Fumetti

Published on Maggio 19th, 2016 | by Giorgia Recchia

Il ladro di libri di A. Tota e P. Van Hove

Tra tutti i graphic novel pubblicati tra il 2015 e il 2016, uno dei più incisivi è certamente Il ladro di libri di A. Tota e P. Van Hove edito da Coconino Press. Prova eclatante del valore artistico di quest’opera è, ad esempio, il fatto che gli siano stati conferiti riconoscimenti importanti, come il premio Gran Guinigi 2015 nella categoria “Miglior graphic novel” e il premio Attilio Micheluzzi 2016 nella categoria “Miglior sceneggiatura” ad Alessandro Tota, autore della storia abilmente illustrata da Pierre Van Hove.

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La trama si presenta da subito molto intrigante: siamo nella Parigi del 1953, il protagonista della vicenda è Daniel Brodin, un giovane francese che si diletta di poesia e che, occasionalmente, ruba libri in cerca di un’ispirazione. Il ragazzo, ben presto, diventa noto nell’ambiente di bohémienne e di letterati della capitale francese in quanto si fregia di aver composto una poesia, in realtà traduzione di un titolo già conosciuto in Italia. Questo avvenimento darà il via alla vera e propria creazione di un personaggio, quello dell’intellettuale Brodin, evidentemente molto più interessante della persona che cela, che riesce ad accedere ad ambienti esclusivi e di grido, come quello della rivista Les temps modernes di Jean Paul Sartre, che all’epoca era l’aspirazione massima per un letterato. Allo stesso tempo la vita di Daniel diventerà quasi funambolica, con una disperata ricerca di nuovi testi a cui attingere per accrescere la propria popolarità. La vera abilità del ragazzo sta nel mantenere credibile il suo personaggio, anche se con difficoltà sempre maggiori: un finale quasi hollywoodiano gli permetterà di scrollarsi di dosso questo ruolo di finzione e poter vivere, finalmente, la propria vita libero da ogni inganno.

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Uno dei meriti della storia creata da Tota è, senza dubbio, la sua capacità di descrivere e di ricostruire l’ambiente letterario della Parigi del dopoguerra. Uno scenario in cui c’è voglia di ripresa e di novità, di discostarsi dai grandi pilastri della letteratura del primo ‘900, e dove, talvolta, fa “più scena” il personaggio piuttosto che ciò che esprime: Brodin nega il vero se stesso creando un Daniel alternativo che si contrappone a stereotipi e schemi fissi e, contemporaneamente, si pone in conflitto con la realtà limitata da cui proviene. L’impressione che si ha quando si legge questo graphic novel – ed è quello che più diverte nella storia – è che buona parte del pubblico di Brodin non sia realmente in grado di distinguere un vero intellettuale da una moda del momento, e questo fa la fortuna del ventenne francese.

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Gli anni dei bistrot parigini fanno sì che Daniel cresca, fungono da passaggio alla fase adulta della sua vita, dal punto di vista lavorativo, affettivo e intellettuale.

Dal punto di vista grafico i disegni di Van Hove rendono la storia ancora più immediata e accattivante: il tratto dell’artista francese è pieno, i personaggi sono espressivi, e si intuisce uno studio della città di Parigi attraverso diversi scorci e vignette che costituiscono un’opera a sé stante, e testimoniano l’attenzione dell’artista per l’ambientazione, che diventa un personaggio a tutti gli effetti. Van Hove sceglie il bianco e nero per le sue tavole, e tradisce, a mio avviso, un interesse per lo studio della fotografia e della luce che si rispecchia perfettamente nei chiaroscuri e nelle ombre delle vignette.

Giorgia Recchia

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