Cefalo emergente

Published on Febbraio 22nd, 2014 | by Roberto D'Angelo

Sticky Caramel Mind – Sweet Jane and Claire

sticky caramel mind

Psichedelia, shoe-gaze, noise, paesaggi deliranti, sirene, melodie trascinate e tanti richiami al suono d’oltremanica. Sweet Jane and Claire è un progetto che nasce nel 2012 in quel di Benevento, giunge al 2014 con un po’ di esperienza alle spalle, un discreto seguito all’estero nei canali “underground”, tante anime diverse fuse in un suono personale e riconoscibile. Un caleidoscopio di ispirazioni differenti che si riversa nell’acido e onirico album d’esordio Sticky Caramel Mind.

Per i cefali le parole sono importanti, quindi partiamo dai nomi. In “Sweet Jane and Claire” è ovvio l’omaggio ai Velvet Underground, con l’intrusione di una certa Claire a fare compagnia alla dolce Jane di Lou Reed. Jane and Claire sono due figure femminili speculari e antitetiche, una dolce e l’altra folle. Sticky Caramel Mind, mente appiccicosa al caramello, significa tutto e niente, è un’immagine evocativa, come i rocking horse people che eat marshmallow pies. Ho volutamente citato il Sgt. Peppers perché è da lì che nasce quel filone del pop-rock che si è preoccupato di mettere in musica l’inconscio umano nel suo momento di maggiore e libera espressione: il sogno. Attraversa estati dell’amore, organetti leslie e sintetizzatori analogici negli anni ’70, si imbatte in muri di rumore e riff ciondolanti negli anni 80’, si insinua nelle maglie più “sperimentali” del grunge degli anni 90’, si disperde nella marasma indie dell’era post my-space e si ritrova per mia grande gioia nel 2014 nel primo disco di un quartetto (ex-quintetto) beneventano.

Nove canzoni cantate in inglese per dare rilievo al valore fonetico delle parole, in bilico fra due mood ritmici e sonori portanti, uno rumoroso e chitarristico, l’altro più tenue e colorato, ma senza forti contrasti (quello stucchevole effetto ping-pong fra strofa e ritornello che ancora si ritrova in troppo “indie” odierno), un’oscillazione naturale da un’immagine all’altra come un’onda, come un caleidoscopio, come un viaggio lisergico. Gabby, il brano di apertura, è sporco, garage, un canto sbilenco e stanco che arriva da dietro la porta mentre le chitarre e i synth si azzuffano nella stanza affianco. È una bella scossa, ma è solo l’inizio. Già dalla bella She draws airplanes il gioco si fa più complesso, e la texture decisamente 70s si dipana in una lunga coda sorretta da un bel gioco di basso e batteria che sostengono un lamento d’amore sotto colpi acidi delle chitarre. Dopo i tremoli di Swimming on the west side arriva la poesia di I’m afraid when Julia whistles, forse il momento più alto del disco: serrata, energica, si ferma un istante e poi riparte, sostenuta tutto il tempo da un suadente arpeggio a la Radiohead e poi esplode in un bel climax. Lovely Surfer è una piacevole ballata a cavallo fra il surf beat (sì) e il Nick Cave di The Boatman’s Call. Dopo un barrettiano Golden Spoon, l’affascinante Grey Flower e la roboante Devil Kiss me Hot, il finale è acquatico con Astrophel, una bella sirena  che salva un giovane dal mare e lo porta alla scoperta di sé.

Un’opera prima che si lascia ascoltare con piacere, un micro/macrocosmo mentale carico di suggestioni, che lascia ben sperare in future evoluzioni perché già marcato da un’impronta assai personale.Che incontrerà il gusto di quelli che amano le sonorità psichedeliche di ogni età della storia musicale recente.

Il disco si può ascoltare su Spotify

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