Taddeo in rivolta. Intervista a Stefano Amato
Stefano Amato è uno dei miei scrittori contemporanei preferiti: amo molto il suo stile, la sua ironia, la sua capacità di scrivere di attualità e fare critica alla società con intelligenza e arguzia. È veramente uno scrittore unico. L’ho letto per la prima volta con Bastaddi, il suo romanzo uscito per Marcos y Marcos nel 2015, e ho avuto molto di leggere e apprezzare anche i suoi romanzi successivi, tra cui L’inarrestabile ascesa di Turicapodicasa (Hacca Edizioni, 2018) e Stupidistan (Marcos y Marcos 2020). Nel mese di settembre è uscito per Marcos y Marcos il suo ultimo romanzo: Taddeo in rivolta, in cui l’autore analizza con grande ironia temi filosofici come il confine tra bene e male.
Taddeo, il protagonista del romanzo, è un trentaduenne grasso, introverso, appassionato di Camus. Vive a Cirasa, un paesino siciliano, dove si sente solo contro tutti, perché ignoranza, prepotenza e sciatteria regnano sovrani. È quasi tentato di farla finita quando una sera assiste all’ennesima scena di violenza. Un energumeno prende a pugni in faccia un ragazzino inerme, colpevole, ai suoi occhi, di essere omosessuale. Il bullo è ben noto alle forze dell’ordine: si chiama Gioacchino Spagna, entra ed esce di galera, ma di fatto viene lasciato libero di spadroneggiare per la città.
È per colpa di gente come lui che il mondo cola a picco, Taddeo ne è convinto. D’un tratto, non sopporta più l’idea che nessuno lo fermi. E allora dice basta, riprende in mano la sua vita e decidere di fare qualcosa.
Taddeo in rivolta mi ha riempito di così tante riflessioni e curiosità che mi sono rivolta direttamente all’autore. Qui potete leggere la mia intervista a Stefano Amato, che ringrazio ancora una volta per la pazienza e la disponibilità.

Stefano Amato, Taddeo in rivolta. Marcos y marcos, collana Alianti, 2022. Pag. 287, € 18,00
Ciao Stefano e bentornato su una banda di cefali. È sempre un piacere ospitarti. Il tuo ultimo romanzo, Taddeo in rivolta, è uscito da qualche mese per Marcos y Marcos. Com’è nata l’idea? È nato prima il personaggio di Taddeo o la storia?
Il romanzo è il risultato di una convergenza di due idee: da una parte avevo in mente da un po’ di scrivere di un personaggio come Taddeo, cioè un uomo tribolato che si ritrova in un baratro esistenziale da cui non sa come uscire; l’altra idea prevedeva che scrivessi prima o poi di qualcuno che decide di pianificare un omicidio perfetto. Un giorno ho fatto due più due ed è nato Taddeo in rivolta. Non svelo niente dicendo che Taddeo prova a uscire dal suo baratro organizzando un omicidio perché siamo ancora nella prima parte della vicenda.
Taddeo in rivolta è suddiviso in atti, quasi come se si trattasse di una pièce teatrale a cui assistono i lettori e le lettrici. Come mai questa scelta?
La divisione in atti mi piace molto, è una delle cose che invidio di più agli sceneggiatori. In più se ci pensi siamo circondati dalla divisione in atti, non c’è bisogno di scomodare Aristotele o Joseph Campbell, è un modo di raccontare storie in cui siamo immersi fin da piccoli, ormai quasi non ci facciamo caso. È tutto diviso in atti: una barzelletta, uno spot pubblicitario, il Vangelo, un tutorial di YouTube. Io poi sono nato e cresciuto in una delle culle della tragedia greca, quindi forse mi viene ancora più naturale. Nel caso di Taddeo in rivolta la scansione in atti serviva a sottolineare i vari cambiamenti che il protagonista subisce nel corso dei circa sei mesi in cui si svolge la storia.
Nelle prime pagine del romanzo conosciamo un Taddeo sovrappeso, misantropo, isolato dal mondo la cui unica ragione di vita sono la letteratura e i grandi filosofi (Albert Camus in particolare) che lui però interpreta in modo tutto suo. Che ruolo svolgono la letteratura e la filosofia nella vita e nella formazione di Taddeo? Sono un bene o un male per lui?
