Cinecefali

Published on Novembre 21st, 2016 | by Guest

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Il condominio dei cuori infranti

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Il condominio dei cuori infranti

Regia: Samuel Benchetrit
Durata: 100 min
Cast: Isabelle Huppert, Valeria Bruni Tedeschi, Michael Pitt, Gustave Kervern, Tassadit Mandi,
Trama:Un palazzo di periferia in una anonima cittadina francese. Un ascensore in panne. Tre incontri improbabili. Sei personaggi insoliti.

Il condominio dei cuori infranti è la triste traduzione del titolo originale Asphalte del regista di origini ebreo-marocchine Samuel Benchetrit, alla sua seconda fatica, che qui costruisce un trittico di storie che ruotano intorno allo stesso, grigio caseggiato sperduto nella periferia di un’anonima città francese. Una vena irreale scorre e unisce i personaggi, strappati alla loro piatta e alienante routine da qualche accadimento scatenante.

La prima storia comincia con un uomo solo, bolso, goffo, impacciato e anche un po’ meschino, che si rifiuta di condividere le spese di manutenzione dell’ascensore, poiché abita al primo piano. Questo atto di hybris viene debitamente punito dal destino beffardo, che lo attende al varco: il suo tentativo di scrollarsi di dosso qualche chilo di troppo a pedalate di cyclette, infatti, lo confinerà su una sedia a rotelle. Pavido, si vedrà costretto a scivolare, di nascosto dagli altri condomini, nell’ascensore a orari improponibili. La cifra stilistica della sua storia è quella del grottesco, ma sarà anche quella che strapperà maggiori sorrisi allo spettatore, per le sue piccole sventure, la timidezza un po’ vigliacca e la sua fisicità, che ne fanno una maschera slapstick, all’inizio, che ammicca un po’ a Tati.

La seconda storia riguarda un adolescente lasciato solo in un appartamento vuoto ad affrontare l’assenza della madre, sempre fuori per lavoro. Stringerà amicizia con la nuova vicina, Isabelle Huppert, che interpreta un’attrice avanti con l’età e perciò bandita in quell’alveare puragotoriale, un non-luogo dove ciascuno sopravvive, nella sua arnia, per conto proprio, invisibile a tutti e indifferente a tutto. Jeanne vive prigioniera nella cella dorata, consumata dalla vodka e da ricordi da cui non riesce a liberarsi, e che la assediano dagli scatoloni non ancora disfatti.

Infine, c’è un astronauta statunitense che, ammarato per sbaglio sul tetto, troverà accoglienza presso un’anziana immigrata araba in attesa di essere recuperato, in uno stand-by non-sense dovuto a motivi di burocrazia interni alla NASA un pò kafkiano. Il ruolo è affidato al buon Michael Pitt, che viene in parte oscurato dal ruolo della madre: orfana di figlio in galera, si aggrapperà al nuovo venuto adottandolo come un surrogato, superando, con la forza del sorriso, il gap linguistico che li condanna alla incomunicabilità.

La contemporaneità di questo film sta tutta nell’assenza di dialogo fra i personaggi, nelle solitudini che gli incontri sui pianerottoli o per le scale non riescono a scalfire. Tutti, a prescindere da classe, età e sesso sono accomunati dall’impasse immobilista nella quale languono, appassendo, e dove poco rilevano età, classe sociale, origini e cultura. Gli eroi di questa raccolta di racconti sono accomunati dal desiderio di incrociare il proprio destino con quello di qualcun altro per affrancarsi dalla fortezza solitaria nella quale la vita, le loro scelte o loro stessi, che importa, li ha confinati.

Il condominio dei cuori infranti

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Sternkowitz ci riuscirà attaccando bottone con un’infermiera, Valeria Bruna Tedeschi, anch’essa sfiorita. Charly vincerà la velata ostilità della sua arrogante dirimpettaia assecondando la propria curiosità, e instaurerà con la donna un rapporto d’amicizia, accantonando la propria armatura da adolescente apatico e crudele e superando la diffidenza di classe e la differenza d’età della donna, aiutandola così a ritrovare la speranza nel futuro. Hamida, invece, aprendo un dialogo improbabile con un uomo posto all’altro capo dello spettro – ma nel quale ravvisa quel figlio che tanto le manca – accoglie la sua venuta come espediente per espettorare tutto l’amore che la mancanza del figlio la costringe a trattenere dentro.

Se l’essenziale è invisibile agli occhi, gli uni siamo essenziali agli altri e, come tali, invisibili. Le storie di questo film ci mostrano personaggi che incidono una breccia nell’individualismo che li imprigiona, creando link empatici con sconosciuti incontrati per caso, creando da sé le occasioni di fuga. Sono personaggi che, sotto la superficie placida, sono animati dalla ricerca bruciante dell’altro, arenati nel dimenticatoio delle loro esistenze, ai quali basta la volontà di trovarsi, con un pizzico di fortuna, a deragliare dal binario dell’infelicità per imboccare le porte che, per quanto assurde, queste favola cinerea pone loro innanzi, e regalando anche a noi, con levità, un po’ di speranza.

Gustav Berenson

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