Irrational Man

Produzione: USA Lingua originale: inglese Anno 2015 Durata: 96 min; colore
Genere: drammatico Regia, soggetto, sceneggiatura: Woody Allen Distribuzione: Warner Bros.
Cast: Joaquin Phoenix, Emma Stone, Parker Posey, Jmie Blackley, Betsey Aidem, Ethan Philips, Meredith Agner, Ben Rosenfield, David Aaron Baker
Uscita nelle sale: 16 dicembre 2015
Abe Lucas, un professore di filosofia in piena crisi esistenziale, si trasferisce nel Rhode Island per lavorare nel college Brailyn. Lì conoscerà Rita, collega con cui inizierà una relazione, e Jill Pollard, una studentessa che si innamorerà di lui. Anche se Jill è già fidanzata con Roy, continua ad essere attratta dal cinismo del suo professore. Dopo qualche tempo comincerà a notare qualcosa di più leggero in lui.
Sempre più spesso, in questi anni, a ogni nuova uscita di un film di Woody Allen viene da chiedersi se il grande cineasta sia rimasto lo stesso che quaranta anni fa firmò Io e Annie e Manhattan. A inquietare lo spettatore, e ancora di più il recensore costretto a ragionare sul corpus di uno dei più grandi geni della Settima Arte, non è tanto il crescente nichilismo (tematico e inevitabilmente anche estetico) delle opere in questione, ma il fatto che ogni nuovo film di Woody Allen getta una luce sinistra sui film precedenti, anche sugli ormai classici capolavori degli anni ’70. Se quelle opere ci sembravano, seppur mature e riflessive, il parto creativo di un uomo in fondo sereno e soddisfatto del proprio posto nel mondo, oggi siamo costretti a considerarle le prove di un uomo già abbondantemente disilluso e scoraggiato dalla crudeltà della vita, e il cui romanticismo (che le rende, ammettiamolo, irresistibili) fu probabilmente solo il riflesso formale di quella solida tradizione cinematografica hollywoodiana che Woody non ha mai rinnegato, e di cui è stato anzi un indiscutibile epigono.

Vero è che le origini di questo film partono da lontano, precisamente da quel capolavoro di 26 anni fa che fu Crimini e Misfatti, la prima delle ormai numerose variazioni alleniane del suo romanzo-feticcio, cioè Delitto e Castigo di Fedor Dostoevskij. Se in quel film, così come nei successivi Match Point e Sogni e Delitti, una certa eleganza formale stemperava il significato agghiacciante del plot, il Woody Allen di oggi si permette il lusso di “scomparire” definitivamente come autore riuscendo quasi a far dimenticare la sua presenza dietro la macchina da presa, e affidando completamente al suo protagonista tutte le contraddizioni di un uomo dalla moralità ora esasperata, ora calpestata da un vuoto etico ed esistenziale, e accompagnato dal più ripugnante machiavellismo. Al tema, peraltro tutto ebraico, della colpa e della punizione, l’ateo Allen sovrappone ancora quello più sconsolato del caso e dell’imprevedibilità degli eventi; e sceglie un protagonista consumato non dalla vita, ma dalla vacuità del suo stesso pensiero intellettuale. Se il Martin Landau di Crimini e Misfatti ancora viveva una sorta di dramma spirituale, devastato dal senso di colpa insinuatogli da un’educazione religiosa, o il Colin Farrell di Sogni e Delitti era tormentato da una scintilla inestirpabile di moralità, l’Abe Lucas di Irrational Man è invece un intellettuale nel senso deteriore del termine, un uomo convinto che la razionalità possa giustificare un atto estremo, e la cui fiducia nel proprio tortuoso percorso cerebrale gli impedisce di valutare le conseguenze delle sue azioni. Messo alle strette da tali conseguenze, rivelerà anche lui l’egoismo e la crudeltà dell’essere umano, lasciando intendere come l’individualismo sia caratteristica inestirpabile dell’uomo e ne muova sottilmente le azioni.
Woody Allen compie un piccolo miracolo di scrittura, perché ci fa entrare nel complesso mondo etico del suo protagonista, come mai gli era riuscito così bene finora. Ci fa comprendere il perché delle sue decisioni ma allo stesso tempo non tenta mai di convincerci della convenienza di esse, impedendo allo spettatore di parteggiare per lui ma al massimo di commiserarlo: aiutato in questo dalla recitazione sobria ed estraniata di Joaquin Phoenix, e dal ruolo perfetto ritagliato per Emma Stone / Jill Pollard, una sorta di specchio morale per il filosofo Lucas che decodifica l’assurdità della sua vita affinché venga rivelata anche agli spettatori.
Il vecchio regista punta in alto ma vola altrettanto in alto, scomodando apertamente modelli filosofici e letterari senza pedanteria, anzi con sapiente funzionalità narrativa; riduce all’osso la forma, con pochi movimenti di macchina e una fotografia alquanto asettica, si concentra sui volti dei protagonisti e lascia che sia ciò che dicono, ancora più di quello che fanno, a dare senso al film, ed è attraverso le parole che crea pathos e dinamica cinematografica, dimostrando ancora una volta ma in modo sempre più radicale come abbia assorbito e personalizzato l’arte di Ingmar Bergman.
Giuseppe D’Alessandro
Summary:




