Libri solo è il coraggio

Published on Maggio 24th, 2022 | by Fabio D'Angelo

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Solo è il coraggio di Roberto Saviano: chiedimi chi era Giovanni Falcone

solo è il coraggio

Roberto Saviano, Solo è il coraggio – Giovanni Falcone Il romanzo, Bompiani. Pag. 512, € 24

Sliding doors

Guardando da lontano le vite di tutti, si corre quasi sempre il rischio di credere al potere delle coincidenze e alla forza imprevedibile dei particolari, capaci di cambiare il corso delle cose. Neppure la storia di Giovanni Falcone sfugge a queste suggestioni, come dimostra Roberto Saviano nel suo ultimo lavoro,  Solo è il coraggio, pubblicato meno di un mese fa per Bompiani.  Il libro racconta la storia di Falcone sotto forma di romanzo e parte dallo scoppio della bomba a cui sopravvisse miracolosamente Totò Riina nel 1943, mentre assisteva il padre in una pericolosa operazione di recupero dell’esplosivo da un ordigno bellico ritrovato in campagna. Finì male e il padre e il fratello minore morirono dilaniati. Quel giovanissimo Riina salvo per miracolo rappresenta invece una tremenda sliding door della storia.

Tutto questo è Stato

“Tutto questo è Stato” –  scrive Saviano nella prefazione, perché seguendo la vicenda di Falcone si finisce col guardare a una parte importante della storia del Paese: quella relativa alla convivenza, ai rapporti opachi tra istituzioni e mafia. Giovanni Falcone entra a far parte di questa storia collettiva nel 1979, quando torna a Palermo con un matrimonio fallito alle spalle. Ritrova una città dominata da costruttori che tirano su palazzi come funghi grazie ai soldi dell’eroina. C’erano i cugini Salvo, imprenditori mafiosi che controllavano la riscossione del 40% delle tasse siciliane. E poi, ovviamente, i politici collusi: Lima, Gioia e Ciancimino che fu sindaco di Palermo per pochi giorni, ma padrone della città per quasi una vita intera. Rocco Chinnici, che era succeduto a capo dell’ufficio istruzioni a Cesare Terranova, ucciso dalla mafia, affidò a Falcone un’inchiesta sul costruttore Rosario Spatola. Spatola era esponente della famiglia mafiosa Gambino di New York con stretti rapporti con Michele Sindona, il faccendiere che investiva i soldi della mafia italo-americana e che Andreotti definì “Salvatore della Lira” in uno slancio d’affetto. In questo contesto Falcone entrò sin da subito a gamba tesa e inventò un nuovo metodo investigativo: follow the money. Seguire i flussi finanziari, nello specifico il fitto giro di assegni circolari per arrivare a comprendere la complessità della struttura della mafia. Creò di fatto le basi investigative per il maxiprocesso, ma generò anche una frattura insanabile con la società siciliana.

Falcone, il pericolo per l’economia siciliana

[…] Raccomando a Giovanna di prendersi cura della no­stra piccola biblioteca e di far sì che non vengano mai disperse le numerose opere letterarie e storiche, di un certo pregio, che insieme abbiamo raccolto.
Vorrei pure che Giovanna dedicasse qualcosa, come meglio lei crede, alle organizzazioni per la protezione e la difesa degli animali e per la conservazione della natu­ra.
Infine desidero che Giovanna , prima di tutto e di tut­ti, provveda a dare a mia madre – alla quale auguro lunga e lunga vita – un mio ricordo, a mia madre alla quale va costante il mio pensiero pieno di affetto e di nostalgia degli anni sereni della giovinezza, quando era­no vivi mio padre e la indimenticabile amata Franca, la cui scomparsa immatura ha lasciato nel mio animo un vuoto incolmabile. (Lettera testamento alla moglie di Cesare Terranova)