All’inizio sono senza dubbio un bene. Dopotutto i libri gli hanno tenuto compagnia e lo hanno supportato per tutta la vita. I libri sono i suoi migliori amici in pratica. Il problema è che Taddeo ha una mente fragile e in casi come il suo qualsiasi libro — qualsiasi cosa — può diventare ispirazione per qualcosa di abietto. Mi piaceva l’idea di instillare nel lettore il dubbio che non è detto che un lettore forte debba essere per forza una brava persona.
Taddeo è quasi sul punto di mollare quando un’illuminazione (di cui non svelerò nulla perché non voglio fare spoiler) gli dona non solo una ragione per andare avanti, ma dà proprio un senso alla sua intera esistenza. Da quel momento Taddeo cambia vita, torna ad insegnare, si iscrive in palestra e molto altro ancora. Da qui nasce una riflessione che è poi uno dei temi principali del romanzo e cioè il confine tra giusto e sbagliato. È lecito compiere il male per sconfiggere un altro male più ampio, apparentemente incurabile?
Esatto, questo è forse il tema cruciale, la domanda cardine che anche il lettore, spero, possa porsi. Mi piace mettere il lettore davanti a dilemmi del genere, in questo caso: visto che ha segnato la rinascita di un uomo distrutto – gli ha praticamente salvato la vita — forse l’epifania di Taddeo non è così malvagia, tanto più che lo scopo ultimo è il bene della collettività. Eppure non tutti potrebbero pensarla così, primo fra tutti il nostro ordinamento giuridico (e per fortuna, aggiungerei). Quindi? Temo di non avere una risposta alla tua domanda.
É un caso che Taddeo sia un insegnante e, non appena riprende in mano le redini della sua vita, ritorni a dedicarsi con passione a questa professione?
All’inizio non avevo dato troppa importanza al mestiere del protagonista, ma poi mi sono detto che l’insegnante era il lavoro perfetto per qualcuno con un esaurimento nervoso in corso. Conosco diversi insegnanti e alcuni di loro sono stressati, meditano di smettere. E non è una cosa solo italiana, questa. Anni fa ho conosciuto una ragazza americana, un’insegnante, che mi raccontava come spesso appena tornata a casa dal lavoro si faceva un gran pianto. Senza contare che rendere Taddeo un insegnante mi ha dato la possibilità di creare un po’ di tensione, chiudendo una persona come lui in una stanza insieme a una trentina di ragazzini delle medie ignari di che persona fosse in realtà il loro professore di lettere.
Un altro aspetto interessante di Taddeo in rivolta è il rapporto tra figli e genitori. Taddeo è figlio di genitori separati che, in modo diverso, non sono soddisfatti del figlio: il padre lo vorrebbe più “macho”, la madre vorrebbe che si sistemasse. In un momento particolare poi, Taddeo taglia il cordone ombelicale con la madre in modo abbastanza brutale e inatteso. Qual è il ruolo dei genitori nella vita e nell’evoluzione del protagonista?
Hanno un ruolo importante, anche se non fondamentale. Nel libro si suggerisce al lettore che se Taddeo è diventato quello che è, in parte si debba al modo in cui i genitori, soprattutto il padre, lo hanno cresciuto. Ma volevo evitare di dare ai genitori tutta la colpa, anche perché sono d’accordo con la scuola adleriana secondo cui i genitori non hanno poi quel gran ruolo in ciò che diventiamo da grandi, siamo noi a convincerci del contrario. I genitori di Taddeo sono soltanto una delle cause del suo esaurimento (e dell’evoluzione in generale del personaggio), insieme al fallimento nell’insegnamento, i filosofi che legge, la solitudine eccetera.
Cirasa, il luogo in cui si svolge la storia, è un paese immaginario della Sicilia che però non sembra così tanto inventato perché è un concentrato di tanti elementi tipici dei paesi di provincia (della Sicilia ma anche del sud in generale). Come nasce questo luogo e che ruolo svolge nella vita del protagonista?
