Lo Scuru
Chiunque si appresti a leggere Lo Scuru di Orazio Labbate dimentichi la leggerezza e la superficialità, e si prepari ad entrare in un mondo pieno di tensione. Si prepari ad una lettura “seria” fatta di linguaggio pensato e di strutture narrative complesse, di ombre più che luci, di ostinata e prolungata immersione nei pensieri del protagonista narrante più che nell’ossigenata approssimazione della letteratura da classifica.
Quella di Orazio Labbate è un’opera in cui si annida, come nell’organismo vivente prossimo al trapasso del protagonista, il germe sconsiderato della duplicità, o meglio di una dualità che è violenza e delicatezza insieme, che è pura oscenità orfana di oscura passionalità e corporea trascendenza cinta di bianco torpore. Nella rielaborazione del ricordo del protagonista narrante sfila la Sicilia, grottesca ed enigmatica delle credenze popolari e dei miti cattivi. Una Sicilia instabile, irreale, costantemente attraversata dalla presenza dell’incubo torbido ed affascinante che fa da sfondo alla sfilata del tempo. E nel tempo del ricordo, dell’infanzia agreste delle terre arse, del calore ansioso, del mare di cui giungono soltanto i racconti dei marinai, sfila Lo Scuru. Sfilano le paure dei bambini, i racconti degli anziani, gli accoppiamenti animaleschi, le figure mitologiche, le statue di un Cristo legnoso e tarlato, l’improbabile presenza di Dio.
Un libro che è una cosmogonia innaturale, romanzata di una solitudine tanto raffinata quanto inguaribile, che costituisce l’intelaiatura della memoria per un percorso di vita che unisce la terra natia con l’America. Un libro forte che ha bisogno soprattutto di tempo per farsi leggere, per lasciare che il lettore si abitui al suo linguaggio complesso – misto di siciliano ed italiano – aldilà della vicenda di per sé non complessa. D’altra parte, se anche il lettore più distratto non sapesse fin dall’inizio come finisce la storia – perché anticipata dallo stesso narratore protagonista –continuerebbe a leggerla tutta d’un fiato, in attesa di un evento che contraddica l’evidente destino. Infatti, la bellezza di questo libro non sta tanto nella gestione della trama molto semplice e della storia altrettanto comune, quanto nella poliedrica atmosfera nera, che infonde a tutto il romanzo, il sapore dell’arcano presagio.
Poe, Stoker, Rimbaud ed il Kafka delle Metamorfosi sembrano segnare la strada delle ambientazioni tanto eteree, quanto suggestive; mentre Bufalino e Moresco sembrano segnarne la dimensione semantica sviluppata sempre tra senso letterale e senso figurato, ad ogni singolo livello, sia esso lessicale, sia esso idiomatico, sia esso, in ultima analisi, formulare. Un assoluto anticonformismo delle scelte grammaticali e sintattiche direttamente riconducibili a Verga, a I canti barocchi di Lucio Piccolo in cui post-simbolismo e surrealismo convivono, e al crepuscolarismo dialettale di Francesco Guglielmino.
In definitiva, un’opera che, nonostante sia la prima vera pubblicazione dell’autore, si presta ad essere una bella e rassicurante presa di coscienza per chi avesse ancora voglia di leggere.
Mario Visone
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