Orange is the new Black
Ideatore: Jenji Kohan, tratto dalla biografia di Piper Kerman
Genere: drammatico, commedia
Durata: 50′-60’ (a episodio)
Lingua originale: inglese
Stagioni: 2
Episodi: 26 puntate
Cast: Taylor Schilling, Laura Prepon, Michael J. Harney, Jason Biggs, Kate Mulgrew.
Distribuzione: Netflix
Prima Tv: Stati Uniti d’America, 2013
Gli appassionati di Showtime se le ricorderanno benissimo: Jenji Kohan e la MILF più famosa del piccolo schermo, Nancy Botwin – la più famosa del grande schermo invece è la madre di Stiffler in American Pie, che ve lo diciamo a fare? – ci hanno accompagnato per otto stagioni nel magico mondo di produzione e spaccio home-made di Marijuana, il tutto condito dall’immancabile slang ispano-americano che sembra essere la condizione sine-qua-non di ogni serie che parli di droga e affini.
Aspettavamo dunque con gran trepidazione il ritorno di Jenji Kohan su questi schermi, e possiamo dire di esser stati ripagati con soddisfazione: Orange is the new Black mantiene le caratteristiche che rendevano Weeds un prodotto di successo, e va ancora oltre. Perché?
Orange is The new Black è una serie distribuita da Netflix (così come House of Cards) e narra le vicende di Piper Chapman, una biondina borghese del Connecticut che vive a New York con il fidanzato Larry (Interpretato da Jason Biggs, protagonista di American Pie, ve lo ricordate?).
Piper si ritrova a dover scontare quindici mesi a Litchfield, il carcere federale femminile di New York, per aver contribuito al trasporto di denaro proveniente da spaccio di eroina tra Stati Uniti ed Europa nel periodo in cui aveva una relazione con la bellissima Alex, a sua volta coinvolta per gli stessi motivi.
Piper abbandona la sua vita, fatta di amici, fidanzato, appartamento dotato di tutti i comfort e complementi d’arredo, abbandona anche il suo nome (a Litchfield ci si chiama per cognome), indossa l’uniforme color arancio tipico delle nuove carcerate, ed impara giorno dopo giorno come si vive quando ogni azione quotidiana va imparata da capo, con nuove regole, nuovi comportamenti e pochissimo spazio di manovra.
Quella che, descritta così, sembrerebbe una serie incentrata al 100% sulla vita della protagonista, in realtà altro non è che il diario di Litchfield, e si trasforma in un racconto corale della vita all’interno di un carcere federale, tra guardie dispotiche, amministratori demotivati e gang di carcerate.
Noi mettiamo piede per la prima volta nella struttura insieme a Chapman, camminiamo con lei tra i corridoi, sediamo accanto a lei in mensa e rispettiamo i suoi orari di visita per sapere cosa accade fuori, ma lentamente il punto di vista di Piper diventa quasi accessorio a quello di tutte le altre carcerate, e mentre lei si conquista con fatica il ruolo di Leader, la storia, puntata dopo puntata, ci svela la vita delle singole ragazze attraverso i loro punti di vista ed un puzzle di flashback delle loro vite passate, presentandoci ogni personaggio due volte: la prima volta in uniforme da carcerato, la seconda volta come libero cittadino.
Progressivamente Piper scoprirà che sarà impossibile per lei tornare alla sua vita così come la conosceva prima, travolta dalla totalizzante esperienza del carcere.
E, ancor più importante, capirà di non essere mai stata davvero sé stessa tra cataloghi IKEA, saponi profumati e aperitivi al centro, perché nel corso dei mesi i rapporti più forti si riveleranno essere quelli all’interno delle mura di Litchfield, mentre quelli al di fuori si sgretoleranno inesorabilmente: la migliore amica Polly e il fidanzato Larry non reggono il confronto nè con Alex che, pur avendola trascinata a fondo con sé, non porta mai Piper a sentirsi delusa o annoiata, nè con le nuove persone più importanti della sua vita – le altre carcerate -.
Abbiamo volutamente omesso che circa un terzo delle carcerate intrattiene regolarmente o sporadicamente rapporti omosessuali, non fa eccezione Piper e non c’è bisogno di spiegare che, oltre ad essere un grosso incentivo alla visione della serie per ovvi motivi, aggiunge alla vita all’interno di Litchfield un tocco da campus estivo.
Senza dimenticare che, letto da questo punto di vista, il titolo Orange is the new Black – che ufficialmente significa “la vita da carcerato è cool” – assume decisamente un altro significato a cui, scommettiamo, non avevate pensato.
Perché guardare Orange is the new Black?
Perché mi piacciono gli outsider, per Red e Crazy Eyes, Per le effusioni saffiche, Per l’accento afro-americano e quello ispano-americano, Perché in un’altra vita devo essere stato un pazzo omicida con tendenze bisessuali.
Perché non guardare Orange is the new Black?
Perché non riesco a seguire in lingua originale, perché sono stato in carcere e sono traumatizzato, perché troppe donne insieme mi inquietano, perché si vedono troppe tette, perché sono una sentinella-in-piedi.
Noemi Borghese







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