Libri

Published on Febbraio 19th, 2016 | by Fabio D'Angelo

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Teste Matte – Salvatore Striano – Recensione

Guido Lombardi e Salvatore Striano - Teste Matte - Chiarelettere - 2015.

Guido Lombardi e Salvatore Striano – Teste Matte – Chiarelettere – 2015.

Tempo fa lessi di una app che permetteva di geolocalizzare su una mappa i luoghi citati nei romanzi. L’idea era molto originale e andava incontro a uno dei desideri più diffusi fra i lettori: quello di usare un libro come una sorta di guida da viaggio. Ci pensavo pochi giorni fa mentre guardavo quello che un tempo era il palazzo della Standa. Con buone probabilità, mi trovavo proprio nel punto esatto in cui Sasà e Totò aspettavano il rosso del semaforo per schizzare dentro il negozio e poi da lì dritti a saccheggiare il reparto cosmetici. Teste Matte, il romanzo, scritto a quattro mani da Salvatore Striano e Guido Lombardi, pubblicato a settembre per Chiarelettere, inizia così.

Il libro è la storia autobiografica di Sasà (Salvatore Striano) e del cugino Totò – nel romanzo due bambini di nove anni – che crescono nei Quartieri Spagnoli e qui iniziano presto la loro formazione criminale con piccoli furti, vendendo le sigarette di contrabbando o accompagnando i soldati americani dalle prostitute dei bassi di Vico della Tofa. E poi, una volta adolescenti, in sella a un motorino a rapinare le persone dei loro Rolex.

Raccontata così, a qualcuno sarà salita sicuramente l’ansia al pensiero di una nuova miniserie con Beppe Fiorello protagonista, ma niente paura. Questo libro non è né una di quelle noiosissime memorie scritte da ex criminali con l’aiuto di un giornalista, né un’indagine sociologica sulla camorra, con tanto di ricostruzione delle dinamiche e alleanze. Teste matte è un romanzo bellissimo, dotato di una potenza descrittiva che ricorda Edward Bunker. Il paragone con l’autore di Come una bestia feroce non è solo dovuto a una facile analogia tra biografie maledette. In questo libro, infatti, Striano e Lombardi hanno la capacità di far entrare il lettore in un contesto come solo Ed Bunker sapeva fare, e cioè con la stessa naturalezza di chi fa un gesto di routine. Come, ad esempio, quello di uscire di casa per passeggiare lungo il vicolo e poi spingersi più in là, fin dentro quell’intreccio di stradine che intersecandosi compongono i Quartieri Spagnoli. Qui confinata vive una Napoli plebea.

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Micco Spadaro – Uccisione di Don Giuseppe Carafa

La stessa che nel Seicento veniva rappresentata come una massa feroce nei dipinti di Micco Spadaro citati da La Capria in Napoli – L’armonia perduta. Perché questa raffigurazione di una plebe violenta che mette paura è ormai endemica. Su di essa poggia la logica della città dai due volti. Quella spaccata a metà secondo il prete comboniano Alex Zanotelli tra “la Napoli ‘bene’ e quella ‘malamente’”, dove quest’ultima è costituita da sottoproletari condannati alla sopravvivenza. O tra letterati e lazzaroni, come spesso propone, concedendosi il vezzo di rivisitare Benedetto Croce, lo scrittore Mario Visone, perché a Napoli la borghesia semplicemente non esiste.

E forse non è un caso il fatto che seguendo i due cugini nel loro percorso di crescita si finisca proprio a Sant’Anna di Palazzo, uno dei luoghi simbolo del romanzo. Qui ha vissuto Eleonora Pimentel de Fonseca. Qui con il Monitore è nata e morta la Rivoluzione Napoletana del 1799. E qui la storia di Sasà e Totò si intreccia con quella di Rummenigge (detto così per la somiglianza con il calciatore tedesco, nella realtà Beckenbauer) e di Cheguevara. L’insofferenza per la presenza oppressiva del clan dei Viviano (Mariano nella realtà), capeggiati dal boss detto ‘o Profeta (alias ‘o Picuozzo), spingerà il gruppo di Rummenigge e Cheguevara a farsi gang per combattere la camorra. Lottare contro il “sistema” utilizzando le stesse armi può sembrare una scelta assurda, se non si tiene conto del fatto che per tanti la vita è quasi sempre una scelta binaria che non ammette sfumature: bene/male, obbedienza/guerra, vita/morte, debole/forte. Un darwinismo sociale portato a livelli parossistici, per cui il più forte distrugge il più debole, a meno che quest’ultimo non decida di unirsi con altri per difendersi. 

