Fumetti

Published on Gennaio 19th, 2015 | by Martina Caschera

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Kobane calling: un reportage di Zerocalcare

Zerocalcare a Kobane, una lettura personale

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Sulla scia di Zerocalcare, dell’intimismo e dell’onestà della sua ultima opera, prima di tutto devo fare una confessione: dell’Internazionale sono una lettrice mediocre. Con rammarico, devo ammettere che non sono mai riuscita ad avere una continuità nell’informazione e, di conseguenza, un’adeguata profondità e autorevolezza nell’opinione. Nel caso specifico, non vado molto dietro a riviste di geopolitica e, più in generale, di approfondimento politico e socio-economico, ma dell’ Internazionale, più che l’oroscopo e la posta zozza di Dan Savage, amo lo spirito, critico, il respiro, ampio, e in particolare il gusto, anche nella scelta di illustratori, vignettisti e fumettisti; ne apprezzo la costanza nel sostenere il graphic journalism, un genere che rispetto e di cui, da fumettara, comprendo la necessità.

Ma torniamo a noi: in linea di massima quello che succede ad un lettore medio quando legge reportage (graphic o non graphic), tra pagine di riviste come questa, è che si sente minuscolo, spaesato, catapultato a migliaia di chilometri di distanza, inutile e allo stesso tempo vivo. Si rende conto, posto a confronto con un’immagine immediata e generale del mondo intero racchiuso in un singolo Paese e in un singolo ma complicatissimo momento storico, di quanti movimenti profondi e sconvolgenti devastino e (ri)costruiscano il pianeta. Tutto insieme, tutto d’un tratto, e non può girare lo sguardo ancora.

Ma se queste mie parole sembrano pura retorica, il lavoro di Zerocalcare non lo è e da questa sensazione di improvvisa e lucida presa di coscienza attinge a piene mani.

Esso rientra in questo discorso di ampliamento dell’orizzonte personale e sfiora tante altre tematiche, con l’ironia e l’autoironia che contraddistinguono il fumettista romano.

Ero curiosa di leggere questo reportage a fumetti, un’opera di graphic journalism a tutti gli effetti, sulla linea della tradizione dell’Internazionale, ma allo stesso atipica per il registro adottato.

Come molti, forse, della Siria e della situazione dei curdi, conosco solo la parte grossolana e sensazionalista (l’eco che i media ci propinano è quella che gli utenti dei vari social ripropongono in poche battute), per cui quando inizio la lettura e trovo un piccolo riassunto della vicenda, lo interpreto come primo modesto invito alla riflessione e all’impegno. Si capisce subito dunque che Zerocalcare scrive e disegna per tutti, anche per i mediocri e i “borghesi” (consapevoli o meno), parlando la nostra lingua (solo un tantino romanaccia, ecco), portandoci ad un’immedesimazione immediata.

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Partiamo anche noi, usciamo dai nostri nidi confortevoli fatti di abitudini, idiosincrasie convinzioni più o meno fondate, verità assolute banali e dubbi ancestrali, per un viaggio che inizia con queste 42 pagine ma ad esse non si riduce.

Partiamo per Kobane. O meglio, per Mehser, una piccola città, al di là di quel confine all’interno del quale la guerra ancora imperversa.

E dopo il lavoro intimista e personale di Dimentica il mio nome, scopriamo ancora un’altra faccina di questo bravo autore. Ma perché poi, bravo? Perché se ne è andato a Kobane a fare il reportage? No, non necessariamente: bravo perché da Kobane ha riportato qualcosa di davvero buono per noi lettori. E l’ha fatto senza alcuna presunzione, come suo solito. E vi dirò di più: stavolta, per me, non c’è neanche quel populismo che è forse un po’ la pecca di quel Zerocalcare, l’amico nostro, quello dei plumcake e dei problemi quotidiani che uguali ce li abbiamo anche noi. Qui ritroviamo l’impegno politico della persona-Zerocalcare, del quale spesso (si) parla ma che poco trapela dai fumetti mainstream che tanto ci fanno ridere.

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Ciò che sempre meraviglia del fumetto è la quantità di roba che ci si può mettere dentro, e più si è bravi, più ce ne metti senza mai saturare né lo spazio né il tempo. In più, racchiudere in poche pagine le sfumature e la complessità generate da quella tragedia che è la guerra, deve essere particolarmente frustrante. Impossibile toccare tutto ciò che va toccato, con la serietà che merita, ma vale la pena lanciare l’amo e rischiare.

Zerocalcare è riuscito in questa impresa, ora molto più che altre volte. Sarà per quell’ingrediente segreto, misterioso, di cui è difficile individuare i contorni? Cos’è che rende questo pezzo particolarmente riuscito?

In primis, ironia intelligente e leggerezza, che ci permettono di entrare meglio nella storia, di immedesimarci e umanizzarla e allo stesso tempo di comprendere con più lucidità alcune sfumature altrimenti annebbiate, se non dall’ignoranza, comunque da indignazione, rabbia e dolore. Il ritmo sostenuto, intervallato dalle giuste pause d’introsopezione, le scelte narrative tra le quali l’inserimento di digressioni e la sintesi critica nella scelta dei personaggi sono altri elementi che funzionano.

L’originalità del pensiero politico, di certo radicale ma non aggressivo o gratuitamente violento, affiancata al romanticismo (anche politico), nella sua più ampia accezione possibile. Colpisce e coinvolge lo sguardo generale, il messaggio di stima e fiducia nelle donne e negli uomini che combattono e che difendono il proprio credo, in confronto ai quali lui stesso e molto di noi ci sentiamo piccolo piccolo ma anche tanto grati.

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Positivo, in ultima analisi, soprattutto che un personaggio pubblico, che evidentemente ha un suo importante seguito in tutte le fasce d’età, abbia prodotto un reportage sulla guerra che si sta combattendo ora, in questo momento, in Siria, con il risultato di coinvolgere anche chi non si sarebbe mai fatto coinvolgere: un trucco vecchio come il mondo ma, finché funziona e finché è fatto con serietà, perché no? Leggete e, leggetene tutti.

Martina Caschera

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