Cinecefali

Published on Dicembre 29th, 2016 | by Angelica Milia

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È solo la fine del mondo

 

È solo la fine del mondo

Regia: Xavier Dolan
Cast: Gaspard Uliel, Nathalie Baye, Vincent Cassel, Marion Cotillard, Léa Seydoux
Durata: 1h 37′
Uscita nelle sale: 7 dicembre 2016
Trama: Louis sta tornando a casa, dopo dodici anni di assenza. Deve comunicare la sua morte imminente durante un pranzo che riunirà tutta la famiglia per la prima volta dopo tanto tempo. Ad accoglierlo ci saranno la madre iperattiva, un fratello maggiore nervoso e la sua dolce moglie, una sorella minore che non lo ha mai conosciuto veramente, e una casa piena di ricordi troppo pesanti da sopportare.

È solo la fine del mondo, l’ultimo lavoro dell’acclamato regista Xavier Dolan, parla dell’impossibilità di comunicare perfino, o soprattutto, quando se ne ha un disperato bisogno.
Come sempre il regista canadese sceglie il nucleo familiare per esporre la sua tesi, riuscendo a declinarla in maniera completamente nuova rispetto al passato.
Se infatti con Mommy sembrava aver trovato una giuntura definitiva nel rapporto con la figura materna (tema centrale del regista) qui la sua figura non è più tanto antagonista ma piuttosto perno attorno al quale esplode la confusione intima del racconto messo in scena.

Louis è l’alieno ripiombato in un mondo che non gli appartiene, e dove forse non si è mai sentito a suo agio. In questo senso, la sua condanna a morte appare quasi come un rilascio auspicato, una conclusione naturale di una vita trascorsa al di sopra di chi gli ha dato i natali.
Utilizzando al massimo la sua grammatica pop, esplosiva nelle aperture d’inquadratura, Xavier Dolan riesce a costruire un rimbalzo di tensioni e abbandoni urlati, masticando con voracità i volti (e i corpi) dei suoi attori attraverso l’obbiettivo, come legandoli alla fine della corda di uno yoyo, senza dare mai loro una vera tregua.
Ritagliando i profili, le fisicità, ma soprattutto il sudore, gli accenni di Louis/Gaspard Ulliel (qui in una delle sue prove attoriali più toccanti), Dolan rimaneggia il suo stesso stile registico comprimendolo fino all’esasperazione.

Ma è il testo di partenza la scelta più oculata in assoluto. Nei dialoghi di Jean-Luc Lagarce non si dice nulla di esplicito, eppure non si fa altro che parlare. La fissità di certi scambi, l’ossessione della ripetizione, del crescendo di tono nel ribadire sempre la stessa frase come in una sorta di mantra al contrario – non portatore di pace ma di caos, di inarticolata liberazione che porta al danneggiamento del prossimo – conduce verso una vera e propria esposizione della non-affermazione.

È proprio il rapporto con ognuno dei congiunti presi singolarmente a rivelare questa incapacità di ‘dire’ e a far emergere un disagio profondo, proprio dell’animo umano, di non sapersi connettere quando le emozioni si fanno troppo umane.

Un racconto apparentemente lirico, sperduto e caotico, che nella sua interezza altro non è che un pianto d’addio, una strepitosa scena finale dove ogni insulto, invettiva e preghiera giunge come una pugnalata.

Nulla è stato confessato eppure non c’è più nulla da dire.

Angelica Milia

 

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    • #Repost @ssimonadirosa with @get_repost・・・"Eravamo tutte esaltate e terrorizzate: si stavano avvicinando i mondiali ISI, la gara più importante dell'anno. Non capivo perché fosse così importante. Una vittoria non qualificava per nessun'altra competizione. Nessuna di noi sarebbe andata alle Olimpiadi. Eravamo solo prigioniere nel ciclo continuo del pattinaggio agonistico di medio livello."La recensione su @unabandadicefali, qui basti dire che questo mattone di 400 pagine si legge super velocemente (forse anche troppo) e racconta una deliziosa storia di formazione. Un primo passo per conoscere il talento di Tillie Walden anche in Italia 💙
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