Rain Music – Giuseppe D’Alessandro
Il jazz italiano è a un bivio. Si balocca tra fasti di un passato che ormai ha esaurito la sua spinta propulsiva e un futuro ancora incerto in cui già ora si scorgono personaggi anche bravi, riconosciuti e stimati a livello internazionale, ma in ogni caso sopravvalutati e idolatrati fino all’eccesso, anche alle nostre latitudini. Invidia? Affatto. Senso della proporzione delle cose, questo dovrebbe essere il faro che guida gli appassionati, indottrinati da un critica spesso belante e reggicoda del sistema della solita politica (?) culturale, quando si inneggia al nuovo talento, al genio che trascende i generi musicali.
Ma poi perché? Cos’è che rende accettabile al grande pubblico il jazz? Il timore, neanche troppo nascosto, è che sia quella sottile linea rossa che lega il musicista jazz al suo tentativo di affrancarsi da un universo appagante ma sterile… Ed ecco allora gli omaggi alla musica pop e rock, la gratuita spettacolarità. Ebbe ragione, ahimé, Arrigo Polillo, sommo critico e vate della diffusione del jazz in Italia quando affermava che il jazzista afroamericano era tanto più accettato in Europa quanto più omaggiava, o tentava di imitare, determinati stilemi di certa musica classica sette/ottocentesca. Schema invero un po’ vittimista se vogliamo; del resto Polillo era schierato nettamente a favore della negritudine separatista ed esclusivista contro il sostanziale conservatorismo bianco dei Mulligan, Baker, Kenton, Gil Evans, Konitz, ed altri. Volutamente ho omesso Bill Evans, poiché rappresenta una visione estetica bipartisan, condivisa anche da molti pianisti di colore (forse anche molto più di certi loro colleghi bianchi che mai invece hanno ammesso il loro debito di riconoscenza verso un uomo il cui talento e la cui espressività bilanciata tra passione e intelletto, hanno fatto scuola ed appaiono ogni giorno sempre più grandi).
Il lavoro di Giuseppe D’Alessandro, giovane batterista e compositore, nonché diplomato in Pittura all’Accademia di Belle Arti, Rain Music (ZdM), si distingue in maniera decisa per progettualità, stile, personalità e visione della musica. Un artista a tutto tondo, dalla grande cultura musicale e dai colti ascolti (mi si passi il gioco di parole) che spaziano dal jazz ortodosso (il bop, certo, ma anche Bill Evans, fino ai batteristi da lui preferiti come Roy Haynes, il compianto Paul Motian, Tony Williams, Ed Blackwell, Joe Morello, Alan Dawson, Billy Higgins, Philly Joe Jones, Eliot Zigmund, Joe Hunt e molti altri) all’ampia cultura classica (Bach, Mahler, Chopin in primis, ma non solo), fino al rock più raffinato anche contemporaneo (Beatles, Genesis, Yes, Radiohead, Sting, Sigur Rös). Tutto questo ha un deciso impatto fin dalle prime note di North, dove le atmosfere, pur jazzistiche, sono filtrate in maniera personalissima negli stilemi europei della musica colta ma anche del tango. Ottimamente assecondato da Francesco Marziani, pianista dalla grande tecnica e impatto, e dal contrabbasso di uno come Aldo Vigorito, che non ha nulla da invidiare ai colleghi più famosi europei e americani, D’Alessandro srotola come un mercante di tappeti tutte le sue qualità tecniche e le sue multiformi influenze. Ciò che emerge in queste composizioni è la musicalità, quasi sempre cantabile e dal fascino innegabile. Ecco dunque prendere vita brani come Blimunda, che alterna tempi dispari e pari, in stile ritmico evansiano; Lokum, dalla bellissima introduzione della batteria di D’Alessandro; From the Past, melanconica ballad dalla melodia pronunciata e a tratti intrisa di rimpianto; fino a Snowflakes in Berlin, ballad anch’essa dal sapore tristemente invernale.
Degni di nota anche tutti gli altri brani del disco, come Waiting for, trattata con le bacchette di feltro, brano a tratti inquietante, fino a Song without words, bossanova tipica e assolutamente non convenzionale con una grande intro di Vigorito. Bella anche Musica da chuva, altro medium slow a tempo dispari dai colori autunnali. Il pianismo di Marziani risulta integrarsi benissimo nelle composizioni del giovane batterista (attitudine, quella a comporre, rara in questa categoria di strumentisti), ricercando spesso la creazione melodica come nel riuscitissimo solo su From the Past. Nettissima è la sensazione che l’ottima tecnica del batterista napoletano sia finalizzata a dare alla sua musica non la forza bruta, ma il disegno raffinato, il senso dello swing, certo, ma anche la ricerca del colore nei piatti, nelle pelli, nei bordi, esattamente come un pittore che dipinge su una tela con raffinata dolcezza. I pennelli di D’Alessandro sono le sue bacchette e le sue spazzole.
Un disco per serate piovose magari in dolce compagnia o peggio, da soli? No, un semplice e realistico specchio dei tempi che viviamo, sospesi tra incertezze sul presente, rimpianti del passato e una prospettiva ben poca ottimistica del futuro, soprattutto se si guarda a come è trattato il jazz e in generale, tutta la musica di qualità preposta dalle istituzioni. Una fotografia in bianco e nero (ricordi di Jobim) con i tipici toni di grigio che pervade l’animo di un musicista che vive in pieno il suo tempo, consapevole dei rischi, ma determinato a perseguire la sua strada, il suo sogno. Rain Music fa ben sperare per il futuro del jazz nostrano, specie se verrà data la possibilità a musicisti come Giuseppe D’Alessandro di farsi conoscere, rompendo quel muro di connivenza neanche troppo simulato tra determinati promoters, artisti sin troppo sopravvalutati, festival famosi ma imbolsiti e privi di coraggio nello sperimentare nuovi volti, e certe consorterie politiche il cui unico fine è quello di creare un artificioso consenso alla loro ignorante e decadente visione della cultura.
Glielo faranno fare?
****1/2
PAF (il cefalo anonimo)
tracklist:
1. North
2. Raw Umber Light
3. Snowflakes in Berlin
4. From the Past
5. Blimunda
6. Waiting for
7. Lokum
8. Musica da chuva
9. Song without words



