Libri treno dei bambini

Published on Maggio 26th, 2020 | by Fabio D'Angelo

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Viola Ardone e la storia dimenticata dei treni dei bambini

treno dei bambini

Viola Ardone, Il treno dei bambini, Einaudi Stile Libero Big

Uno dei bambini del treno

Con il vostro permesso, nell’elenco delle centinaia di migliaia di cose fantastiche che possono capitare quando si legge un libro, inserirei anche quella cosa bella e affascinate che ci capita quando leggiamo una storia che abbiamo già sentito raccontare a voce da qualcuno, per cui, anche se il libro poi prende una piega diversa, succede che le facce dei personaggi continuano ad avere i tratti delle persone che hai conosciuto in carne e ossa. A me questo fatto è capitato leggendo Il treno dei bambini di Viola Ardone. La storia dei “treni della felicità” l’avevo già sentita raccontare varie volte da un signore di Caivano, che ha vissuto varie vite: è stato uno dei bambini del libro, poi sarto in Argentina, militante comunista per tutta la vita e imprenditore, la sua fabbrica produce mattoni in lapillo. Questo signore si chiama Domenico Bervicato e anche se ora è un  pensionato, lo potete trovare sempre lì, con un giornale in mano all’ingresso degli uffici della sua  fabbrica, pronto a raccontare storie che sanno di passione, amore e lotta.

Il treno dei bambini

 «il Partito Comunista sta organizzando una cosa mai vista prima, che rimarrà nella Storia, che se la ricorderanno tutti per anni e anni»

Proprio come quelle raccontate nel bel libro di Viola Ardone. E l’impressione che uno si fa dopo aver letto Il treno dei bambini, è che quei vagoni avessero regalato qualcosa di più di un’opportunità a quei bambini. Una forza unica, in grado di ribaltare il destino e attivare un potentissimo ascensore sociale. Una forza potentissima, come quella che animava le militanti dell’UDI, l’unione donne italiane – associazione unitaria del movimento femminile di emancipazione a cui avevano aderito le donne della resistenza per rivendicare le libertà femminili, sia economiche che politiche e sociali – quando decisero, nel primo dopoguerra, di portare migliaia di bambini dalle zone più martoriate del Paese verso i territori più benestanti. La stessa forza di Maddalena Crisciuolo che in una Napoli post venticinque aprile, ferita dalla guerra, che tanto assomiglia nel racconto di Viola Ardore a quella milionaria descritta da Eduardo, si muoveva vicolo per vicolo, basso per basso, per convincere le madri dei quartieri popolari a lasciar partire i figli. Qui intercetta Antonietta Speranza, la mamma di Amerigo, un bambino di sette anni dei Quartieri Spagnoli che tutti chiamano “nobel” perché sa un sacco di cose e la convince a fidarsi dei comunisti e a intravedere nelle parole di fuoco di Maddalena un’opportunità da prendere al volo.

Lenuccia

«Quando dovevamo cacciare i tedeschi, noi donne abbiamo fatto il nostro. Mamme, figlie, mogli, giovani e vecchie: siamo scese in mezzo alla via e abbiamo combattuto. Voi ci stavate e ci stavo pure io. Questa è come un’altra battaglia, ma contro i nemici più pericolosi: la fame e la povertà. E se voi combattete, vincono i figli vostri!».

