Transparent
Ideatore: Jill Soloway
Genere: Comedy, drama
Durata: 28-30′ (a episodio)
Lingua originale: inglese
Stagioni: 1
Episodi: 10 episodi
Cast: Jeffrey Tambor, Gaby Hoffman, Jay Dupiss, Amy Landecker, Judith Light
Distribuzione: Amazon Studios
Prima Tv: USA, 2014
Lasciateci dire una banalità: la società degli anni ’10 probabilmente è sul serio una società pansessuale, in senso esteso e forse facendo un ragionamento un po’ forzato. Con questo non intendiamo dire che siamo finalmente tutti uguali e nemmeno che omofobia e battaglie di genere non esistono più – esistono eccome, molto spesso sono reali e altrettanto spesso nella nostra mente, ma esistono -.
Di esempi potremmo farne a bizzeffe e parlare di società liquida, di società orizzontale, di abbattimento dei confini e di tante belle parole come se fossimo sull’Huffington Post.
E invece queste cose non le diciamo, diamole per scontate o per troppo banali per essere ripetute, e diciamo soltanto che ci sono alcune tematiche che permeano la nostra quotidianità sempre di più, ci coinvolgono e ci avvicinano, e fare finta di averle capite e accettate soltanto dando loro una definizione su Wikipedia è impossibile nonché molto poco cefalo.
Ciò nonostante fino a pochi mesi fa erano davvero poche le serie tv che sono riuscite a parlare di questioni di genere in modo così delicato, dolce e intimistico come fa Transparent, e a proporcela è nientepopodimeno che Amazon (sì, lo stesso Amazon da cui vi siete comprati il cavetto usb per lo smartphone).
La trama di Transparent ruota attorno alla vita di una famiglia, i Pfefferman, un nucleo familiare composto da mamma Shelly e papà Morton, divorziati, e tre figli ormai adulti, che se non ce lo dicessero all’inizio che condividono lo stesso DNA non ci crederemmo mai.
Tra i figli troviamo la mamma e moglie Sarah, l’artista-idealista secondogenito Josh e Ali, la più piccola, la più confusa e la più saggia dei tre.
Ma il personaggio chiave di tutta la serie è il papà, Morton, che a sessant’anni suonati sente il bisogno impellente di cambiare casa, cambiare vita e riuscire finalmente ad essere trasparente con i figli, con la ex moglie, con il mondo intero e con sé stesso: Morton è in realtà Maura, è un corpo di uomo intrappolato in un animo da donna, una giovane amica e un fidato confidente, un papà premuroso e una mamma un po’ goffa.
I dieci episodi percorrono due filoni temporali: il primo, quello del presente, in modo piuttosto lineare; il secondo, quello che ci riporta agli anni novanta, quando i genitori avevano poco meno di quarant’anni e i tre kids erano davvero kids.
L’infanzia turbolento-borghese dei tre ragazzini si dipana di episodio in episodio, raccontandoci a colpi di toni caldi e saturi l’infanzia negli anni novanta – ci siamo passati tutti, ci siamo commossi tutti – e insieme alla loro pubertà scopriamo la seconda pubertà anche del loro papà, che timidamente già vent’anni prima provava ad accettare, capire, gestire l’altra sé: Maura.
Dal momento in cui Morton racconta ai ragazzi chi è realmente, chi è sempre stato, le reazioni dei figli sono scomposte, imprevedibili e tenere, tenerissime: i ragazzi reagiscono tenendosi la mano, ballando insieme, ridendo e mandandosi a quel paese, provando a cambiare anche le loro vite, si scompongono e si ricostruiscono in fiumi di parole e in tentativi goffi, spaventati e coraggiosi.
La forza di Transparent forse è proprio in questo momento: dire la verità è catartico, è un atto rivoluzionario che coinvolge tutti quelli a cui la diciamo: e se all’inizio Maura, Shelly, Sarah, Josh e Ali non sembrano affatto condividere alcunché di genetico, quando il muro finalmente cade del tutto e Maura canta tutta sé stessa, diventano per la prima volta una famiglia, ancora un po’ goffi e un po’ spaventati, così com’erano nel 1994, con le ginocchia sbucciate, i capelli arruffati e il desiderio di infrangere regole che non esistono più.
Perché guardare Transparent?
Per Ali e Maura, per i dialoghi, per il boobsbouncing, Perché non soffro di omofobia, perché amo gli anni novanta.
Perché non guardare Transparent?
Perché gli omini dei WC pubblici sono solo due per un motivo, perché tanto non mi riguarda, perché non so ricordare com’è essere bambini, perché potrei vedere delle tette che non dovrebbero essere lì.
Noemi Borghese
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