Film

Published on Marzo 18th, 2015 | by Angelica Milia

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Blackhat

blackhat

Blackhat

Regia: Michael Mann

Anno: 2015

Durata: 133′

Cast: Chris Hemsworth, Leehom Wang, Wei Tang, Viola Davis, John Ortiz, Holt McCallany, nady On

Uscita: 12 marzo 2015

Trama: Un attacco virtuale causa un disastro sul territorio cinese spingendo un esperto informatico a indagare con l’aiuto di Nick Hathaway, un suo vecchio amico e compagno di studi, ora carcerato. Creando una task force mista i due daranno la caccia a un cyber-criminale viaggiando da Chicago a Hong Kong alla Malesia, partendo da motivazioni personali ma rimanendo via via sempre più coinvolti dai propri sentimenti, fino all’efferato scontro finale.

‘The moment you connect, you lose control. This isn’t about money. This isn’t about politics. I can target anyone, anything, anywhere. No fingerprints, no trace, no mercy.’

L’ultimo tassello della visione di Michael Mann è un tipo di cinema talmente puro, a cui non siamo più abituati da anni (o forse perfino da decadi), da essersi guadagnato di recente il rifiuto di critica e pubblico, ma come in molti hanno già fatto notare, si tratta di una condizione passeggera perché la visione del regista di Heat – La sfida e Collateral verrà premiata nel tempo.

Visionario sottile e architetto di stile che negli anni si è fatto sempre più rarefatto, intrigante e potente, Mann è il maestro o capofila del racconto noir ormai perduto nelle mescolanze di generi del blockbuster moderno.

In Blackhat continua un discorso iniziato da tempo, raffinandolo come si farebbe con un materiale prezioso, e arrivando al nocciolo con una durezza frontale spiazzante.

La prima cosa a colpire è infatti l’istintiva immediatezza con cui i suoi personaggi parlano chiaro ma poco, perfino tra di loro, se non per definire cose personali a un mondo esterno comunque disinteressato ai loro desideri, e per questo agiscono, si muovono e spingono in avanti la narrazione semplicemente costruendo situazioni e gesti chiari, all’interno di un mondo che non viene (ri)costruito in funzione dello spettatore. L’ambiente virtuale sui cui confini i personaggi corrono a perdifiato, (in testa un Chris Hemsworth livido e incisivo come non mai), non viene infatti mai spiegato ma solo mostrato, gestito al limite della testimonianza indiretta in alcuni passaggi, facendo comunque intuire la sua utilità e influenza sulla storia ma senza mai considerare lo spettatore un cretino da indottrinare.

In questo Mann è implacabile e quindi straordinario, rendendo chiara e comprensibilissima la più inaccessibile delle condizioni, riuscendo a far mutare nel mentre un uomo carico di rabbia per una vita sfortunata nonostante le sue grandi doti, e quindi la sua conseguente marcia per la libertà, in un’irresistibilmente romantica storia d’amore, che muove il suo protagonista dal cinismo incrollabile all’idealismo più impensabile, collocandolo direttamente nell’olimpo dei duri dal cuore di marshmallow.

Il contorno di questa storia è inoltre un’umanità sporca, abbandonata a luci al neon e fumo, palazzi fatiscenti lontani anni luce dalle superfici lisce e splendenti di un internet dell’upper class. La percezione del reale di Mann infatti si fa sempre più di carne e sporcizia, dove l’amicizia virile ricorda quella del cinema di Hong Kong e il fiato viene risparmiato per l’ultimo scontro dove parole, armi e coreografie mozzano il respiro indipendentemente da come la storia andrà a finire.

Capolavoro silenzioso.

Angelica Milia

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