La figura di Maddalena Criscuolo è centrale nel racconto. Il personaggio è liberamente ispirato a quella di Maddalena “Lenuccia” Cerasuolo, protagonista della rivolta popolare delle “Quattro giornate di Napoli”, con cui la città cacciò, senza l’aiuto degli americani, i nazifascisti ben un anno e mezzo prima della liberazione di Milano (25 aprile del ’45). Lenuccia salvò il Ponte della Sanità – luogo simbolo della città – dal tentativo di abbatterlo da parte dei nazifascisti e anche per questo, nel 1946 venne riconosciuta partigiana, ricevendo la medaglia di bronzo al valor militare per la resistenza. Molti anni dopo gli fu anche intitolato il Ponte, che porta il suo nome, “ Ponte Maddalena Cerasuolo, partigiana, già Ponte della Sanità”. Maddalena non è l’unico personaggio storico che si incontra nel libro, perché i bambini protagonisti del romanzo incroceranno anche Guido Piegari e la sua questione meridionale, ma soprattutto Maurizio Valenzi, futuro sindaco PCI della città dalla metà degli anni settanta fino al primo post terremoto, e l’editore e libraio Gaetano Macchiaroli. Questi due, su volontà delle dirigenti napoletane del partito comunista, avevano costituito da poco in città  il “Comitato per la salvezza dei bambini di Napoli”.  A muovere le persone del comitato come Maddalena Criscuolo aka Cerasuolo c’era uno straordinario senso di comunità, di solidarietà, di attenzione al futuro, di cui i bambini erano un simbolo, una risorsa da proteggere. E c’era soprattutto la fame, una fame tremenda, che metteva i bambini a rischio malnutrizione. I compagni del comitato, in pochissimo tempo, riuscirono a mettere su un qualcosa di unico, poderoso,  come direbbe un politico di oggi: i bambini presi in carico, prima di essere messi su uno dei “treni della felicità”, venivano curati, lavati e vestiti con abiti nuovi. Cappotti che nel caso dei protagonisti del romanzo di Viola Ardore non sarebbero mai arrivati in Emilia (lì erano destinati i treni della felicità in partenza da Napoli), perché lanciati dalle carrozze ai famigliari sulle banchine. Servivano di più a chi rimaneva.

Amerigo

«Mia mamma avanti e io appresso. Per dentro ai vicoli dei quartieri spagnoli… Io scarpe mie non ne ho avuto mai, porto quelle degli altri e mi fanno sempre male. Mia mamma dice che cammino storto. Non è colpa mia. Sono le scarpe degli altri…».

Così fanno Amerigo, Tommasino e Mariuccia. Ma non abbandonarono solo i cappotti a Napoli.  Perché, quando il treno giunge in Emilia, saranno travolti da una realtà totalmente diversa: la nebbia, la neve che sembra ricotta, il cibo che non manca, i salumi e il pane caldo, le torte nel giorno del compleanno, i vestiti, le scarpe comode del proprio numero. Amerigo, in particolare, troverà ad accoglierlo a Modena Derna, una giovane militante del partito, la cugina Rosa e suo marito Alcide, con  i figli dai nomi strani, Rivo, Luzio e Nario, che se li metti insieme, compongono una parola: Rivo-Luzio-Nario!
Grazie alla sua nuova famiglia, Amerigo scoprirà il senso di ospitalità, la fratellanza e un’umanità nuova. Scoprirà soprattutto la passione per il violino che lo porterà a diventare un musicista affermato.

Un ragazzino al secondo piano che canta, ride e stona

Nella storia di Amerigo c’è tutto il senso del treno della vita che va preso al volo. C’è Francesco De Gregori, nella misura in cui  i versi di una sua canzone, Santa Lucia, si cuciono addosso al protagonista: “il violino dei poveri è una barca sfondata, è un ragazzino al secondo piano che canta, ride e stona; perché vada lontano fa’ che gli sia dolce anche la pioggia nelle scarpe, anche la solitudine”.
C’è quindi la solitudine, il camminare male sempre dentro scarpe scomode, che diventa la metafora di chi ha corso troppo in avanti senza mai guardarsi indietro. C’è  quell’etica del destino per cui chi ha avuto, prima o poi, è chiamato a dare qualcosa indietro. C’è  infine un calzolaio, che con un gesto semplice adatta la forma delle scarpe al tuo piede. Che se gli chiedi poi “quant’è”, lui ti risponde: “niente, dovere”. E tu ringrazi e te ne vai, con le tue scarpe di sempre, finalmente comode.

Fabio D’Angelo

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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