I bastardi di Pizzofalcone

I bastardi di Pizzofalcone (2013) – Maurizio De Giovanni
Einaudi Stile Libero Big – Giulio Einaudi Editore
Si tratta di un distretto non molto vasto ma assai popoloso, che abbraccia una parte dei Quartieri Spagnoli e giù fino al lungomare. Quattro mondi, insomma: come si diceva una volta, basso proletariato, borghesia impiegatizia, alta borghesia commerciale e aristocrazia. Tutto, meno che l’industria, in tre chilometri scarsi lineari.
Presentazioni ufficiali per il distretto di polizia messo su, nuovo di zecca, da Maurizio De Giovanni, autore della serie del commissario Ricciardi.
Nati da una costola de Il metodo del coccodrillo (2012), I bastardi di Pizzofalcone sono poliziotti sconfessati dai colleghi, soggetti problematici sul lavoro e complessi nella vita, spediti tutti in un commissariato senza speranza, prossimo alla chiusura.
Saranno loro ad arrampicarsi tra scaloni patrizi e vicoli lerci, uffici giudiziari ed autopsie, tra la Napoli bene e la Napoli male, per restituirne al lettore un’immagine contemporanea, rumorosa, meno poetica e più dolente rispetto alle ambientazioni a cui De Giovanni ci aveva abituato.
Squadra assortita, quella di Pizzofalcone: c’è il commissario Palma, un mentore ottimista, l’ispettore Lojacono, il Cinese (già protagonista dell’indagine del Coccodrillo), tenebroso siciliano che piace alle donne e risolve i casi.
C’è l’agente grande grosso e burbero, quella armata e ribelle, quello raccomandato infarcito di telefilm polizieschi, quello prossimo alla pensione che ne ha viste di tutti i colori.
Una formazione di caratteri tutto sommato stereotipati, forse troppo vicini all’immaginario convenzionale, e dai dialoghi talvolta privi di originalità.
La prima indagine dà inizio ai lavori del commissariato di Pizzofalcone: un omicidio scuote l’alta borghesia napoletana. Una donna viene ritrovata cadavere nel suo lussuoso appartamento panoramico di via Partenope, colpita da una bizzarra arma del delitto: una sfera di vetro con la neve.
Nessun nemico apparente, benvoluta da tutti, attitudine alla beneficenza e alla vita riservata.
Principale sospettato, l’ambizioso e godereccio marito, notaio di professione, frequentatore di donne e circoli esclusivi.
Di fianco, una seconda indagine si muove invece nella direzione opposta: la popolare Montesanto, il degrado, la povertà.
Due indagini per due profili sociali differenti: uno altro borghese, perbenista, affarista, con tutti i suoi rituali sociali. L’altro, quello degli esclusi, dei bassi affollati dove ci si vende per poco, senza troppi drammi.
Il romanzo giallo ha sempre una domanda come movente, e Maurizio De Giovanni conferma la sua capacità di fare la domanda giusta.
Costruisce qui una storia che funziona, pur non manifestando architetture complicate: rancori, passioni, debolezze, ironia, tutto si dosa nel momento giusto, con misura.
Il racconto cammina, la scrittura è collaudata, la domanda resta intatta fino alla fine.
Ma è inevitabile il richiamo alle indagini di Ricciardi: la saga ha promosso De Giovanni giallista, e resta quella, sostanzialmente, la struttura narrativa di riferimento.
Cosa abbiamo amato del commissario Ricciardi?
Per prima cosa, direi: Napoli. Quella degli anni 30, sotto il re e il duce, con il fragore delle strade sterrate e dei mercati, della musica al San Carlo e nelle bettole. Poetica più che poliziesca, tanto lontana nel tempo quanto idealmente vicina.
Poi, il commissario Ricciardi. Un uomo – per costituzione – d’altri tempi, con un sesto senso che lo rende inquieto, distante, sinceramente compassionevole.
Gli antagonisti: le voci dal passato, buffonesche e feroci; intravederne l’umanità, immaginarle reali o esistite, fantasticare il loro destino.
L’idea giusta, incarnata narrativamente da Ricciardi, è assente ne I bastardi di Pizzofalcone.
C’è sempre un’indagine, e una nuova occasione per De Giovanni di raccontare Napoli a modo suo. Un modo ironico e mai brutale, uno sguardo leggero, che non smette di interrogarsi, e vale sempre la risposta ad una nuova domanda.
Roberta Rega
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