«Ora che saliamo queste scale non si torna più indietro. O vinciamo noi o moriamo. Quindi tirate fuori le pistole e tenetele sempre puntate… a destra, a sinistra, in alto, dove vi viene di guardare. Dovete sempre tenerle puntate. Se vedete qualcosa o qualcuno, sparate.»

Le Teste matte rappresentano quindi la ribellione al potere del clan, a cui il boss ‘o Profeta se avesse letto Gianni Solla, avrebbe potuto rispondere così: “a questo punto ci sono un paio di cose da sapere. La prima è che sono tutti in pericolo. L’altra è chi sono io, cioè una camorra violenta e predatoria. In ogni caso, staremmo parlando della stessa cosa”.

Penetra nella testa delle persone ancora più a fondo il pensiero, ossia quella percezione di pericolo di morte che nel libro viene trasmessa in modo fortissimo al lettore attraverso le raccomandazioni che Concetta, la madre di Sasà, fa ai due cugini sin da bambini: “Appena sentite sparare, scappate nei palazzi, bussate alle porte delle signore e fate sentire con la voce che siete bambini, che quelle vi aprono, basta che non rimanete in mezzo alla strada che è pericoloso”. 

Il pensierofa parte della quotidianità e con esso Sasà impara presto a convivere: “Tutti possiamo morire. Ogni giorno. Ma non tutti viviamo con questo pensiero. Non tutti pensiamo che ogni volta che mettiamo il piede fuori di casa possiamo essere uccisi”.
Il fatalismo utilizzato da Salvatore Striano per esorcizzare il pensiero rende Teste matte (i fatti raccontati nel libro risalgono agli inizi degli anni novanta) un libro tremendamente attuale. Perché, ad esempio, riporta alla mente la vicenda Genny Cesarano, un ragazzo di appena diciassette anni che qualche mese fa, poche ore prima di rimanere ucciso per via di un proiettile vagante, su facebook scriveva così: “Non pensare ai troppi problemi, bruciano il cervello. Pensa che ora ci siamo. Domani chissà”.

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In ricordo di Petru Birladeanu, vittima innocente della criminalità organizzata

La morte di Genny non è l’unico esempio di aggancio con il presente, poiché chi decide di proseguire lungo l’itinerario segnato da Sasà e Totò, a un certo punto si troverà davanti a una teca che custodisce una fisarmonica: quella di Petru Birladeanu, un musicista di strada ucciso per sbaglio sei anni fa davanti alla stazione della Cumana di piazza Montesanto.

Il vero obiettivo dei killer era proprio uno dei fratelli Viviano appena uscito dal carcere. Googolando la notizia, potrete trovare ancora il video registrato dal sistema a circuito chiuso della stazione che mostra l’agonia di Petru e la solitudine di Mirela, la moglie. Quei fotogrammi ti sbattono in faccia con violenza quel lato oscuro della città che ciclicamente riemerge e come un cataclisma, un’eruzione o una pestilenza, travolge tutto. Dopo non puoi che provare una tremenda paura, perché ti resta addosso il freddo metallico della stazione e quel pensiero per i due cugini con cui Concetta non ha mai saputo convivere. La donna seguirà il figlio fino al termine del suo percorso, che finisce dove comincia la nuova vita di Salvatore Striano, oggi attore di successo. Un passaggio simboleggiato da un’immagine che si stampa negli occhi di Sasà, quella di una Napoli in miniatura vista dall’alto. “Tutti piccoli piccoli e lontani. È lì che ha vissuto finora, in un mondo piccolo. Quello che lo attende, invece, è un mondo grandissimo. Infinito. E questa sensazione gli piace, lo fa sentire come non si era mai sentito prima”.  Finalmente salvo.

Fabio D’Angelo

 

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è una persona semplice: ama la pasta e patate con la provola, la pizza, il sole, il mandolino e la SSC Napoli 1926. Alla domanda “Progetti per il futuro?”, generalmente risponde: non sottovalutare le conseguenze di una parmigiana di melanzane.



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