’amore – quello vero, quello che ribalta la percezione come una droga sintetica legale solo per tre secondi – lì non ci sta. Non funziona: è incompatibile col potere. Rossella non muore perché denuncia. Muore perché si fida, perché crede che si possa guarire un uomo con l’affetto, che si possa redimere la Storia a colpi di carezze. E questo, in un contesto governato da clan, è peggio di un attentato. È una bestemmia. Rossella è una miccia emotiva, un evento biologico che mina la gerarchia. E per questo deve sparire.

E noi, lettori, cosa cazzo possiamo fare?

Ci resta questo: leggere e non archiviare. Non trasformare la storia di Rossella in contenuto da club del libro impegnato. Ci resta l’oscenità dell’empatia, quella vera, quella che ti costringe a piangere in metro senza sapere bene perché. E ci resta quella dedica: “Questa è la mia vendetta per te”. Che detta da Saviano – uno che ha passato metà della vita a fuggire, proteggersi, resistere – suona come la cosa più rivoluzionaria mai scritta. Una vendetta fatta di parole, memoria, cocci. E amore. Sì, amore. Non quello da cioccolatini. Ma quello che ti apre, ti spacca, ti costringe a cambiare postura nel mondo. Il libro finisce. Ma tu no. Tu resti lì, con una foto che ti fissa, una voce che ti dice resisti, e un bicchiere rotto che ha deciso, nonostante tutto, di rimettersi insieme.

Fabio D’Angelo

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About the Author

è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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