Cefali imperdibili

Published on Gennaio 23rd, 2017 | by Giuseppe D'Alessandro

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Silence

Silence

 

Titolo Originale: Silence
Produzione: USA, Taiwan, Messico, Italia, Regno Unito, Giappone
Anno: 2016; durata: 161 min; colore
Genere: drammatico, storico
Regia: Martin Scorsese
Soggetto: Shūsaku Endō
Sceneggiatura: Martin Scorsese, Jay Cocks
Fotografia: Rodrigo Prieto
Montaggio: Thelma Schoonmaker
Scenografia e Costumi: Dante Ferretti, Francesca Lo Schiavo

Cast: Andrew Garfield, Adam Driver, Liam Neeson, Tadanobu Asano, Ciaràn Hinds, Shinya Tsukamoto, Yosuke Kubozuka, Issei Ogata, Yoshi Oida

Nel 1633, Sebastião Rodrigues e Francisco Garupe, padri Gesuiti, partono dal Portogallo alla volta del Giappone in cerca del loro mentore, Padre Ferreira, di cui è giunta notizia che avrebbe abiurato la fede. Arrivati anni dopo nell’isola asiatica, conosceranno di persona le torture che il Giappone degli Shogun infligge ai cristiani autoctoni che rifiutano l’apostasia: proveranno essi stessi il dilemma morale del dover difendere la propria fede come martiri o rifiutarla pubblicamente per salvare la vita agli altri credenti.

La religione è un tema quanto mai universale, che nel cinema è stato toccato forse meno di quanto avrebbe meritato, talvolta con esiti impressionanti come nelle opere di Ingmar Bergman, Krzysztof Kieslowski o Woody Allen. Tema che, per la sua stessa universalità, assume innumerevoli sfaccettature; e fino a oggi è stata proprio ognuna di queste sfumature (quali la fede, le implicazioni morali, il peccato o il concetto di colpa) a fare da soggetto per ciascuna pellicola.

Con quest’ultimo lavoro il grande cineasta americano, che già con L’ultima tentazione di Cristo e Kundun aveva dimostrato interesse per la fede e la spiritualità, si cimenta nella la più ostica delle sfide, cioè quella di riflettere sulla religione nella sua interezza: affrontandone in “soli” 160 minuti di pellicola quasi ogni aspetto fondamentale (la teologia; la fede; l’etica; la Chiesa come istituzione e fenomeno sociale; la colpa; il martirio; l’idolatria delle immagini; e si potrebbe continuare), Scorsese mette in campo una prospettiva del Cristianesimo che è sia teologica che storica, arrivando – come  accade sempre nei suoi film – a trascendere entrambi gli aspetti per raggiungere una connotazione intima, umana.

Se è vero però che la capacità di cogliere ogni implicazione della spiritualità è già insita nel romanzo omonimo di Shūsaku Endō, non può sfuggire quanto essa sia potenziata e amplificata dalla messa in scena sconvolgente di Scorsese, che elimina in modo radicale qualsiasi orpello, rinunciando interamente alla colonna sonora, ai virtuosismi stilistici che pure sono una componente abituale del suo cinema, scarnificando l’aspetto visuale per concentrarsi quanto più possibile sui volti, abbandonando perfino il suo naturale ritmo cinematografico e dando la massima importanza alle parole. Ne viene fuori un’opera che si avviluppa su se stessa, senza grossi sconvolgimenti nella trama che segue una dinamica lenta e ciclica, quasi fosse una spirale, un nodo che si aggroviglia in modo sempre più stretto fino alla recisione finale che scioglie amaramente ogni tensione. Non esiste probabilmente altro modo di dare voce al “Silenzio” a cui si riferisce il titolo, il silenzio di Dio per l’atrocità dell’uomo – di chi commette crimini e di chi, per difendere la propria fede, non fa nulla per fermarli.

E tra questi due binari paralleli il regista conduce la sua riflessione in modo ammirevole ed equidistante: è fermo nell’illustrare, con sobrietà e senza sadismo (nonostante l’evidente orrore che provocano), le torture atroci che le autorità giapponesi infliggevano ai Cristiani colpevoli di non abiurare la fede; ma allo stesso tempo sa interrogarsi sul senso del martirio a tutti i costi, sulla necessità di rimanere fedeli al proprio credo anche quando rinnegandolo si può compiere un atto di misericordia, facendo esplodere il conflitto tra una morale laica, universale, e una religione che della compassione fa uno dei propri vessilli irrinunciabili. A Scorsese non interessa tanto emettere un giudizio su chi difende una scelta culturale o chi si abbandona alla fede a tutti costi: cerca piuttosto di ragionare sul senso e sui limiti della fede stessa dal suo interno, e lo fa torturando lo spettatore con le parole ancora più che con le immagini, mettendo in scena un protagonista che ripete ossessivamente tutto ciò che ha imparato della propria religione, che si aggrappa disperatamente ad essa nel tentativo di giustificare le proprie scelte e per interrogare un Dio che non risponde e non risponderà, chiudendosi nel più impietoso silenzio. E in questo è coadiuvato mirabilmente da Andrew Garfield, protagonista credibile ed intenso in grado di rubare la scena anche ai più blasonati Neeson e Driver, capace di esprimere sobriamente sia la convinzione nel proprio dogma che il tormento del dubbio di padre Rodrigues.

Silence non è un film per tutti: soprattutto, non è il film che un appassionato di Scorsese si aspetterebbe, autore che pure più di una volta ha saputo reinventarsi in modo sincero e radicale, anche se forse mai come in questo caso. Si tratta di un’opera d’arte che suscita intensa commozione, che parla senza sotterfugi e senza semplificazioni al cuore come alla testa, mirabile per chi è già capace di cercare in se stesso il tormento etico e ideologico che viene messo in scena. Ma allo stesso tempo rischia di risultare monocorde, se non incomprensibile, a chi vive un presente lontano dalle domande della fede, specie se sconfortato o incattivito da tempi quanto mai drammatici come i nostri, in cui si rischia di vedere solo il versante violento della religione.

Il confronto tra le vicende narrate e ciò che il mondo oggi vive in relazione alla religione e alla sua strumentalizzazione rischia di rendere questo film contemporaneamente attuale e inattuale, a seconda della nostra necessità di leggere la realtà in base al nostro tempo o di leggerla nonostante il nostro tempo. Il terreno scivoloso sui cui Scorsese cammina denota il suo straordinario coraggio e la sua indipendenza intellettuale, innalzando la sua statura artistica a una dimensione che trascende la cinematografia.

Giuseppe D’Alessandro

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    • #Repost @ssimonadirosa with @get_repost・・・"Eravamo tutte esaltate e terrorizzate: si stavano avvicinando i mondiali ISI, la gara più importante dell'anno. Non capivo perché fosse così importante. Una vittoria non qualificava per nessun'altra competizione. Nessuna di noi sarebbe andata alle Olimpiadi. Eravamo solo prigioniere nel ciclo continuo del pattinaggio agonistico di medio livello."La recensione su @unabandadicefali, qui basti dire che questo mattone di 400 pagine si legge super velocemente (forse anche troppo) e racconta una deliziosa storia di formazione. Un primo passo per conoscere il talento di Tillie Walden anche in Italia 💙
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