Unastoria
Sembra che quest’opera, l’ultima di Gipi, sia stata candidata al Premio Strega.
Ora, a parte tutto quello che si potrebbe voler dire del Premio Strega, è la prima volta in Italia che un’opera a fumetti viene candidata per un premio letterario.
Personalmente, non credo che il graphic novel – o romanzo grafico – possa essere considerato letteratura. La letteratura è un’altra cosa. È un linguaggio diverso, semplicemente.
Questa candidatura allora, più che essere vista come un tentativo di etichettatura, voglio credere rappresenti invece un’apertura al mondo del fumetto, una dichiarazione d’intenti, perché il fumetto non resti territorio esclusivo di fumettari, fumettisti e fumettofili.
E se l’obiettivo è che l’interesse per la narrativa grafica sia più e meglio diffuso, esempi come quello di Gipi sono dunque illuminanti, e i suoi meriti indiscutibili.
Una carriera lunga, una buona gavetta, parecchi premi e qualche episodio decisivo hanno portato l’artista pisano nel Pantheon dei fumettisti italiani.
Da un po’ Gipi lavorava per La Repubblica, con le sue vignette satiriche, e aveva già vinto parecchi premi: a Napoli, a Roma, e in Francia addirittura il prestigioso premio per il “Miglior libro”, ad Angouleme (il più importante festival europeo di fumetto), un premio che prima di allora si erano accaparrati solo due italiani: Hugo Pratt e Vittorio Giardino.
Da un po’ Gipi si era fatto notare dunque, quando il successo di pubblico arriva, definitivamente.
È il 2008 e succedono due cose importanti: esce LMVDM (La mia vita disegnata male) e Daria Bignardi, incuriosita dal fumetto e, forse, dalla personalità eccentrica dell’autore pisano, prima lo invita a partecipare alla sua trasmissione e poi gli affida anche la sigla.
L’intervista per Le Invasioni Barbariche della Bignardi dunque corona – e agevola – il successo di pubblico per Gipi, il quale si presenta per il personaggio inquieto che è, affascinando e incuriosendo (sono sicura) anche molti scettici del fumetto.
Durante l’intervista ci racconta un bel po’ di cose. Forse una delle più curiose è il dettaglio sulla sua “scoperta” del disegno: lui non è uno di quelli che ha sempre disegnato. O meglio, non ha avuto un’educazione tecnica. Tutto è iniziato su un treno. Una turista, scendendo alla propria stazione (forse, sovrappensiero, non si era accorta di essere già arrivata), aveva lasciato dietro di sé, sul sedile, un libro di disegno: Come disegnare usando la parte destra del cervello. O qualcosa del genere. Gipi sostiene che questo libro gli ha rivelato una cosa, che l’arte risiede nel modo di guardare le cose. E lui stava imparando a guardarle alla maniera in cui poi le avrebbe disegnate.
È così che tutto diventa speciale, imparando a guardare.
Con LMVDM Gipi riesce a mostrarci cosa intende.
LMVDM è un percorso, un accavallamento di storie più o meno autobiografiche. Il registro è tra il comico e il lirico, ma la cosa che più colpisce è il tratto nervoso, tremante quasi, eppure espressivamente impeccabile. Colpiscono l’incastro e la sovrapposizione di linee, il testo (lettering a mano), spesso fluviale, che invade le vignette, che diviene un tutt’uno con i disegni. La mano, certa e incerta nello stesso momento, sceglie parole e le cancella (gli errori in bell’evidenza, niente correttore, niente post-produzione a imbellettare), proprio come nella vita reale.
Il tutto con una forte dose di accattivante ironia.
Dopo l’anno di grazia 2008, oltre a raccolte e riedizioni di opere precedenti, Gipi realizza anche il suo sogno di diventare regista. Nel 2011 esce L’ultimo terrestre, che non va nemmeno malissimo ma lui s’aspettava meglio, del 2012 è invece Smettere di fumare fumando.
Ma in quanto a fumetti ben poco di nuovo, da un bel po’, almeno fino al 2013.
È lo stesso Gipi a spiegarci cosa gli è successo in questi anni, in occasione del lancio di Unastoria, al Lucca Comics and Games 2013.