Falcone stressò all’inverosimile le banche siciliane e il procuratore capo dell’epoca lo accusò di di essere un pericolo per l’economia siciliana. Nel frattempo, oltre a Cesare Terranova, la mafia aveva ucciso anche Michele Reina, Boris Giuliano, Cesare Piersanti Mattarella, Emanuele Basile, Gaetano Costa, Pio La Torre, Carlo Alberto dalla Chiesa e nel 1983 Rocco Chinnici con un’autobomba (“Palermo come Beirut” titolarono i giornali). Morirono anche i poliziotti Beppe Montana, Ninni Cassarà e Roberto Antiochia, e Falcone si vide “deportare” con la nuova moglie Francesca Morvillo e la suocera sull’isola dell’Asinara, insieme a Paolo Borsellino e alla sua famiglia.
Roberto Saviano ricostruisce con il suo romanzo anche il lato più intimo del personaggio pubblico. Ne esce fuori la figura di un uomo che amava il mare e la convivialità e a cui improvvisamente fu vietato tutto: andare al cinema, al ristorante e anche dal barbiere. Un uomo a cui la stampa cittadina, Il giornale di Sicilia e altri giornali, dedicavano attenzioni costanti e sberleffi del tipo “ il giudice sceriffo”, “Falcon Crest”, “il volto abbronzato dell’antimafia”, “Batman”, “guitto televisivo”, “ Nembo kid” ed editoriali su come svolgere le indagini e su come imbastire i processi. Un uomo, la cui presenza non andava bene neanche reclusa.
L’amministratore dello stabile in cui Falcone viveva a via Notarbartolo scrisse: «Decliniamo ogni responsabilità per i danni che potrebbero essere recati alle parti comuni dell’edificio». A dare voce all’insofferenza della città, ci pensò invece “un’onesta cittadina” e cioè la signora Patrizia Santoro che inviò una lettera a Il Giornale di Sicilia, che fu pubblicata con grandissimo risalto: Regolarmente tutti i giorni (non c’è sabato o domenica che tenga), al mattino, nel primissimo pomeriggio e alla sera (senza limiti di orario) vengo letteralmente «assillata» da continue e assordanti sirene di auto della polizia che scortano i vari giudici. Ora, mi domando, è mai possibile che non si possa, eventualmente, riposare un poco nell’intervallo del lavoro e, quanto meno, seguire un programma televisivo in pace, dato che, pure con le finestre chiuse, il rumore della sirene è molto forte? Non è che questi «egregi signori» potrebbero essere piazzati tutti insieme in villette alla periferia della città, in modo tale che sia tutelata la tranquillità di noi cittadini- lavoratori e l’incolumità di noi tutti, che nel caso di un attentato siamo regolarmente coinvolti senza ragione (vedi strage Chinnici)?”
La lettera ebbe un enorme consenso.

La risposta è dentro di noi, ma è sbagliata

Perché tanta avversione? Un Guzzanti d’epoca, ci suggerirebbe che la risposta è dentro di noi, ma è sbagliata. Come a dire che non è soltanto l’invidia, ma qualcosa di più profondo e ancestrale a rendere Falcone fuori posto ovunque, nel Paese e anche e soprattutto nella magistratura. Per cui, al netto dello schizzo di fango che anche Sciascia regalò a lui e Borsellino con la questione dei  “professionisti dell’antimafia”, dal punto di vista della carriera Falcone riuscì ad accumulare in brevissimo tempo un filotto di sconfitte impressionanti. Bocciato come consigliere istruttore a Palermo, bocciato come candidato al Consiglio Superiore della Magistratura, bocciato come Alto Commissario antimafia. Non sarebbe neanche diventato Procuratore Nazionale antimafia, l’avrebbero bocciato anche lì. Il più grande perdente del Paese, che in fatto di sconfitte non ha niente da invidiare all’Aureliano Buendìa di Cent’anni di solitudine, che da comandante generale delle forze rivoluzionarie, prese parte a trentadue rivoluzioni armate e le perse tutte e trentadue.

Il maxiprocesso

Se dentro la magistratura Falcone accumulava sconfitte su sconfitte, accadeva tutt’altro sul fronte relativo al contrasto alla mafia. Il maxiprocesso, lo storico processo contro cosa nostra che coinvolse 475 imputati per diversi capi d’accusa, si concluse con una straordinaria vittoria anche in Cassazione. Il metodo Falcone funzionava alla grande e per questo Paese fu come un passaggio da un’era geologica all’altra. Prima del maxiprocesso, infatti, c’era un’Italia che negava l’esistenza di cosa nostra e in cui i processi per mafia finivano con una raffica di assoluzioni. Con il maxiprocesso non solo ne fu riconosciuta l’esistenza, ma morì di fatto il mito dell’invincibilità della mafia. Questo processo è l’esempio concreto del genio investigativo di Falcone per cui lui sta al diritto e all’investigazione come Einstein, Newton, Galileo stanno alla fisica, Sabin alla medicina, Maradona al calcio, Steve Jobs all’informatica e Hawking all’astrofisica.

Quel maledetto spirito di servizio

Il percorso iniziato dal lettore cinque decenni prima con lo scoppio di un vecchio ordigno bellico a Corleone giunge alla strage Capaci, in cui Falcone muore con sua moglie Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Falcone aveva cinquantatré anni da cinque giorni. Sapeva di poter morire, perché veniva dopo Rocco Chinnici che fu ucciso, come il suo predecessore Cesare Terranova e come il procuratore capo Gaetano Costa. Il suo era un destino quasi ineluttabile. Ma l’idea che Saviano regala al lettore in Solo è il coraggio contrasta fortemente con l’immagine eroica dell’uomo votato al martirio. Falcone era una figura umanissima che amava vivere ma che non si è mai tirato indietro. A renderlo coraggioso, a spingerlo a continuare, a resistere, ad andare avanti, a premere il piede sull’acceleratore, è stato quel misto tra spirito di servizio e il peso che sentiva per le vittime, un obbligo morale che rendeva insostenibile qualunque idea di cedere. Non pensava di morire, o almeno non quel giorno. Pensava di avere ancora un po’ di tempo davanti a sé e per questo progettava di andare a Favignana. Viveva insomma una sua ultima, forse ingenua, bellissima illusione. Come a voler dire che il mondo lo cambia sempre chi sogna.

Fabio D’Angelo

 

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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