Dici bene, Cirasa è un distillato di tante, forse tutte le città della Sicilia o del Sud in generale. Anche per questo l’ho inventata, per questa universalità, i difetti delle città siciliane e del Sud si somigliano tutti. Cirasa ha un ruolo determinante, perché se Taddeo è com’è lo deve anche al posto dove vive, è una delle cause di cui parlavo alla fine della risposta precedente. Io abito a Siracusa, una città che ha moltissimo in comune con Cirasa, e nella quale vedo tanti potenziali Taddeo che non ne possono più di tanta illegalità grande e piccola. Taddeo però si spinge oltre: decide di dare corpo a idee e istinti che per fortuna di solito la gente non concretizza.
Ho finito di leggere Taddeo in rivolta da un po’ di mesi e non ho ancora capito da che parte stare, se nel #teamtaddeo o in quello #taddeomarcisciingalera. Tu invece da che parte chi ti schieri?
In teoria dovrei rispondere con il luogo comune secondo cui io, in quanto autore, mi limito a raccontare una storia senza schierarmi con nessun personaggio ed evitando di giudicare – o giustificare — il punto di vista di tutti eccetera. E forse quando ho cominciato a scrivere Taddeo in rivolta era così. Deve essere così, altrimenti scrivi un libro a tema e non va bene. Solo che poi io per primo sono rimasto sorpreso dalle scelte di Taddeo e ne ho preso le distanze, e infatti nel libro più si va avanti più si capisce che sto dalla parte della madre, il suo è lo sguardo più lucido, sono d’accordo con la sua visione secondo cui dobbiamo accettare le cose come vengono e fare del nostro meglio.
La Sicilia è uno dei leit-motiv della tua opera letteraria, una costante che tu riesci sempre a rappresentare con tutte le sue bellezze ma anche con tutte le sue contraddizioni. Qual è il tuo rapporto con la Sicilia? Quanto influenza la tua scrittura?
È buffo: nonostante ci sia nato e cresciuto, nonostante sia figlio di siciliani a loro volta figli di siciliani e così via fino alla notte dei tempi, mi sono sempre considerato uno capitato in Sicilia un po’ per caso, quasi come un turista, e questa cosa capita a molti, credo. Questo straniamento si riflette sia sui romanzi che nella mia vita di tutti i giorni (nonostante somaticamente sia il siciliano tipo, in molte attività mi parlano in inglese quando ci entro). Mi piacerebbe scrivere un libro ambientato altrove, ma non conosco nessun altro posto abbastanza bene da poterlo fare. In più la Sicilia, nel bene e nel male, è una fonte inesauribile di vicende e vissuti e contraddizioni, perché rinunciarci? Alle presentazioni mi chiedono spesso perché io scriva storie ambientate sempre in Sicilia, e le risposte che do sono sempre le stesse: dove dovrei ambientarle, visto che è l’unico posto che conosco bene? E poi chiedereste a un autore lombardo perché ambienti le sue storie in Lombardia? O a un autore islandese perché ambienti le sue storie in Islanda?
Io sono una tua grande fan di vecchia data, ormai è cosa nota, e uno degli aspetti che più amo della tua scrittura è la forte ironia e capacità di far ridere dove in realtà ci sarebbe piuttosto da piangere. Qual è il segreto per fare ironia?
Ti ringrazio, è una cosa che mi viene spontanea fin da piccolo, forse è un meccanismo di autodifesa dal prendersi troppo sul serio, che è sempre in agguato e temo molto. In Taddeo in rivolta in realtà ce n’è poca di ironia. La cosa buffa è che quando ho cominciato a scriverlo l’ho fatto nel mio solito stile, ma in qualche modo stonava con i temi. E allora dopo alcune false partenze ho trovato la voce drammatica che la storia richiedeva.
L’ultima domanda è di rito, hai altri progetti in cantiere? Quando potremo rileggerti in libreria?
È ancora presto per dirlo, sono ancora in fase incubazione, quella fase in cui guardo un’idea da tutti i lati per vedere se è fattibile. Soprattutto coltivo il più possibile la noia, cioè vedo pochissima gente, sto molto in casa, dove non ho internet né tv né nessuna piattaforma streaming, solo i libri e la radio. L’idea forse è arrivare ad annoiarmi talmente tanto, che l’unico modo per sconfiggere la noia è cominciare a scrivere un romanzo. Finora ha funzionato.
Intervista di Carla De Felice



