Film

Published on Ottobre 24th, 2016 | by Angelica Milia

Intervista a Fabio e Fabio, i registi di Mine

Artwork di Paolo Castaldi

Il 6 Ottobre è uscito nelle sale italiane Mine, un film scritto e diretto da Fabio Guaglione e Fabio Resinaro, ma girato in Spagna e montato in Italia, con produttore americano (Peter Safran). Il supporto del pubblico non ha tardato ad arrivare, creando in primis l’hashtag #SupportaMine e battezzando in seguito i fan del film ‘minati’. I registi hanno anche chiesto a otto artisti di creare degli artwork ispirati al film creando un particolare countdown per la sua uscita. Abbiamo fatto qualche domanda ai gentilissimi Fabio & Fabio per svelare i segreti di un obiettivo così importante, e abbiamo selezionato alcuni tra i tanti bellissimi artwork.

Artwork di Giacomo Bevilacqua

Ciao Fabio (& Fabio),

ho letto tutto quello che sono riuscita a trovare su internet, inoltre seguo la rubrica su BestMovie da tempi non sospetti, quindi credo più o meno di avere una serie di coordinate per chiedervi qualcosa senza diventare noiosa, ammorbandovi con le solite domande.

Fabio G: Grazie…

Un tema trattatissimo in ogni incontro è ovviamente la prossima (e auspicata) rinascita del Genere in Italia, laddove il mercato delle commedia si sta via via incancrenendo, anche per colpa di un’inflazione produttiva che sta portando il pubblico nostrano a una sorta di nausea autoindotta. Parallelamente colpisce il vostro percorso, l’autoproduzione iniziale di cortometraggi fatti girare in festival dove vi siete fatti conoscere e avete, per così dire, dato la caccia a produttori di caratura internazionale.

Dal mio personale punto di vista però voi incarnate una sorta di contraltare culturale a Mainetti, anche per il tipo di prodotto messo sul piatto. Se infatti il regista di Jeeg ha costruito un film italianissimo (per linguaggio, tiro e setting) utilizzando un espediente narrativo molto poco italico (ovvero il cine-fumetto), voi avete preso un personaggio universale e lo avete calato in una produzione dal sapore fortemente internazionale, costruendogli intorno un film dallo slancio volutamente americano (per estetica e struttura). Poi per ora parlo solo seguendo le linee intraviste in trailer e discorsi fatti, anche perché la vostra pellicola sembra riservare più di una sorpresa.

Fabio G: È così. Abbiamo cercato per quanto possibile di preservare l’esperienza della sala agli spettatori, nonostante i molti trailer e poster usciti. È anche per questo che molte persone sono rimaste scosse dalla visione al cinema. Il film non è come si aspettavano. Ci siamo presi dei rischi. E, per la maggior parte dei casi, questa scommessa sembra aver pagato…

Fabio R: Ci piace che prodotti come Jeeg, Veloce Come Il Vento, Gomorra , Smetto Quando Voglio e Mine possano convivere pur essendo completamente diversi l’uno dall’altro. Forse è proprio questa la chiave per un nuova ondata di cinema italiano, viva e composta da autori diversi con stili e obiettivi differenti.

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Anche se venite da una gavetta lunghissima, Mine è la vostra prima grande produzione. Il film inoltre sembra correlarsi a una serie di prodotti come Buried (con cui condividete il produttore), Locke, 127 ore… ovvero esercizi di stile dove la regia e la scrittura sono fondamentali per una tenuta continua dell’attenzione e del coinvolgimento emotivo del pubblico. Quanto è durata la fase di preparazione, come è mutato dall’inizio e quanta ingerenza da parte dei produttori avete avvertito per rendere il film più ‘vendibile’ o comunque diverso da quello che avevate partorito sin dall’inizio?

Fabio G: Più o meno è andata così: la fase di scrittura è durata quasi un anno. La ricerca del budget circa 6 mesi. La preparazione quattro mesi, di cui due in loco.

Fabio R: Da parte dei produttori americani, spagnoli e italiani abbiamo goduto di un certo grado di libertà, anche e soprattutto perché siamo stati in grado di tenere i costi estremamente contenuti. Ce la siamo guadagnata…

Fabio G: Il film è cambiato nei dettagli. E se sommi tanti dettagli, alla fine cambi un pochino anche il film. Con Peter ci siamo confrontati tanto soprattutto in fase di sceneggiatura… poi ci ha lasciato estremamente liberi in fase di ripresa… e il confronto “vero” è iniziato nella luuuunga fase di montaggio. (Ride NdA) Quando sei immerso ad un progetto così tanto in maniera emotiva e professionale, è davvero difficile rimanere lucidi e fare le scelte giuste. Fortunatamente i produttori ci hanno consigliato alcuni cambiamenti, o evidenziato le parti che funzionavano meno del film, sempre lasciandoci la libertà di scegliere.

Fabio R: O facendocelo credere … (ride NdA)

Fabio G: Il risultato non cambia, sono stati bravi. Il clima è sempre stato buono, anche nei momenti più duri. E ce ne sono stati…

Fabio R: Alcune scelte per noi erano imprescindibili e non abbiamo mai ceduto alle richieste di cambiamento. Come il terzo atto, o il finale…

Fabio G: Ogni volta che rivedo al cinema il finale del film penso “siamo stati dei pazzi…”

 

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Quali tipi di influenze avete avuto dal punto di vista stilistico e narrativo? Tempo addietro Fabio G. scrisse che qualcuno li aveva paragonati a Malick e Spielberg, quanto si avvicinava questa affermazione ai riferimenti reali? Avete percepito un’affinità con prodotti non per forza esclusivamente cinematografici (libri, fumetti, serie, perfino album) o avete cercato di evitare influenze esterne (almeno durante le riprese) per concentrarvi al 100% sul tipo di progetto che avevate in mente fin dall’inizio?

