Depeche Mode – The Delta Machine Tour – Roma – 20 luglio 2013
Passi i tornelli, sali le scale e ti trovi su a guardare dall’alto il palco e la marea umana che si sta pian piano formando. E pensi che fra non più di 5 minuti starai proprio lì, nel mezzo di quella marea.
Ci sono arrivato dopo un viaggio che è diventato sempre più una storia piena di altre storie, che ci ha insegnato una serie di cose fondamentali che qui elencherò per dovere di cronaca, ma in maniera non esaustiva. Insomma, cose che impari durante un viaggio Napoli-Roma in macchina:
– il navigatore è come l’oroscopo di Brezsny che Mariangela ci rifila ogni giovedì. Ci devi credere, punto. Se dice dritto, ma indica a sinistra, tu vai dritto ma curvando un po’ a sinistra.
– Le case colorate in modo strano che fanno storzellare il naso ai fanatici dell’estetica, hanno una straordinaria funzione sociale. Senza, 100 100, ci saremmo persi definitivamente per le strade di Pollena Trocchia.
– Allarme occhi secchi, ripeto, allarme occhi secchi. I biglietti regalati da persone cui erano stati in precedenza donati con tanto amore e affetto, vanno assolutamente rifilati al primo bagarino che passa.
Per il resto, a mio sindacabile giudizio, il concerto è stato semplicemente bellissimo e sono pronto a sfidare a duello chiunque affermi il contrario. Anzi, vi dirò di più. È stato il più bello tra i concerti che ho visto. Un rito collettivo che una volta finito ha generato la sindrome dell’abbandono da concerto. Io, a distanza di giorni, mostro ancora chiaramente tutti i sintomi della malattia: ricerca compulsiva di video su youtube; ascolto ossessivo dei dischi; senso di tristezza infinita che ti accompagna durante la routine di tutti i giorni.
E poi niente, mi manca la vista del palco, i balletti di Dave Gahan e l’invidia per gli sguardi delle femmine sullo sculettamento del suo lato b. La folla oceanica, i tornelli dello stadio olimpico, i bagarini, la frittata di maccheroni di Laura.
L’adrenalina da inizio concerto. Mi manca il momento di Enjoy the silence e di Personal Jesus. Quel “Reach out and touch faith” urlato a pieni polmoni.
Black celebration. Walking in my shoes. Martina e Valeria che su ogni “momento emozione Martin L. Gore” si chiedevano in coro: “Ora fa Home?”. La piacevole scoperta di alcuni pezzi del nuovo album che avevo colpevolmente trascurato, ma sia chiaro, solo perché dal vivo è tutta un’altra cosa. I video di Anton Corbijn che hanno accompagnato Precious e Enjoy the silence. Il delirio di luci, suoni. L’immancabile oceano di mani e quella sensazione che hai solo quando pensi di far parte di un qualcosa di indimenticabile.








