Knockemstiff
Alzai le coperte appena un poco e passai le dita sul tatuaggio che faceva sembrare il culo ossuto di Sandy un cartello stradale: una scritta bluastra che diceva ‘Knockemstiff Ohio’. Per me rimarrà sempre un mistero il motivo per cui a certa gente serve l’inchiostro per ricordare da dove viene
Per tutto il tempo che ho letto Knockemstiff, quando qualcuno mi chiedeva cosa stessi leggendo, rispondevo: “Un libro di Donald Ray Pollock“. Credo sia uno dei titoli più difficili da ricordare e sono sicura di non averlo mai pronunciato in modo corretto le poche volte che mi è capitato di farlo.
Eppure Knockemstiff esiste, è un paesino fantasma dell’Ohio, “e la storia di come Knockemstiff, cioè “falli secchi”, si sia guadagnata il nome suona stupida anche quando i vecchi del posto sono ubriachi e la raccontano.”
Donald Ray Pollock, ha vissuto in quel buco di città per più di trent’anni, lavorando prima come macellaio e in seguito come operaio della cartiera fino a quando, per ridurre l’orario di lavoro, decise di partecipare a uno stage universitario dove furono notati i suoi racconti.
A fine libro ci tiene a sottolineare che la realtà del Buco è molto più normale di quanto possa sembrare nei suoi racconti. Knockemstiff è una cittadina come tante, dove il sogno americano è diventato un miraggio e la gente tira avanti con fatica, è l’America lontana dal suo mito.
Tutti gli americani sono originari dell’Ohio, anche se per poco.
Questa frase di Dawn Powell e una cartina di Knockemstiff segnano l’inizio dei diciotto racconti che compongono il libro. Diciotto storie che girano intorno al Buco, una sorta di luogo metafisico capace di attrarre verso di sè tutta l’umanità maledetta e tutti i reietti della zona.
Diciotto pugni sui denti, pugni ben assestati, di quelli che ti fanno sanguinare le gengive e ti riempiono la bocca di sangue.
Diciotto storie di violenza, droga, sentimenti fragili e legami familiari inesistenti che ruotano intorno al Buco, un buco nero che inghiotte tutto e tutti in un immenso e silenzioso vuoto.
La violenza è il filo conduttore di tutti i racconti, più che la violenza, la sete di sangue, una sete ferina presente già nel primo racconto, La vita com’è.
Il protagonista è un ragazzino, Bobby, che massacra di botte un suo coetaneo e la sera nel letto si lecca le mani ancora sporche di sangue.
I frammenti secchi mi si sciolsero in bocca, trasformando la mia saliva in sciroppo anche dopo aver ingoiato tutto il sangue, continuai a leccarmi le mani. Strappai la pelle con i denti. Ne volevo di più. Ne avrei sempre voluto di più.
La violenza per Pollock è un istinto naturale, un ritorno alle origini, all’uomo primitivo che lottava contro tutti per sopravvivere e salvaguardare la specie. Quelli che non riescono a vincere in questo gioco al massacro, si annientano con droghe e alcool. A Knockemstiff vale la legge del più forte ma le regole elementari di sopravvivenza si confondono al punto da non capire chi sono i vincitori e chi i vinti.
Pollock ha una scrittura semplice e diretta, il Telegraph lo descrive come “un Ernest Hemingway vissuto sempre nelle foreste e un Raymond Carver sotto anfetamine. “ A me ha ricordato spaventosamente lo stile di Pancake e il suo piccolo capolavoro, Trilobiti.
Paolo Cognetti, parlando di Knockemstiff, scrive:
A volte in quello schifo c’è un momento di grazia,a volte la grazia è tutta nella scrittura di Pollock […] Era questa la letteratura americana di cui mi sono innamorato una volta e che mi lascia secco ogni volta che la ritrovo: libera e selvaggia e bella come un primo amore.
È facile innamorarsi di questo libro, provateci anche voi.
Flavia Peluso
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