Fabio G: No, aiuto, rettifichiamo! Non era un paragone noi. Un nostro lavoro, “The Silver Rope” è stato definito come un mix tra un film di Malick e di Spielberg… Nomi comunque che ci fanno inginocchiare. Su una mina. (ride NdA)

Fabio R: Ci piace creare qualcosa di assolutamente nostro. Ma è inevitabile che in questo “nostro” finiscano anche gli autori che ci hanno colpito di più sia nell’infanzia che nell’età adulta. Spielberg, Zemeckis, Carpenter, Kurosawa, Leone…Fincher, Nolan. Alcuni ci hanno detto che Mine è un film “molto più Nolaniano di quello che sembra”, e questo per noi è un grandissimo complimento.

Fabio G: E attingiamo a qualsiasi forma di narrazione. Quindi anche fumetto, videogame o serie tv.. In Mine, inutile negare, c’è anche tanto Lost.

Fabio R: Troppo… (Ride NdA)

Fabio G: Lavorando al film avevamo in mente delle reference. Ovviamente 127 Ore, anche se abbiamo cercato di costruire il percorso dei flashback in maniera completamente diversa, originale e coerente al nostro film. The Grey, per le scene notturne, ma anche per la commistione tra reale e onirico. Forse non sembra, ma un film che abbiamo sempre tenuto in considerazione è Gravity. Abbiamo concepito il deserto di Mine sempre come la landa di un pianeta alieno… E il film stesso è molto simile: Gravity non parla di un’astronauta alla deriva dello spazio, bensì di una madre che ha voluto allontanarsi il più possibile da ogni forma di pesantezza dovuta alla morte della figlia. Gravity parla dell’elaborazione di un lutto materno, così come Mine non parla solo di un soldato su una mina, ma di una situazione di emotività bloccata.

Come ad ogni coppia che si rispetti vi chiedo come funzionate. Uno dei due predilige la scrittura e l’altro l’elaborazione visiva oppure affrontate insieme a pari livello ogni tipo di scelta? Ci sono dinamiche in cui vi compensate o scontrate?

Fabio R: Curiamo tutti e due maniacalmente tutto. Lui più maniacalmente (ride NdA). E litighiamo su tutto, prima e dopo le riprese. Sul set non c’è tempo di discutere…bisogna andare veloci.

Fabio G: Sul set lui cura più la parte tecnica.. quindi parla di più col direttore della fotografia, sta in macchina, eccetera.. Io parlo più con gli attori, guardo il monitor e mi assicuro che stiamo portando a casa tutto ciò che servirà per la narrazione… e per montare il film!

Artwork di David Messina

A volte nella fase creativa non ci si rende conto di determinate operazioni che poi risaltano a prodotto finito. Ci si concentra su determinate linee senza rendersi conto che forse la parte più potente è stata veicolata da una costruzione inconscia. Quando avete guardato Mine come prodotto finito, vi siete sorpresi nel ritrovarvi piccole scelte che non avevate considerato ma che comunque funzionano?

Fabio R: Una delle cose più stupefacenti è accaduta durante la scrittura. Parlando della trasformazione di una coscienza, ci siamo accorti che la storia stava assumendo vari tratti in comune con una celebre fiaba alchemica, Pinocchio. Abbiamo un soldato che segui gli ordini come un burattino, privato della sua coscienza. Abbiamo un grillo parlante che, senza spoiler, ad un certo punto del film “torna” per parlare all’orecchio di Mike. Abbiamo la fata turchina che fa un incantesimo a Mike. Abbiamo i corrispettivi del Gatto e la Volpe, il ventre della balena… è stato incredibile. Evidentemente stavamo attingendo agli stessi archetipi.

Fabio G: Abbiamo pianificato tanto ogni scena sia in sé che all’interno del racconto. Alcune cose sono volutamente ambigue per lasciare spazio attivo allo spettatore. Io mi sono stupito del fatto che mi hanno scritto in molti proponendomi il doppio delle teorie che io avessi mai immaginato sul film e sulle scene. Penso che questo voglia dire che il film è straordinariamente vivo.

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C’è qualcosa che vorreste dire o consigliare a un’intera generazione di giovani registi italiani che si sono sentiti dire per anni che i loro prodotti non erano vendibili, indipendentemente dal loro livello o dal loro reale talento? Pensate che dimostrare le proprie capacità all’estero sia la strada giusta o una sorta di operazione ‘meticcia’ come la vostra possa essere qualcosa di fattibile per il prossimo futuro?

Fabio G: Ci auguriamo di aver ricordato ai produttori italiani di una formula che funziona ma che mica ci siamo inventati noi. C’era un signore che si chiamava Sergio Leone che girava i film in Spagna, in lingue inglese, con cast internazionale, con sensibilità italiana, e li vendeva in tutto il mondo. In questo senso, facendo tutte le genuflessioni del caso, il nostro è uno Spaghetti-Survival.

Fabio R: Il consiglio è di fare, fare su campo. E scegliere progetti che, seppur folli, abbiano chiaramente delle carte vincenti che attirino l’attenzione. Noi sapevamo che “il film dell’uomo sulla mina” sarebbe stato di per sé un fattore di marketing, anche se avessimo fatto un film disastroso (ride NdA)

Angelica Milia

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