La sala conferenze è piuttosto affollata, come lo sono raramente eventi di questo tipo. Gipi ci ha intrattenuti e fatti sorridere (a volte addirittura ridere) per un bel po’. Non si risparmia, ci parla di sé e ci parla di politica.
Ci racconta che, per Unastoria, avrebbe potuto cavalcare l’onda del successo di LMVDM ma non aveva voluto. Che il suo obiettivo, per Unastoria, non era (più) “essere amato”. Perché, ci spiega, forse la fama – che dà l’impressione di essere “molto amato dal pubblico”, di colmare il “buco d’affetto” e invece no -, la fama è una truffa. Perché il buco si allarga.
Oltre a questo forse anche un’inquietudine collaterale gli aveva impedito di disegnare.
Ma dopo cinque anni finalmente Gipi ricomincia a sentire la necessità di esprimersi a fumetti. E tutto riparte da un albero e da una stazione di servizio, una pompa di benzina in mezzo al nulla. Un nulla sia narrativo che logico.
Un albero spunta già nella copertina, e in prima pagina. Nella seconda pagina, e poi di nuovo la terza e molte altre successivamente, la pompa di benzina, ritratta con tecniche diverse. Questa maledetta pompa di benzina. Ma perché? Lo chiedono anche durante Unastoria, ma una risposta non c’è. Come per l’albero. Molte risposte semplicemente non ci sono, vanno cercate a ritroso.
Il titolo, Unastoria, può essere inteso come una provocazione. In fondo lui non voleva raccontarla, una storia. Anzi, ha cercato di creare qualcosa che fosse estremamente anti-narrativo e per nulla compiacente. Non voleva fare le solite cose, raccontare le storie che tanto avevano appassionato il pubblico fino a quel momento: non voleva essere amato o capito o… ovviamente, tutto questo non è vero.
O meglio, il cambiamento rispetto a opere precedenti si sente e forte: la narrazione scorre diversamente. Non più a zampilli, ma a colata lavica. Non più scarabocchi, non sempre almeno. Un incontro di stili e registri compone Unastoria, procendendo nello svelarsi lento e sincopato di dettagli e particolari che costruiscono, da una parte, una storia, e ne distruggono, dall’altra, ogni linearità.
E anche se la storia gli è uscita così, tavola dopo tavola, in un percorso a volte ai limiti della rabdomanzia, d’istinto ( “questa tavola va, questa non va”, ci racconta ridendo), un bel po’ di Gipi rimane chiaro, dietro tutto questo: lo scrivere fluviale, il nervosismo, l’introspezione, l’ironia.
Ma ciò che più colpisce è l’utilizzo della logica illogica dell’onirico, che concilia opposti e contraddizioni, i cui i simboli ricorrono e non sembrano avere nessi con la realtà circostante.
Ma che importa, in fondo, della storia, quando la storia che si sta raccontando è una vita? È un fallimento, è un’incapacità, è una pazzia?
Le tematiche trattate, con meno ironia e linearità del solito (di questo gliene si deve dare atto), sono forti: la vita, la morte, l’amore, l’arte, la follia. Incatenate l’una all’altra senza soluzione di continuità.
E poi ancora la guerra, tema ricorrente in Gipi. Una guerra spettacolare e grigia.
Il risultato è che Unastoria diviene un’opera complessa, tecnicamente matura, emotivamente intensa ed estremamente delicata, pur non mancando della solita sincerità autobiografica disarmante.
L’uso dei colori è, qui, fondamentale. Il “trucchetto” di Gipi, la sua principale dote a cui non rinuncia, rimane l’uso del colore: un susseguirsi di tavole in cui l’acquerello possiede ed esalta il bianco. Scenari naturali e umani, luci urbane e sguardi periferici trascinano il lettore in un mondo a tratti meraviglioso, quasi ai limiti dell’allucinatorio.
Qualche scarabocchio ancora, rimane a farsi riconoscere. Qualche bianco e nero quando si tratta di un registro confidenziale. Che a volte ci accompagna in un intermezzo comico, o più spesso sarcastico. A volte nella realtà fredda, gretta o – solo un po’ – cattiva. A volte ci accompagna nell’interiorità confusa e piccola di uno o un altro personaggio.
Ma i sogni, specialmente quelli a occhi aperti, sono sempre a colori.
Martina Caschera
Summary:









